Lettera ad Avvenire: Educare a una coscienza costituzionale

Lettera ad Avvenire: Educare a una coscienza costituzionale

Caro direttore, con il referendum alla spalle, sine ira ac studio, si può convenire che la impropria politicizzazione della contesa ha concorso a esasperarne e ad alterarne il senso. Ciononostante, in uno spirito di pacificazione nazionale, merita rimarcare il lato positivo di un confronto che, al netto di tali forzature, ha concorso a fare della nostra Costituzione un oggetto di conoscenza e di discussione. Io ho sostenuto le ragioni del No. Ma dissento dall’idea, coltivata da qualche comitato del No, di sopravvivere all’appuntamento referendario, di immaginare una propria proiezione politica. Sarebbe un errore e una contraddizione.

Proprio il No ben motivato si ispirava a una idea della Costituzione come patto di convivenza, come la Regola comune nel quadro della quale possano e debbano convivere tutte le parti e tutti gli indirizzi politici. Di qui il dissenso di metodo, prima che di merito, su una grande riforma espressione di una contingente maggioranza di governo. Intendiamoci: la massima che mi ha guidato e che ho cercato di argomentare era condensata nello slogan nonbastaunNo. Mi spiego: quale che fosse il giudizio di merito sulla riforma, quale che fosse l’esito del referendum su di essa, su politici, uomini di cultura, educatori incombe ora il compito di coltivare e promuovere la «coscienza costituzionale». Essa, notava con finezza il vecchio Giuseppe Dossetti, è concetto ancor più pregnante e impegnativo di quello più noto proposto da Jurgen Habermas di «patriottismo costituzionale». Trattasi dell’appropriazione personale e collettiva del senso / valore della Legge fondamentale (così amano definirla i tedeschi) intesa come patrimonio di principi e di regole che presiedono alla vita dentro la «casa comune» che è la Repubblica.

Dunque, dopo il tempo dei politici e dei costituzionalisti, è il tempo degli uomini di cultura e delle agenzie educative. Ha fatto bene Luciano Corradini (“Avvenire” di venerdì 16 dicembre 20 16) a ricordare che una dimenticata legge dello Stato impegna la scuola a promuovere «conoscenze e competenze» relative a cittadinanza e Costituzione. Dalle rilevazioni risulta che, trai giovani, il No ha registrato una larga maggioranza. È verosimile che le ragioni siano soprattutto attinenti al loro disagio, a una condizione di precarietà e di incertezza circa il loro futuro, assai più che al merito della riforma. Resta il fatto che, specie nei loro confronti, si richieda di svolgere un’azione di lunga lena per instillare quella coscienza costituzionale della quale si diceva. Mi sovviene l’accorato appello ai giovani che proprio Dossetti levò nel 1994: «Vorrei dire ai giovani: non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del 1948 solo perché opera di una generazione ormai trascorsa (…).

Non lasciatevi influenzare da seduttori fin troppo interessati non a cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola (…) e non lasciatevi influenzare da un rumore confuso di fondo che accompagna l’attuale dialogo nazionale. Perché semmai è proprio nei momenti di confusione e di transizione indistinta che le Costituzioni adempiono alla loro più vera funzione: cioè quella di essere per tutti punto di riferimento e chiarimento. Cercate quindi di conoscerla, di comprenderne in profondità i principi fondanti e quindi di farvela amica e compagna di strada».

Parole da, meditare con l’intento di ricucire le lacerazioni di ieri e di porre le basi per rinsaldare il patto di convivenza che ci tiene insieme oggi e domani.

Avvenire, 28 Dicembre 2016

(*) Deputato Pd e giornalista.

