Passato nazionale, Vannacci tra la fascinazione decadente di Salò e la “remigrescion”

19 Giugno 2026

Luigi Ambrosio Giornalista di Radio Popolare

Questo contenuto fa parte dell’osservatorio Autoritarismo

Foto di Futuro nazionale di Vannacci alla costituzione del partito

Propaganda gli stilemi del fascismo che in Italia non è mai morto, riprende parole d’ordine della destra nostalgica, proclama il rifiuto radicale della modernità: non a caso, il generale in pensione della Folgore non dice una parola programmatica, non ha un’idea né una visione di futuro.

Roberto Vannacci rappresenta il limite estremo dell’immaginario dell’Italia che ha paura. Oltre quel limite c’è il terrore. E lui definisce se stesso come l’ultimo argine contro l’abisso. 

Vannacci è il prodotto di un paese che non sa dove andare, privo di un progetto a lungo termine, che non sa pensarsi in termini strategici. In un mondo che affronta le enormi trasformazioni politiche, economiche e culturali del ventunesimo secolo l’Italia vannacciana si affida al passato. Una società invecchiata, impoverita da un quasi quarantennio di crescita zero e nel pieno di un inverno demografico come in pochi altri paesi al mondo, lo sta ascoltando mentre lui sposta il confine sempre un po’ più in là. La scuola autoritaria. Le classi separate per i disabili. Il ritorno alla centralità di una “normalità” escludente. La società gerarchica e patriarcale. La remigrazione.

“Remigrazione” era parola sulla bocca di molte persone a Modena il giorno in cui un cittadino italiano di origine marocchina, affetto da disturbi mentali, ha investito i pedoni nel centro storico, ferendone otto in modo grave. Il fatto che sia accaduto in uno dei santuari della sinistra italiana ha reso l’occasione ancora più succulenta per le campagne propagandistiche della destra. C’è un precedente proprio in Emilia Romagna: Ferrara. Dopo una violenta campagna anti immigrazione culminata nelle barricate che respinsero un gruppo di donne e bambini richiedenti asilo da un centro di accoglienza a Gorino, nel profondo delta del Po, le antiche roccaforti rosse di Ferrara e della sua provincia virarono a destra. Era il 2016. Dieci anni fa. La destra anti stranieri era rappresentata dalla Lega. Certe analogie tra il Salvini di allora e il Vannaci di oggi sono evidenti. La più macroscopica è il guardare alla Russia. Ex addetto militare all’ambasciata italiana di Mosca, Vannacci fin dal suo esordio pubblico ha fatto proprie le tesi del Cremlino a giustificazione dell’invasione dell’Ucraina, a cominciare dalla principale: si tratterebbe, ha detto, di una “guerra esistenziale” per la Russia conseguente alla “espansione a est della Nato”. La vicinanza alla Russia di molti dei partiti di estrema destra europei, in primis la Afd tedesca, è al tempo stesso parte della strategia di disarticolazione delle istituzioni europee agita da Mosca e conferma del fatto che il regime putiniano incarna, agli occhi dei cittadini europei che si sentono sul limite dell’abisso, i valori di un’Europa bianca, cristiana, tradizionalista, contrapposta al mondo senza fede delle democrazie liberali occidentali. Il baluardo. La “craìna” come mito identitario.

La seconda analogia con il Salvini all’apice del successo è il modo in cui vengono utilizzati i media e in particolare i social.

Una moltiplicazione di “pagine” e contenuti il cui cardine è la propaganda contro gli stranieri e ancora mobilitazioni contro avversari politici, commentatori o chiunque sostenga tesi contrapposte. Come ai tempi della “bestia” di Salvini, quando la macchina dell’allora ministro dell’Interno funzionava a pieno regime. Ma Vannacci ha un’arma ideologica in più, rispetto a Salvini, perché non si preoccupa di incarnare gli stilemi del fascismo che in Italia non è mai morto. Nel riproporre l’oggetto simbolico della Decima Mas Vannacci evoca la mistica del “cercar la bella morte” nella battaglia finale tra la civiltà e la barbarie. Non è il fascismo della proiezione mondiale, della gloria e dell’Impero. È il fascismo decadente di Salò. La difesa estrema di una casamatta che non esiste più.

