Una legge elettorale per il bipolarismo

27 Giu 2011

Michele Ainis

La legge elettorale (ahimè) vigente è forse la più impopolare tra le leggi italiane. Per forza: il sistema delle liste bloccate, per giunta lunghe come l’elenco del telefono, sequestra il nostro voto, perché ci impedisce di scegliere gli eletti.

La legge elettorale (ahimè) vigente è forse la più impopolare tra le leggi italiane. Per forza: il sistema delle liste bloccate, per giunta lunghe come l’elenco del telefono, sequestra il nostro voto, perché ci impedisce di scegliere gli eletti. La scelta è tutta in mano ai signori di partito, prima e perfino dopo le elezioni: difatti un altro marchingegno del Porcellum consente ai leader di candidarsi ovunque, risultando plurieletti, e decidendo poi la sorte di chi si trova in coda nella lista.

All’impopolarità di questa legge si somma la sua probabile incostituzionalità, a causa dei meccanismi che regolano il premio di maggioranza, svincolandolo da qualunque soglia minima. Significa che con 3 o 4 coalizioni a contendersi il primato elettorale, il 25%dei suffragi può ben tradursi nel 55%dei seggi, con un effetto di fortissima distorsione del voto. Né la legge Acerbo del 1923, né la legge truffa del 1953 erano arrivate a tanto. E infatti la Corte costituzionale, nel 2008, ha puntato l’indice contro «gli aspetti problematici» del premio. La persistenza (ormai da tre legislature) di una legge elettorale rifiutata dai medesimi elettori inocula un veleno nella democrazia italiana. Perché allarga la distanza fra governanti e governati, alimentando sentimenti di disaffezione verso le istituzioni. L’astensionismo elettorale, che ormai galleggia attorno al 40%, ne è la prova più eloquente. Da qui l’urgenza di correggere il Porcellum, che però sbatte contro un doppio ostacolo. Da un lato, il paradosso di Ernst Fraenkel: quando i riformatori coincidono con i riformati, ben difficilmente la riforma vedrà mai la luce. Dall’altro lato, le strettoie del giudizio di legittimità costituzionale, che rendono pressoché impossibile sottoporre alla Consulta le leggi elettorali. Una situazione disperante? Non è detto: talvolta la disperazione ti inietta in corpo le energie di un gladiatore. Siccome i politici italiani abitano ormai dentro un fortino assediato da truppe sovrastanti, è soprattutto a loro che conviene l’armistizio. E infatti sottotraccia le grandi manovre sono già iniziate. Nei giorni scorsi Bossi ha aperto alla riforma. Bersani sta posizionando le sue truppe. In Parlamento si moltiplicano proposte del più vario conio (31 soltanto al Senato). Sempre in Senato, la commissione Affari costituzionali sta completando un giro di audizioni. E nel frattempo incalza il referendum promosso da Stefano Passigli. C’è allora una preghiera da rivolgere agli eredi di Licurgo: non gettate via il bambino insieme all’acqua sporca. Non privateci del bipolarismo che fin qui ci ha garantito un’alternanza di governo. Non fatelo perché altrimenti uccidereste quel poco che rimane del principio di responsabilità: se sbagli a governare, avanti un altro. Non a caso quel principio risuona per ben 13 volte nel linguaggio della Costituzione. E dopotutto la democrazia non è che questo: un rendiconto quotidiano sull’uso del potere. Si tratta semmai di rafforzarlo, cancellando gli obbrobri del Porcellum. Può riuscirvi il doppio turno alla francese, ma sarebbe un progresso anche il regresso verso il collegio uninominale maggioritario, che abbiamo sperimentato fino al 2005. Insomma, una riesumazione della legge Mattarella, come propongono l’atto Senato 1549 e l’atto Camera 2421: quantomeno è un sistema bell’e pronto. Tuttavia anche il proporzionale può servire, purché irrorato da una linfa semplificatrice. In queste faccende è bene essere laici, senza impiccarsi ai propri gusti da tifoso. E allora delle due l’una. O il modello spagnolo, con liste bloccate ma corte (4 o 5 candidati), ritagliando i collegi sul territorio delle province: un modo per arginare la frammentazione, permettendo agli elettori di guardare in faccia gli eleggibili. O il voto di preferenza (nonostante i suoi svantaggi in termini di costi e corruttele), quando lo decidano i singoli partiti. È il sistema danese delle liste variabili: ogni forza politica stabilisce come presentarsi alle urne, e la sua opzione per le liste bloccate ovvero per le preferenze entra a comporre il giudizio sull’offerta del partito. Anzi: potremmo coniugare i due sistemi, contemplando liste variabili all’interno di collegi ristretti. D’altronde l’Italia si trova a metà strada fra la Danimarca e la Spagna.

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