Diversi sono i fenomeni scaturiti dal “caso Mamdani”, a seconda dell’entusiasmo o del terrore suscitati dal sindaco eletto di New York iscritto ai Dsa (Democratic Socialists of America).
Che siano inediti, come la formazione del gruppo Italians for Zohran, o che amplifichino situazioni di vecchia data, come l’approvazione alla Camera della risoluzioneDenouncing the Horror of Socialism del 21 novembre scorso, ci pare che Mamdani abbia ridato vigore e visibilità alla guerra civile interna al Partito Democratico tra i progressisti e i corporate democrats. Una guerra che, con momenti più o meno intensi e fluttuanti ma generalmente ignorati o distorti dall’informazione mainstream, è cominciata dieci anni fa con la candidatura di Bernie Sanders alle primarie democratiche per le presidenziali del 2016.
La denuncia bipartisan degli “orrori del socialismo”
Se il gruppo degli Italians for Zohran, prevalentemente composto da millennials formatisi alla scuola di Sanders, rappresenta una sorta di rivoluzione progressista-socialista nella comunità italo-americana generalmente percepita come conservatrice, ed è al contempo rappresentativo dell’orientamento a sinistra dei giovani che non si riconoscono del Partito Democratico, la condanna del socialismo proposta dalla repubblicana Maria Elvira Salazar dà la cifra di come idee e pregiudizi di tipo maccartista siano più che mai presenti nell’establishment democratico.
Salazar ha stigmatizzato il socialismo come un mostro assoluto che annienta libertà e diritti, e che non ha mai prodotto né giustizia, né uguaglianza, né benessere, ma solo paura, censura, povertà, carestie e genocidi. Senza far cenno alle contraddizioni iperboliche del capitalismo contemporaneo, ha invitato i colleghi a respingere il socialismo in ogni forma e declinazione, per difendere le libertà individuali e il libero mercato come fondamento dell’identità e della società americane. Unendosi alla totalità dei repubblicani in aula, anche 86 democratici hanno votato a favore del rifiuto assoluto del socialismo. Tra loro il newyorkese leader di minoranza della Camera Hakeem Jeffreys, la cui strenua opposizione a Zohran Mamdani si era arresa ad un tiepido endorsement a pochi giorni dal voto per calcoli di convenienza. Ora i due sono ancora alla ribalta per una nuova questione di endorsement, relativa questa volta alle elezioni di midterm del 2026. Come vedremo anche con l’aiuto di autorevoli figure degli Italians for Zohran, la questione non solo ha diviso i Dsa, i progressisti e la loro area opinionista, ma è esemplificativa del tipo di dinamiche che regolano le elezioni in generale, soprattutto a livello federale.
Premettendo che la risalita del Partito Democratico nel suo complesso è data per scontata, anche sulla base dei risultati delle competizioni del 2025 che hanno quasi ovunque premiato i democratici – come l’elezione di Eileen Higgins a sindaca di Miami come ad esempio con le nuove governatrici del New Jersey e della Virginia, Mikie Sherrill e Abigail Spanberger, la prima molto finanziata dai poteri forti, la seconda meno ma comunque non di area progressista – i prossimi campi di battaglia in cui le due ali opposte del partito si scontreranno saranno proprio le mid-term elections. In alcuni distretti vedremo riproporsi situazioni che dimostrano come l’establishment del partito e i suoi organi affiliati investano ormai cifre vertiginose di milioni e milioni di dollari non tanto per sconfiggere candidati repubblicani alle elezioni generali, bensì per sconfiggere candidati progressisti nelle primarie democratiche.
New York City e New York State emblemi della guerra civile del Democratic Party
La vicenda Mamdani-Cuomo è solo l’ultimo esempio di come la città e lo Stato di New York possano fungere da emblema su scala nazionale delle ambivalenti dinamiche elettorali odierne in ambito democratico, da una parte per l’insorgenza dei progressisti, spesso affiliati ai DSA, e dall’altra per le reazioni dell’establishment. Il paradigma newyorkese risale alle primarie democratiche presidenziali del 2016 quando l’operazione di vote purge, ossia la cancellazione di decine e decine di migliaia di aventi diritto al voto che coincidevano con le roccaforti di Bernie Sanders, gli impedirono di avvicinarsi notevolmente o addirittura di superare Hillary Clinton. La frode elettorale newyorkese non solo fu denunciata da analisti, politici, organizzazioni e giornalisti ma fu anche oggetto di cause legali.