18 commenti

  • Ieri notte ho sognato di essere un bambino che trovava una bomba, la raccoglieva e scagliava. L’esplosione è stata tremenda, forse si è trattato del tuono e del fulmine del temporale, ma con mia meraviglia sono rimasto illeso.
    La mattina successiva ho visto in televisione la ministro Mogherini che teneva in parlamento la relazione sui teatri di guerra. La stessa ha elencato i tentativi di pacificazione della diplomazia internazionale a cui ha partecipato per l’Italia e in conclusione ha dichiarato il risultato fallimentare.
    Mi assale il dubbio che uno dei danni collaterali di queste guerre sia che lo spettacolo angosciante influisca a modificare il progetto del futuro facendolo diventare minimale. L’imperativo diventa: Non più la guerra. Tutti gli altri mali che sono in realtà quelli che procurano la guerra possono essere tranquillamente dimenticati. È già avvenuto di recente: All’inizio della crisi tutti i cittadini comuni erano d’accordo nel dire che bisognava riprogettare un nuovo sistema finanziario, perché l’attuale si presta alle speculazioni dei potenti riducendo alla fame intere popolazioni. Ma il vecchio sistema, il potere esistente può approfittare proprio dello stato di bisogno per fingere azioni umanitarie che non risolvono il problema alla radice. È facile pronosticare che il risultato di questa politica sarà di allargare ancora il divario fra chi sta bene e chi sta male e chi si sarà in qualche modo salvato sarà persino riconoscente verso chi ci governa.
    Nella speranza che ci sia una soluzione parto da qualcosa che avevo già riscontrato.

    Progettare il nuovo utilizzando il pragmatismo.
    Mentre tutti si dichiarano uomini del fare mi sembra essenziale entrare nel merito del fare, perché l’evidenza dell’Italia che è rimasta indietro e continua a rimanere indietro non spinga all’idea che fare sia un bene qualsiasi cosa si faccia. È opportuno non continuare a cadere negli equivoci dei giochi di parole. I politici proclamano al proprio interlocutore (colui che deve accettare il suo fare) che quanto vuol fare è quanto meglio possibile per farlo stare bene. È così che si possono far passare giochi di convenienza per innovazioni volte al progresso.
    Il pragmatismo non sia una modalità del fare priva di qualsiasi regola e che così in nome di se stessa elimina la possibilità di qualsiasi critica costruttiva. In questo modo pragmatismo acquisirebbe lo stesso significato negativo già assunto dal messaggio di Machiavelli che in realtà ha detto cose molto diverse da quanto sintetizza la frase da lui in vero mai detta: Il fine giustifica i mezzi.
    Facciamoci spiegare da un esperto che cosa è veramente il pragmatismo. (rileggendo Io e dio di Vito Mancuso)
    Albert Schweitzer, padre nobile della fede non dogmatica del novecento mi sembra persona che veramente può esprimere la modalità più vera per seguire il criterio pragmatico:

