Rispondere formalmente, senza dare risposte. Ottemperare agli obblighi di controllo, sfuggendo a ogni forma di controllo. Rispettare le regole, eludendo le regole. Ridotta ai minimi termini, è l’essenza dell’orbanizzazione, il fenomeno di limitazione della democrazia – che formalmente resta tale – dilagante in Italia dall’elezione di Giorgia Meloni a presidente del Consiglio. È il principio dell’“ho vinto io, quindi decido io, perché ciò che decide chi ha vinto è la volontà degli italiani tutti”.
Gli esempi sono infiniti, ma uno forse rende l’idea di quanto la dottrina perfezionata dal primo ministro ungherese sia ormai penetrata a fondo nella vita politica e sociale del nostro Paese. A partire, naturalmente, dal servizio pubblico radiotelevisivo.
Forse qualcuno ricorderà il “caso Maggioni”, ovvero la giornalista Rai (già presidente della medesima nonché direttrice dell’Offerta Informativa) che si era dimessa da viale Mazzini nell’agosto scorso e, contestualmente, aveva sottoscritto un contratto di collaborazione sempre con la Rai, per condurre esattamente le stesse trasmissioni che guidava con la casacca da dipendente.
Secondo la stampa, a Maggioni i vertici di viale Mazzini (ma sarebbe più appropriato definirli “i vertici di TeleMeloni”) avrebbero concesso un contratto quinquennale, per un compenso complessivo da 2,5 milioni di euro. In pratica la Rai ha accettato le dimissioni di una sua risorsa che poi ha contrattualizzato, accettando di pagare un prezzo probabilmente più alto.
Su quell’operazione – che non è stata certo l’unica del genere, basta ricordare i casi di Bruno Vespa o di altri giornalisti trasformatisi in “artisti” per eludere i limiti posti ai compensi – i componenti pentastellati della commissione di vigilanza Rai a metà agosto avevano presentato un’interrogazione parlamentare alla dirigenza Rai. Nell’interrogazione, oltre a chiedere se rispondessero a verità le notizie riportate dai quotidiani su compenso e contratto, i parlamentari chiedevano di conoscere i criteri con i quali il Cda Rai avesse “approvato il contratto di collaborazione”; “quali fossero gli effettivi oneri aggiuntivi per la Rai”; “se esistessero precedenti contratti esterni della durata di cinque anni con conduttori” e, se sì, “quali fossero le condizioni e i compensi”; se ci fosse stata un’analisi economica sui costi-benefici per le casse pubbliche, a monte dell’operazione. Infine si chiedeva se il Cda non “ritenesse necessario introdurre regole più chiare e uniformi per evitare in futuro casi di ‘pensionamento di fatto’ (Maggioni ha 61 anni e andrà in pensione poco dopo la scadenza del contratto di collaborazione, ndr), che trasformano ex dipendenti in collaboratori esterni privilegiati”. Tutti quesiti più che leciti, provenendo dai membri di un organo di controllo – la commissione di vigilanza Rai – che ha il compito di indirizzare e controllare il servizio pubblico radiotelevisivo.
La risposta dei vertici del Servizio pubblico è arrivata il 3 dicembre scorso, ovvero quattro mesi dopo – e recita: “Il nuovo contratto di esclusiva con Monica Maggioni è in linea con i valori di mercato Rai per collaboratori con analoghe attività editoriali”. Il resto delle domande è stato semplicemente ignorato: i vertici Rai si sono infatti limitati a sottolineare il valore (indubbio) di Maggioni (definita “giornalista di grande spessore”), che “la risoluzione del rapporto di lavoro è avvenuta in modo consensuale” e che “la giornalista ha scelto di rinunciare a qualsiasi rivendicazione relativa alla mancata fruizione dei numerose giornate di ferie e riposi arretrati”.
Ma, soprattutto, aggiungono il contratto di collaborazione esterna è stato “determinato anche in funzione del profilo professionale della giornalista e della volontà dell’azienda di garantirsi la sua collaborazione per un periodo prolungato, considerando sia la sua vita residua aziendale, sia i potenziali rischi di passaggio ad aziende concorrenti”. Tradotto, accettiamo le sue dimissioni da dipendente Rai, ma la contrattualizziamo (a stipendio maggiorato?) per impedire che vada a lavorare altrove. Stop. Altro viale Mazzini non ha inteso chiarire: nulla sul compenso accordato e la sua determinazione; zero su eventuali precedenti in essere, silenzio su analisi comparative effettuate sui costi per l’azienda (cioè per i conti pubblici).
In pratica, la risposta ufficiale a un organo di controllo è stata una lunga serie di non risposte, che hanno portato il deputato e capogruppo M5S in Vigilanza, Dario Carotenuto a commentare: «Visto che queste interrogazioni non servono a nulla, forse dovremmo rivolgerci ad altre autorità».
Già ma a quali? La Corte dei Conti (quella che l’esecutivo si accinge a riformare, limitandone il perimetro di controllo)? La magistratura ordinaria (quella con la quale la premier Meloni e il suo Guardasigilli, Carlo Nordio, hanno ingaggiato una lotta senza quartiere dal giorno Uno della legislatura)? Le Authority (quelle che, come dimostrato dalle inchieste di Report, appaiono tutt’altro che centri decisionali autonomi dalla politica)?
Certo, resta sempre l’opinione pubblica, ma come raggiungerla e mobilitarla, se il tema del contendere è proprio l’utilizzo e la gestione a senso unico e slegata da ogni controllo dei vertici del servizio pubblico? Qualunque opzione si possa pensare di abbracciare, porta a un vicolo cieco. Perché questa è l’essenza dell’orbanizzazione: la creazione di una rete che imbriglia, separa, impedisce, annulla ogni possibilità di confronto e controllo democratico. Senza però formalmente abbracciare ufficialmente alcuna azione o decisione apertamente antidemocratica. Orbán-Meloni ha già vinto. Rassegnamoci.


Rosa Lella