Il 2018 fu poi un anno particolarmente simbolico in quanto, contestualmente alla vittoria inaspettata di Alexandria Ocasio Cortez (AOC) sul “Boss del Queens” Joe Crowley, ci furono risultati contrastanti in particolare nelle elezioni a livello statale. L’attrice progressista e attivista Cynthia Nixon (Sex and the City, Ratched, The Gilded Age), che si è spesa moltissimo anche per Zohran Mamdani, perse la sfida contro Andrew Cuomo in corsa per il terzo mandato di governatore nonostante le denunce di tutte le malefatte e i ricatti con cui Cuomo governava. Il rinnovo del Congresso di Albany segnò anche l’inizio della fine Cuomo, che perse la protezione dell’ICD (Independent Democratic Conference), una frangia del Senato che lui stesso aveva creato sottobanco all’inizio del suo primo mandato nel 2011. Gli otto membri dell’IDC votavano sempre con i repubblicani, permettendo a Cuomo di fare il gioco sporco, fingendo di battersi per cause popolari che poi venivano bocciate. L’ondata progressista che nel 2018 rimpiazzò sette dei suoi otto membri, determinando l’estinzione dell’IDC, lasciò Cuomo in balia dei suoi scandali successivi, come quello delle morti nelle case di riposo durante il Covid e quello sulle molestie sessuali per il quale si dimise nel 2021. Tra i sette progressisti eletti vi era Julia Salazar, ufficialmente iscritta ai Dsa, che segnò l’ingresso nello Stato di New York dei socialisti democratici, che oggi ammontano a nove (tre senatori e sei deputati). Peraltro i DSA sono in continua ascesa in tutti gli USA, con incrementi sia degli iscritti sia delle strutture organizzative.
La vicenda di un altro Dsa newyorkese, Jamaal Bowman, è l’esempio più eclatante dei metodi con cui progressisti considerati particolarmente pericolosi e potenzialmente attaccabili – cosa che non accade per esempio con AOC ritenuta imbattibile per molti fattori tra cui l’enorme quantità di denaro che raccoglie da piccoli donatori – vengono attaccati dall’establishment e dai suoi affiliati, in particolare dalla potentissima lobby israeliana Aipac (American Israel Public Affairs Committee), il gruppo più influente nella politica estera americana ma contrastata da diverse associazioni israeliane tra cui Jewish for Peace, JStreet, IfNotNow. Eletto al Congresso nel 2020 sconfiggendo Eliot Engel, un altro corporate democrat che si riteneva inamovibile, Jamaal Bowman, definito da Bernie Sanders «una delle migliori persone» dell’organo legislativo americano, venne poi estromesso dal Congresso nel 2024 in conseguenza di quella che è già passata alla storia come la campagna elettorale più dispendiosa di tutti i tempi per un seggio congressuale, con i circa 25 milioni di dollari investiti nelle primarie sul suo sfidante George Latimer. Bowman è stato oggetto non solo della pratica ormai comune nel Partito Democratico di investire a più non posso su video e pubblicità diffamatorie e bugiarde trasmesse incessantemente su tv, radio e internet, ma anche del processo di scouting per trovare chi lo sfidasse. La lobby israeliana aveva infatti offerto 20 milioni di dollari a due personaggi di rilievo, prima Hill Harper e poi Nasser Beydoun che, indignati per la proposta, avevano rifiutato dando comunicazione alla stampa di quanto accaduto. Particolarmente incisive le parole di Sanders:
Questa elezione è una delle più importanti della storia moderna dell’America. Questa elezione non è tra Jamaal e il signor Latimer. Questa elezione deciderà se la classe miliardaria e gli oligarchi controlleranno o no il governo degli Stati uniti […] La sua importanza ha un significato nazionale perché se riusciranno a sconfiggere Jamaal, allora qualunque membro del Congresso cui verrà chiesto di opporre resistenza alle compagnie assicurative e dei farmaci e dell’industria fossile si guarderà intorno chiedendosi: ‘I miliardari spenderanno milioni di dollari contro di me nella mia prossima campagna?’ E sapete che cosa faranno? Cederanno, ricordando quello che hanno fatto a Jamaal Bowman nel Bronx.