  • Albert Schweitzer, padre nobile della fede non dogmatica del novecento mi sembra persona che veramente può esprimere la modalità più vera per seguire il criterio pragmatico: «Nella religione vi Ieri notte ho sognato di essere un bambino che trovava una bomba, la raccoglieva e scagliava. L’esplosione è stata tremenda, forse si è trattato del tuono e del fulmine del temporale, ma con mia meraviglia sono rimasto illeso.
    sono due correnti diverse: una non dogmatica e l’altra dogmatica. .Quella che non è dogmatica si basa sulla predicazione di Gesù; la dogmatica si basa sui credo della Chiesa sono due correnti diverse: una non dogmatica e l’altra dogmatica. .Quella che non è dogmatica si basa sulla predicazione di Gesù; la dogmatica si basa sui credo della Chiesa antica e della Riforma. La religione non dogmatica è fino a un certo punto l’erede della religione razionalistica. È etica, si limita alle fondamentali verità etiche, e si sforza per quanto è in suo potere di rimanere in buoni rapporti col pensiero. vuole realizzare nel mondo parte del Regno di Dio. Si ritiene identica alla religione di Gesù »
    Coloro che appartengono alla religione non dogmatica rifiutano di accettare un’idea o un precetto senza pensare, rifiutano di obbedire senza riflettere, rifiutano di piegare a priori la ragione all’autorità del dogma. La fede non dogmatica come assoluto non pone il dogma (l’idea di Dio e delle dottrine che si sono fatte gli uomini) ma il bene concreto. Il suo statuto veritativo non è di tipo dottrinale, ma pragmatico, quindi molto vicino al pragmatismo. Il pragmatismo è una corrente filosofica di origine americana secondo cui la verità di una proposizione dipende dalla prassi che genera: «Il significato di un concetto sta nella differenza concreta che per qualcuno produrrà il suo essere vero». Un celebre esponente del pragmatismo, Willliams James, gioca un ruolo importante per la filosofia della religione e della teologia americana e la cosa non è casuale perché uno dei primi pragmatisti fu Gesù, che parlava dell’albero che si riconosce dai frutti (« dal frutto si riconosce l’albero», Matteo12,33) e dell’uomo che viene giudicato in base alle sue azioni («Dai loro frutti li riconoscerete; si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? », Matteo 7,16). Non a caso James presentando il pragmatismo, lo definiva « a new name for old ways of thinking », un nome nuovo per un vecchio modo di pensare.
    I politici si esprimono sempre con la seguente frase: «per fare politica, bisogna sporcarsi le mani». Il problema è di come ci si sporca le mani; Schweitzer se le è sporcate nel modo giusto e perciò è credibile.
    Il vero obiettivo del fare pragmatico è che persegua con continuità nel tempo l’intento di far procedere la comunità nel suo insieme verso lo star meglio.
    L’azione innovativa tradisce completamente la propria essenza di innovazione se non si attiene alla regola precedente mentre viene esplicata (la sua prassi).
    Allo scopo di…

  • Allo scopo di individuare un programma per un’azione pragmatica generale lo stesso potrebbe basarsi su queste considerazioni:
    La scelta innovativa vera scaturisca dall’esame distaccato e oggettivo di quanto affligge il presente. Proprio perciò dovrebbero essere ascoltati non tanto coloro che stanno bene ma attentamente proprio coloro che stanno subendo le situazioni di maggior disagio in termini di perdita di dignità.
    Io vedo i genitori dei bambini morti sotto le bombe piangere disperatamente. Esiste sicuramente un senso della vita della gran parte degli uomini per il quale diciamo che uccidere il proprio figlio è contrario ai principi morali dell’uomo.

    Non dimentichiamoci il giusto pragmatismo e cerchiamo di utilizzare lo sterco del diavolo, il denaro, come si fa in campagna con i rifiuti organici che si somministrano nella giusta misura dove ce n’è bisogno innaffiando le piante opportunamente per dare alle stesse il nutrimento delle sostanze contenute mentre il sole le irrora di energia vitale. La giusta distribuzione del denaro nelle culture umane della società è altrettanto funzionale alla crescita giusta e sostenibile delle concimazioni sapienti del contadino nelle coltivazioni agricole.
    Le fantasie che seguono sono destinate a rimanere tali, se le grandi potenze spirituali non trovano la forza di esprimersi con ancora più pragmatismo di quanto già meritoriamente fanno e trascinano i governi ad adeguarsi.

    I Costituzionalisti, come Rodotà, inseguono disperatamente i diritti dell’uomo mentre i gestori della società trovano ogni accorgimento per sfuggire agli stessi che secondo i monetaristi le impedirebbero di progredire.

    (Democrazia significa governo del popolo, allora per attuarla è necessario dare ad ogni cittadino il più possibile di potere e responsabilità)

