Un quarto di secolo e quella ferita sanguina ancora. Perché non c’è stata né giustizia né scuse (per quel che servono) e perché Genova 2001 è diventata modello. Da quei giorni il dissenso non si circoscrive, si annienta. Ma è sempre successo nelle dittature, dirà qualcuno. Esatto, nelle dittature. Da 25 anni quel modello è tracimato nelle democrazie, al punto che sempre più studiosi si domandano quali siano i criteri per definirle tali.
Annalisa Camilli nel suo ultimo libro Divieto di protestare (Einaudi) nota la coincidenza temporale delle manganellate contro i giovani europei che manifestano per Gaza e gli attacchi degli incappucciati di ICE contro chi vorrebbe impedire la deportazione degli immigrati scrivendo «molte di quelle norme repressive sembrano essere state concepite in base all’esperienza delle contestazioni del passato: dal movimento antiglobalizzazione della fine degli anni Novanta alle proteste degli ambientalisti di Ultima Generazione; attraverso le mobilitazioni contro l’alta velocità (No Tav) e i gruppi contro le grandi opere; fino ai centri sociali come Askatasuna e il Leoncavallo, e i collettivi locali per il diritto di abitare». I vari decreti sicurezza del Governo Meloni lo dimostrano. Tra mille anni sui libri di scuola ci sarà, forse, una riga per spiegarlo: ai governi è riuscita così bene la repressione del dissenso a Genova nel 2001 che si è cominciato a codificare con leggi ad hoc la violenza delle forze di polizia contro i manifestanti.
Ricordo gli inviti ai dibattiti in tutta Italia per raccontare il G8. Il primo fu alla Festa dell’Unità di Genova, a settembre del 2001. Quando alla fine della scala mobile della stazione vidi due divise da poliziotto provai paura. Haidi e Giuliano – i genitori di Carlo Giuliani – portarono me ed Enrico Deaglio a mangiare da loro prima del dibattito. Giuliano si mise al computer e fece scorrere decine di foto della scena del delitto di suo figlio, spiegando come il teleobiettivo “schiacciava” le proporzioni dando l’idea che Carlo fosse molto vicino alla jeep dei carabinieri. Poi zoomava sul volto di suo figlio individuando il segno della pietra che un uomo in divisa gli diede quando era già a terra. Atterrito, mi domandai come poteva un padre sopportare quello strazio. Come i genitori di Aldro, come i genitori di Giulio Regeni, sugli schermi del computer non vedono più i loro figli uccisi, ma la vittima a cui rendere giustizia.
Nessuno degli agenti più violenti o – ancora più grave, nessuno dei dirigenti che ha permesso che accadesse – ha pagato. Anzi, alcuni hanno fatto carriera. Come stupirsi dunque della (brutta) piega che sta prendendo l’ordine pubblico, se chi comanda la piazza è rimasto impunito dopo le violenze di Genova?
Ricordo anche il fastidio con cui ai dibattiti post-Genova prendeva il sopravvento il reducismo e la scorciatoia nell’accusare qualche miserabile che allora stava al Governo. Per me, per noi di Radio Popolare, valeva l’intuizione di Piero Scaramucci che nell’editoriale del 20 luglio – dovrebbe essere testo obbligatorio nelle scuole di giornalismo – disse «è stato impedito il dovere di manifestare con gelida arroganza. Questo ha un nome: stato di polizia». Quello che abbiamo visto/vissuto 25 anni fa era palese: il movimento altro-mondialista aveva un’espansione internazionale, accusava le varie forme di iperliberismo di accrescere le disuguaglianze, preconizzava la finanziarizzazione dell’economia e lo stato di guerra permanente. Non sembra una fotografia del mondo di oggi? E proprio perché quel movimento non sbagliava analisi andava distrutto. Distrutto. E c’era un solo modo di farlo: con la violenza degli apparati di Stato. Come scrive il sociologo Salvatore Palidda nel suo ultimo libro – 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860 (Multimage editore) – «La gestione dell’ordine pubblico al G8, ben oltre che maldestra, obbedì all’ordine di scatenare la violenza poliziesca come dissuasione dei movimenti di protesta». Se questo è lo scenario ditemi in tutta onestà: dareste al Ministro a sua insaputa Scajola o all’inutile vicepresidente del Consiglio Fini il compito di portarlo a termine? Maddai… E infatti questi due non hanno toccato palla: a Genova comandava solo lui, il Capo, come lo chiamavano i suoi scherani: il Capo della Polizia Gianni De Gennaro.
In gioco, per essere chiari, non c’era il percorso del corteo delle tute bianche o lo sfondamento simbolico della zona rossa. Nel 2001 si percepivano a livello internazionale i segni della fine della golden age: quel periodo in cui, dopo il collasso del Muro di Berlino, le nazioni stavano provando a chiudere i fronti aperti durante la guerra fredda, rappezzare le crisi avviate dai nazionalismi (ex Yugoslavia), dare più forza ai poteri pacificatori dell’Onu. Non a caso al G8 di Genova c’era anche Putin (che probabilmente non era meglio del Putin di oggi) che i leader liberal-occidentali di allora pensavano di poter cooptare al timone della globalizzazione. Denunciare – come hanno fatto i manifestanti – che il turbocapitalismo non era la soluzione non poteva essere tollerato dalle economie mondiali. La concretizzazione dello slogan “un altro mondo è possibile” andava scardinata.
Quello che è successo nelle strade di Genova non ha bisogno di riassunti. Va ricordato che nessuno degli agenti più violenti o – ancora più grave, nessuno dei dirigenti che ha permesso che accadesse – ha pagato. Anzi, alcuni hanno fatto carriera. Come stupirsi dunque della (brutta) piega che sta prendendo l’ordine pubblico, se chi comanda la piazza è rimasto impunito dopo le violenze di Genova?
Per fatalità il 25° anniversario del G8 coincide con la strumentalizzazione della condanna del gioielliere assassino Mario Roggero. I due fatti sono I-N-C-O-M-P-A-R-A-B-I-L-I, tranne per un particolare: l’uso ingiusto della forza. La legittima difesa non prevede di rincorrere, sparare alle spalle e accanirsi sui rapinatori. L’uso legittimo della forza è nel patto che ogni uomo/donna in divisa sottoscrive con lo Stato. E quel patto non prevede di stuprare, pestare a sangue, insultare chi non rappresenta un pericolo. Nel caso delle forze di polizia quindi la rottura del patto è un vero e proprio tradimento. A me sembra questo il principale lascito delle violenze di Genova: la sfiducia verso le istituzioni. Fate mente locale: erano passati pochi anni da quando, nella Cattedrale di Palermo, gli agenti del servizio scorte avevano letteralmente schiaffeggiato il Capo della Polizia davanti alle bare di Paolo Borsellino e dei poliziotti morti nell’attentato di via D’Amelio. Quegli schiaffi dicevano: «ci mandate al macello e fate accordi con i mafiosi: voi istituzioni da che parte state?». E la stagione dell’antimafia militante, delle lenzuola appese ai balconi di Palermo, le poesie appese all’albero Falcone dicevano che la società stava coi poliziotti: eravamo dalla stessa parte. Nove anni dopo uomini e donne in divisa a Genova hanno tradito quell’alleanza etica, si sono scatenati in violenze inutili, ciniche, degradanti. Da allora, purtroppo, non c’è stato nessun segno di ripensamento. Anzi, il modello Genova è diventato prassi, erodendo la democrazia.


Daniela Padoan