Da me incontrato a New York ai due eventi ufficiali di giugno e di novembre delle vittorie (primarie e generali) di Zohran Mamdani, per il quale è stato indefesso attivista, Jamaal Bowman pur escludendo una sua candidatura contro Latimer o per un altro seggio newyorkese nel 2026, ha lasciato chiaramente intendere che un suo rientro ufficiale in politica negli anni a venire è quasi garantito.
Verso le elezioni di medio termine del 2026
Bernie Sanders sarà ancora figura centrale in quella “guerra civile” democratica che vedremo nelle primarie per le mid-term election del 2026. Dopo aver già dato il suo endorsement ufficiale a otto sfidanti progressisti, sette dei quali per le primarie democratiche, e annunciato che altri ne sarebbero arrivati, il 10 novembre ha comunicato il sostegno alla candidatura di Brad Lander, il Comptroller di New York. Lander – che aveva corso per la carica di sindaco nelle primarie ma era stato alleato di Mamdani tanto che i due si erano dati l’endorsement reciproco – sfida ora uno degli uomini più ricchi del Congresso americano, l’ultra-corporate democrat Dan Goldman. Sfide calde come questa possono già essere ipotizzate in base ai dati ufficiali del 5 dicembre, dai quali si evince che otto senatori e quaranta deputati non si ricandideranno, o per ritiro definitivo dalla carica pubblica o per affrontare altri tipi di competizione di livello più alto. Il 9 novembre è stata la volta della democratica Jasmine Crockett, il cui video di lancio sta già facendo parlare, che sfiderà un senatore repubblicano del Texas. Ma il panorama complessivo di tutte le candidature bipartisan ci sarà solo dopo il completamento del redistricting. La riformulazione dei confini cui ogni distretto è sottoposto ogni dieci anni tende generalmente ad avvantaggiare il partito o la fazione che controlla il distretto, spesso attraverso il gerrymandering, ossia strumentali manipolazioni dei confini per mantenere o allargare i propri consensi. Allo stato attuale delle cose Trump sta intervenendo in diversi redistricting, alcuni dei quali sono sotto controllo giudiziario.
In generale, se è vero che esiste una forte spinta popolare verso politiche di stampo progressista – confermata dall’ascesa dei Dsa, dal cambio generazionale e dall’enorme partecipazione registrata agli eventi del Fighting Oligarchy Tour di Bernie Sanders e di AOC – è anche vero che l’establishment persiste nel voler mantenere lo status quo.
Fatta eccezione per un forte ma generico sentimento anti-trumpiano, che ha portato in piazza milioni di persone in manifestazioni nazionali come Hands Off! e No Kings Day, anche questa volta l’establishment democratico non ha dimostrato di essere intenzionato a spostarsi su posizioni progressiste. Sono rimasti praticamente intatti i meccanismi di fundraising legati a big corporation, lobby e gruppi di potere che sovvenzionano i politici incidendo conseguentemente sulle loro scelte. Certo è che le variabili che giocheranno anche nelle prossime elezioni di medio termine sono infinite e cambiano a seconda della competizione. Nei distretti in cui i moderati più o meno supportati dal big money prevalgono e i progressisti rischiano di favorire il passaggio ai repubblicani, gli stessi leader locali progressisti tenderanno a scoraggiare le sfide. Viceversa in seggi controllati dall’establishment ma dove il seggio è vacante o dove l’incumbent è ricandidato ma vulnerabile per i più vari motivi le candidature progressiste renderanno quelle sfide oggetto di alta competizione.