    Nel caso della repubblica italiana come per tutti gli altri Stati che si dichiarano con grande enfasi essere democratici piuttosto che di democrazia si dovrebbe parlare di governo per delega ottenuta attraverso le elezioni. Si tratta quindi di una rappresentocrazia ottenuta per elezioni popolari, regolamentata mediante la Costituzione.
    Le Costituzioni degli Stati cercano di sopperire a questa incoerenza iniziale, adoperandosi per esprimere leggi che intervengano a indirizzare il comportamento dei cittadini in modo che la società si avvicini il più possibile all’obiettivo di far godere a tutti contemporaneamente la migliore vivibilità. Ma i cittadini si assuefanno piuttosto che alle regole dettate dalla Costituzione a tutto il complesso gioco di condizioni che intervengono in conseguenza delle relazioni esistenti nella società come si presenta al suo attuale stadio di evoluzione. Succede così che la vivibilità dei cittadini non rispetta la necessità di essere soddisfacente in modo almeno comparabile per tutti i cittadini e che inoltre solo pochi fra gli stessi hanno modo di partecipare alle decisioni mentre gli altri non possono nemmeno far sentire la…

  • Le istituzioni dello Stato dovrebbero invero rendere possibile che il potere di prendere decisioni venga assegnato per periodi limitati a politici diversi, quelli che vincono le elezioni. La realtà invece non rispecchia questi buoni proponimenti. Si è consolidata infatti nella società umana una modalità di gestione delle relazioni interpersonali e sociali che viene resa possibile esclusivamente dall’uso del denaro e quest’ultimo viene in gran parte distribuito da chi ha il potere e si trova così ad aumentare ancora sia l’uno che l’altro.
    L’artificio del denaro filtra le relazioni umane, rendendole possibili o impossibili e di conseguenza attribuendo ai comportamenti del singolo uomo la concreta prerogativa di essere o non essere compatibili col diritto di fare. Essendo mancato l’impegno ad esprimere nella carta dei diritti dell’uomo un riferimento preciso al denaro è risultato che lo stesso si ritrova a essere regolamentato da leggi che si riferiscono piuttosto a se stesso, il denaro, e solo eccezionalmente ai diritti dell’uomo. Il denaro riesce a dare significato ambiguo a qualsiasi definizione si dà allo stesso ed altrettanto alle qualità che gli si attribuiscono. Si dice: il denaro è solo uno strumento ed anche che il suo scopo migliorativo è quello di rendere meglio vivibile la società sostituendo la prepotenza del potente con le meno aspre transazioni commerciali. Ma il denaro invece di assolvere al meglio a questo compito risulta essere proprio il mezzo più facile per chiudere la bocca a chi ha qualcosa da dire (che altro vuoi? Sei stato pagato.). Succede che ogni bene quanto più è vendibile tanto più facilmente si trasforma in denaro e così che lo stesso ha contribuito a dare una spinta molto importante al progresso degli uomini nel senso soprattutto tecnologico cioè votato all’accrescimento della produzione dei beni. Ma a questa produzione, divenuta smisurata, non corrisponde (proprio perché non è stato elaborato un criterio di corrispondenza fra i diritti dell’uomo e il denaro) una distribuzione del denaro commisurata alle necessità e ai buoni desideri dei cittadini ma alla loro capacità di accumularlo e perciò, poiché i beni si acquistano col denaro, mentre esistono grandi quantità di beni disponibili (addirittura fino a trasformarsi in spazzatura), c’è chi (pochi) ha troppo di tutto, chi ha poco (molti), chi ha niente e soffre moltissimo. Nel sistema, così come si è evoluta la società, non è possibile fare niente senza il denaro che sembra essere una sorta di energia usata dal motore di una macchina; in realtà invece le attività produttive potrebbero benissimo essere eseguite da uomini competenti che ne avessero la volontà, se agli stessi fosse dato non il denaro ma tutto il necessario per vivere e per produrre. Se l’urgenza non fosse imposta dalla necessità di fare soldi e le manchevolezze delle relazioni fra i cittadini fossero risolte in altro modo (da inventare), tutti vivrebbero bene senza bisogno del denaro…