Un “richiamo della foresta” per gli elettori più politicizzati e più radicali di Fratelli d’Italia che oggi potrebbero sentirsi delusi se non traditi da Meloni. La polemica contro il reato di femminicidio è servita a questo, dato che la legge che lo introduce nel codice penale è stata approvata in maniera bipartisan in questa legislatura e la presidente del Consiglio l’ha sostenuta. La guerra contro gli stranieri serve anche – ma non solo – a questo. Il mondo ribolle e cambia a velocità tumultuosa. L’Europa rischia di venire travolta dalla sua fatica a rispondere alle sfide dei tempi. E l’Italia è tra i paesi deboli dell’Europa. È priva di una politica industriale; non investe a sufficienza nelle tecnologie del presente e del futuro; non governa le trasformazioni culturali che sono incarnate dall’immigrazione. Lo straniero allora diventa il capro espiatorio perfetto. Anche perché è manodopera a basso costo sul cui sfruttamento si reggono interi settori economici. In questa prospettiva la criminalizzazione dell’immigrazione è funzionale al mantenimento di uno status quo che garantisce profitti a bilanci altrimenti a rischio. Chi è privo di cittadinanza, viene colpevolizzato e non ha diritti, non ha potere contrattuale. È una storia vecchia, non l’ha certo inventata il generale della Folgore in pensione. Con lui però la ricerca del nemico esterno rinnova un’essenza antica: il rifiuto radicale della modernità. La nostalgia di un passato lontano, dove la scuola era autoritaria e abilista e interpretava il modello gerarchico di tutta la società. Dove la donna era sottomessa all’uomo. Dove il cittadino era sottomesso allo Stato. Dove il sangue era il principale fattore di coesione sociale insieme al suolo. È il delirio di chi sogna il ritorno all’Italia dell’anteguerra. Un paese idealizzato come puro, non soggiogato alla cultura “americana” intesa come meticciato e liberalismo distruttori della Tradizione. 

Vannacci cerca di dare a questa nostalgia una veste contemporanea non solo nella battaglia per la “remigrazione” ma anche assumendo l’elemento politico che si è affermato nel quarantennio della crisi italiana: il populismo. Una interminabile stagione che ha visto innumerevoli passaggi di testimone. Cominciò la Lega di Umberto Bossi nelle province del nord dove l’economia si fondava sulla piccola e media industria dipendente dalle grandi economie del nord Europa, in particolare quella tedesca. A fronte della crisi del sistema Bossi si pose come sindacato di quel mondo e introdusse elementi che lacerarono il tessuto politico tradizionale: la contrapposizione violenta tra un “noi” e un “loro”, la retorica aggressiva che si voleva realista – il linguaggio dei bar di Capolago, vicino Varese, dove iniziò la sua carriera di affabulatore contrapposto al linguaggio inaccessibile e ipocrita del Palazzo. Poi arrivò Berlusconi: l’uomo che diede al populismo la cornice del sogno del successo individuale possibile per tutti. La sua immensa ricchezza e il suo stile di vita incantarono come fa il domatore di serpenti intere generazioni. Era un grande paradosso: il paese fallito economicamente sotto il peso del debito rifiutava di accettare la realtà e si narrava come il paese del benessere e della felicità, addirittura. Le stagioni successive riportarono il populismo là dove è connaturato che stia, nei campi della rabbia e della frustrazione: l’effimera stagione del “gialloverde”, il Movimento 5 Stelle al 32% nelle urne e Salvini al 35% nei sondaggi; l’attuale slancio nazionalista di Giorgia Meloni. Un nazionalismo sui generis, data la cessione di sovranità definita dall’appartenenza all’Unione Europea e alle altre istituzioni internazionali, che fino a oggi è servito a rassicurare e che ora però scricchiola sotto il peso dell’assenza di una prospettiva. 

Nemmeno Vannacci, in realtà, si preoccupa di individuare uno scenario futuro. Alla “costituente” del partito, la due giorni di fondazione lo scorso fine settimana a Roma, è mancata del tutto la proposta economica, l’idea di sviluppo. A Vannacci lo sviluppo non interessa. La sua unica strategia si fonda su chiusura e ripiegamento. Come i suoi punti di riferimento ideali del passato, come Junio Valerio Borghese, propone all’Italia di combattere un’ultima battaglia sotto le insegne di un partito che si chiama Futuro Nazionale ma che si dovrebbe chiamare più coerentemente Passato Nazionale. 

Servirebbero, per svuotarlo di significato, idee strategiche reali per lo sviluppo, la crescita, la trasformazione culturale, il ruolo del Paese nel mondo. Queste idee latitano o sono estremamente deboli o non trovano un consenso tale da diventare maggioranza. Un vuoto di cui Vannacci è lo specchio.   

Luigi Ambrosio è giornalista a Radio Popolare, conduce la trasmissione di approfondimento quotidiano L’Orizzonte delle Venti. Segue in particolare la politica italiana, anche come inviato.

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