Potere e paranoia

12 Dicembre 2025

Rossana Lista

Questo contenuto fa parte di Osservatorio Autoritarismo

Nel fluire incerto della contemporaneità, entra in crisi il legame tra esperienza, conoscenza e fiducia. Dove tutto può essere falso, nulla può più essere davvero creduto. Fake news, deepfake, opacità algoritmica: tutto erode l’affidabilità del visibile. La paranoia emerge così come risposta strutturale.

Jorge Luis Borges, in L’immortale, scrive che accettiamo facilmente la realtà forse perché intuiamo che nulla è reale. Parole, queste, nelle quali si cela una leggerezza metafisica: accettiamo ciò che percepiamo instabile, soggetto al tempo e al linguaggio. Oggi, quel gesto sembra infranto. Non respingiamo la realtà perché falsa, ma perché ogni sua apparenza è sospetta. Viviamo in un tempo in cui l’accesso al reale è mediato, manipolato, differito. Il mondo ci arriva come immagini, frammenti, narrazioni contraddittorie; percezioni che sospettiamo alterate da poteri invisibili, algoritmi opachi, regie segrete. La realtà si mostra come simulacro, copia senza originale, superficie che nasconde altre superfici, e ogni verità rischia di perdersi in una spirale infinita. Al posto dell’intuizione borgesiana, oggi domina un’inquietudine epistemica: che cosa è vero? Chi stabilisce i criteri della realtà? Chi detiene il potere di dire: questo è reale?

Già da tempo lo statuto ontologico della realtà e della verità è entrato in crisi. La modernità, liberando il soggetto da fondamenti trascendenti, lo ha esposto alla vertigine di dover fondare da sé i criteri del reale. Senza garanzie ultime, il sapere resta vulnerabile al sospetto. Le teorie costruttiviste ricordano che il sapere è sempre situato; in psicoanalisi, con Lacan, la verità ha struttura di finzione, mentre la realtà è un effetto simbolico: rete condivisa di rappresentazioni, credenze e immagini. Il reale, distinto dalla realtà, sfugge alla simbolizzazione: non può essere detto, ma ritorna, insiste, lacera ogni montaggio di senso. Quando la rete simbolica si incrina – come accade nella psicosi o nelle grandi crisi culturali – il reale riemerge traumatico, e il soggetto reagisce con costruzioni paranoiche: griglie interpretative rigide, ossessive, che tentano di suturare lo strappo.

Così, la paranoia non è mera distorsione del senso, ma sua ipertrofia: eccedenza di significazione che cerca di colmare l’insignificabile. Là dove il simbolico vacilla, affiora il sospetto. Il delirio paranoico produce senso, genera coerenza, ma non tocca il reale, il buco, la ferita che lo fonda. È in questo scarto tra senso prodotto e impossibilità del reale che si annida il sospetto contemporaneo. Più che attacco alla realtà condivisa, la paranoia circonda il reale senza integrarlo.

Nel fluire incerto della contemporaneità, entra in crisi il legame tra esperienza, conoscenza e fiducia. Dove tutto può essere falso, nulla può più essere davvero creduto. Fake news, deepfake, opacità algoritmica: tutto erode l’affidabilità del visibile. Il mondo appare saturo di segni, ma privo di garanzie. La paranoia emerge così come risposta strutturale: filtro cognitivo che cerca ordine nel disordine, intenzione nel caso, nemici dove ci sono solo effetti sistemici.

Non è più solo patologia individuale, ma stile cognitivo collettivo, logica diffusa nella società. Negli anni ’50, Richard Hofstadter parlò di “stile paranoide” per descrivere un modo di credere che trasforma ogni evento in minaccia. A differenza della paranoia clinica, lo stile politico si carica di missione salvifica: scovare complotti per difendere l’ordine. Non conta la verità del complotto, ma il modo in cui viene creduto: con aggressività, sovraeccitazione, visione apocalittica e bisogno di purezza. È razionalità furiosa, iperlogica e ipermorale, incapace di accettare l’ambiguità del reale.

Questa logica trova una soglia decisiva con la Rivoluzione francese: da allora, la storia si popola di volontà occulte. A destra come a sinistra, ogni trasformazione è letta come effetto di intenzioni nascoste. Il pensiero paranoico rifiuta complessità e contingenza: preferisce coerenza totale a un reale inafferrabile. La paranoia si impone come macchina interpretativa totalitaria, sostituendosi alla trama disordinata della storia. Tuttavia, ogni regime può ribaltare lo stigma: ciò che per alcuni è delirio, per altri è veggenza.

Oggi, dove le istituzioni appaiono meno capaci di stabilizzare una realtà condivisa, la paranoia diventa scorciatoia verso la verità, via d’accesso privilegiata al reale incerto. È strategia difensiva, modo ordinario di accedere al reale. La conoscenza nasce da una ferita, risposta all’inganno, al fraintendimento, all’eccedenza del reale che sfugge a ogni tentativo di addomesticarlo. In questo senso, la paranoia non è solo sintomo patologico, ma specchio culturale: ci mostra la difficoltà a fidarci, a credere, a vivere nel vuoto che ogni verità lascia dietro di sé.

È su questa soglia instabile – tra simulacro e sospetto, tra delirio e desiderio di verità – che si colloca, seguendo quasi naturalmente il numero La passione dell’odio, il nuovo numero di Frontiere della psicoanalisi (1-2025, il Mulino, Bologna), dedicato alla paranoia. Come scrivono Maurizio Balsamo e Massimo Recalcati nell’editoriale che apre il volume, la vita collettiva del nostro tempo appare segnata da una presenza pervasiva della paranoia: non solo come effetto di eventi traumatici recenti, ma come tratto strutturale della modernità, dove l’odio verso l’Altro rovescia la melanconia in difesa identitaria e il perseguitato si trasforma in persecutore. I saggi raccolti attraversano clinica, filosofia, arte e letteratura, delineando una costellazione in cui la paranoia non è solo disturbo individuale, ma figura epistemica e affettiva del nostro rapporto con il sapere, il potere e l’Altro. La copertina del volume, Interno Assoluto di Nicola Samorì – una corrosione sulfurea dell’Ultima Cena che svuota il corpo di Cristo lasciando apparire solo spettri – introduce la posta in gioco: non la ricerca di un significato nascosto, ma l’esposizione di un enigma che resiste al senso. Come la paranoia, anche l’arte di Samorì mette in scena la crisi del credere e l’impossibilità della salvezza, mostrando ciò che nel visibile rimane opaco, ferito, non redimibile. La pretesa paranoica di fondare ogni segno su un’origine certa si rovescia, così, nel suo contrario: un vuoto che implode nel senso, e lo destabilizza.

Rossana Lista, di formazione filosofica, è caporedattrice della rivista Frontiere della Psicoanalisi (Il Mulino). Si occupa di Michel de Certeau, mistica, psicoanalisi ed epistemologia della conoscenza storica.

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