  • Voglio dire che la società avrebbe modo di evolvere verso un progresso in cui le attività umane provvederebbero a distribuire nel modo migliore possibile non più il denaro ma direttamente i beni secondo necessità e giuste aspirazioni dei cittadini. Anche quest’ultima asserzione che è sorretta dalla logica che non si possono far dipendere le capacità dell’uomo dagli espedienti che l’uomo stesso ha creato e crea, si rivela nella situazione attuale essere un modo per approfittare della voglia di chi lavora di sentirsi realizzato nel fare, per non dargli la giusta remunerazione. Tutto concorre ad ottenere il risultato di far accrescere il denaro di chi già lo possiede e non distribuirlo per la migliore vivibilità di tutti.
    Allora eliminiamo ogni ambiguità e affermiamo che è funzione fondamentale del denaro quella di promuovere i diritti di ogni individuo che appartiene alla società e regolamentiamo tutte le ulteriori leggi relative al denaro facendole conseguire proprio da questa affermazione di principio.
    Può sembrare che utilizzare il denaro come strumento dispensatore di diritti li declassi, mentre dobbiamo distinguere fra il loro valore morale (che serve a individuare le prospettive del vivere nel modo migliore possibile sia dell’individuo che dell’intera umanità) dalla pratica attuazione della evoluzione della società verso il loro raggiungimento (che passa attraverso continui tentativi di prove di cambiamento mirate alla loro migliore realizzazione).
    Allo scopo di smantellare una muraglia che sembra inespugnabile e cercare di perdere la visione omocentrica che facilmente, in quanto assoggettati alle catene delle proprie abitudini, inaridisce i tentativi umani di andare oltre i propri comportamenti per acquisire una nuova dimensione, credo opportuno anteporre ai diritti dell’uomo i diritti della vita.
    Dobbiamo distinguere chiaramente fra due diritti che si contrappongono e nello stesso tempo si affiancano. Il diritto della vita di continuare a perdurare nel tempo e il diritto alla vita di ogni sua forma. Questi due diritti sono insiti nel fenomeno della vita regolati da quello che è il principio ecologico di modo ché è funzionale alla vita (è diritto della vita come esperimento globale) che la gazzella mangi l’erba ed il leone la gazzella mentre ciascuno dei tre organismi viventi ha diritto di agire come è imposto al proprio ciclo vitale.
    All’uomo è dato di appartenere al fenomeno della vita sulla terra e contemporaneamente averne qualche conoscenza. Quando formula i propri diritti e cerca di soddisfarli non può prescindere da quanto riesce a conoscere della propria esistenza e dell’ambiente in cui vive.
    Quanto segue diventa perciò obbligo dell’uomo.
    Cambiare l’economia della società per risolvere il dissidio esistente fra la stessa, i diritti dell’uomo e il diritto della vita di cui l’uomo è solo parte.
    La specie vivente dell’uomo ha fra le sue specificità quella che i suoi componenti vivono nella società umana.