La realpolitik del controverso, ma emblematico, endorsement di Mamdani e Ocasio Cortez ad Hakeem Jeffreys
Ancora una volta l’esempio di New York può risultare emblematico, con la decisione di Zohran Mamdani e di AOC di non dare il loro endorsement al consigliere cittadino membro dei DSA Chi Ossé, candidatosi come sfidante di Hakeem Jeffries in novembre. Dopo avere ascoltato le perplessità di Mamdani, il 48% dei Dsa di New York ha votato a favore di Ossé o si è astenuto, mentre il 52% ha votato in accordo con il sindaco eletto, portando Ossé a ritirare la candidatura. Dato che Ossé fu membro dei Dsa per pochissimi mesi nel 2020, durante la sua prima corsa per il City Council, per reiscriversi solo quest’estate dopo la vittoria di Zohran Mamdani, la sua relazione con i DSA è risultata piuttosto ambigua anche secondo il giornalista e scrittore Ross Barkan, uno dei nostri contatti più frequenti e attendibili. Tuttavia non è mancato un certo scontento. Per fare chiarezza sulla situazione ci siamo rivolti agli Italians for Zohran di cui riportiamo due brevi estratti di Alessandra Ferrara, laureata in Politica internazionale, particolarmente attiva nella sezione newyorkese dei Dsa dove tiene corsi e gruppi di lettura e di Steve Cerulli, accademico e giornalista specializzato sulla Diaspora Italoamericana.
«Hakeem Jeffries è uno dei Democratici più potenti del paese, con un forte sostegno istituzionale», dice Alessandra Ferrara. «Ha una base solida nel suo distretto e un’altissima capacità di raccolta fondi a livello nazionale, in particolare tramite l’AIPAC, e quindi sfidarlo alle primarie significherebbe provocare severe ritorsioni da parte della leadership democratica, prosciugare le limitate risorse del movimento e mettere a rischio gli eletti allineati al DSA già esistenti che dipendono da coalizioni fragili all’interno dell’ecosistema politico di New York. Inoltre una significativa maggioranza dei DSA è contraria all’impegno nelle elezioni federali, poiché la politica federale è di per sé ostile ai candidati socialisti: le campagne sono costose, i distretti spesso manipolati dal gerrymandering e controllati dagli interessi delle corporate. Questa fazione vede le elezioni municipali e statali come migliori opportunità per costruire istituzioni socialiste durevoli, mentre le campagne federali tendono a costringere a compromessi. D’altra parte c’è chi sostiene che il mancato endorsement a Ossé contrasti con il nostro principio basilare secondo cui il vero potere deve essere ricostruito dal basso: abbiamo bisogno di più candidati della classe lavoratrice, più candidati giovani, più candidati di colore. Quando automaticamente escludiamo sfide solo perché minacciano l’autorità consolidata, rischiamo di riprodurre le stesse gerarchie che critichiamo. Questo è il punto di vista più radicale all’interno del DSA al momento. Tuttavia è ovvio che ogni caso è a sé stante e questo lo è in particolare per le posizioni di tutti e tre i personaggi coinvolti.
«Ci sono due modi di considerare la cosa», dice Steve Cerulli. «Da una prospettiva ideologica e in un certo senso anche morale è deludente. Soprattutto considerando le sue posizioni sul genocidio in Palestina, il suo sostegno agli interessi del grande capitale e più recentemente il suo voto a favore della denuncia del socialismo. Da una prospettiva di realpolitik, però, può essere condivisibile che il movimento e l’energia di Zohran debbano concentrarsi sull’attuazione del suo programma per New York invece che sulle primarie. Questa è la sua scommessa. Solo il tempo dirà se questa strategia politica darà i suoi frutti. In definitiva, la questione mostra quanto l’elettoralismo sia limitante. Detto questo, non cambia il fatto che Mandami è favorevole all’organizzazione dei movimenti a livello locale. È sul territorio che si svolge il lavoro più importante».