  • La specie vivente dell’uomo ha fra le sue specificità quella che i suoi componenti vivono nella società umana. Vivere nella società umana significa essere un partecipante alla stessa, mentre l’insieme delle modalità attraverso le quali si può partecipare è la cultura dell’uomo. L’economia è parte essenziale di questa cultura, perché è l’insieme delle relazioni attraverso le quali i cittadini (gli appartenenti alla società) operano gli scambi di beni che dovrebbero permettere a ciascuno di vivere la propria esistenza e alla società di evolvere.
    Cambiare l’economia, mentre ce ne serviamo perché è essenziale a farci vivere nel contesto umano, non può svilupparsi in modo diverso che capire i processi evolutivi che l’hanno resa, come oggi si presenta, riconoscendone per quanto siamo capaci i difetti, e innescare stimoli adatti alla trasformazione che ci appare la più auspicabile.
    Potrebbe essere avvenuto nel modo seguente: all’inizio potrebbe esserci stata una situazione simile a quello che si avrebbe ancora oggi quando una nave con un equipaggio di uomini e donne, qualche centinaio di persone facesse naufragio su un’isola tanto lontana dal mondo, così detto civile, da non avere alcuna relazione con le altre popolazioni della terra.
    In una società che fosse limitata nel numero di associati e in cui proprio perciò le relazioni fra gli individui comportassero modalità di comportamento adatte alla costruzione di solo piccole differenze caratteriali, l’economia potrebbe, senza dubbio alcuno, essere definita come l’insieme di relazioni e comportamenti attraverso cui gli individui si aiutano vicendevolmente durante l’arco della propria esistenza. Economia e solidarietà corrisponderebbero ad un unico significato. Le relazioni interpersonali e i comportamenti messi facilmente a fuoco, avendo preso come modello una situazione semplice perché privata delle ambigue complessità conseguenti dall’evoluzione naturalmente disordinata che si è conclusa raggiungendo la enorme dimensione della popolazione attuale, corrispondono perfettamente a quanto viene espresso da quelli che chiamiamo principi morali o diritti dell’uomo.
    Qualsiasi attività di individui umani attraverso le quali gli stessi tradissero questo principio di solidarietà su cui si fonda la società sarebbe sicuramente da considerarsi antieconomica.
    L’affermazione più frequente che si contrappone con grande efficacia all’instaurazione dell’economia solidale è che essere ricco non è un reato.
    Però possiamo affermare, almeno con uguale vigore, che avere privilegi enormemente superiori rispetto agli altri è una estremamente dannosa distorsione economica (contraria alla solidarietà).
    La dimensione enorme e la complessità della comunità umana attuale comporta, purtroppo, che la società umana porti ad un grado di esasperazione quanto accade in altre forme di vita molto più semplici quando gli individui diventano troppi rispetto alla disponibilità di sostentamento del territorio che li…

  • Ma il sistema umano è nettamente peggiore perché non rispetta il principio ecologico, cioè consuma più di quanto la natura è capace di rigenerare ed oltretutto non dà il necessario a tutti gli uomini perché una parte degli stessi consuma assurdamente, spropositatamente di più del necessario.
    Per saperne qualcosa è evidentemente opportuno tentare di capire come ha proceduto l’evoluzione dell’uomo e della società.
    L’umanità ha attraversato gli stadi della propria evoluzione, modificando non soltanto la propria essenza individuale ma contemporaneamente le modalità della convivenza degli individui che le appartengono.
    Il processo di evoluzione ed espansione, colonizzando i territori, ha comportato l’instaurarsi nel tempo della eterogeneità delle società umane sulla terra.
    Per i millenni, precedenti al momento attuale, ogni individuo ha avuto la capacità di vivere in relazione con un limitato numero di suoi simili, da ciò è conseguito il modo naturale di comportamenti fra vicini e perciò si sono costituite società diverse, corrispondenti a ciascun territorio di dimensioni umane. Ciascuna di queste società ha sviluppato sospinta dall’aumentata capacità dei singoli la propria capacità di espandersi ed è entrata in conflitto con comunità vicine sicuramente definite da società diverse cioè fondate su comportamenti dei cittadini, diversi.
    Possiamo leggere la storia degli uomini, prescindendo dai fatti episodici, come un susseguirsi di cicli in cui le società si sono contrastate utilizzando energie di potenza sempre maggiore e hanno così modificato i comportamenti sia dei propri cittadini che di quelli antagonisti e il ciclo è proseguito con i cittadini che modificando i propri comportamenti hanno indotto di conseguenza modifiche alle società di appartenenza.
    Durante il secolo ventesimo i conflitti si sono ingigantiti dando luogo alle due così dette guerre mondiali. È avvenuto il coinvolgimento di intere popolazioni senza che gli individui ne fossero pienamente consapevoli. Le spinte operate per fare agire le grandi masse hanno trovato terreno fertile nei caratteri di individui forgiati dai millenni di conflitti precedenti. Il diritto della prepotenza del più forte aveva soppiantato nella concretezza dell’evoluzione il diritto della vita sostenuta dall’economia solidale, basata sulla partecipazione dei singoli. Ciascuna massa contrapposta ha affermato con estrema forza noi abbiamo il diritto e così ha cercato di escludere le altre masse di persone altrettanto decise a far valere i propri diritti. Da questa evoluzione ereditiamo quindi il diritto alla prepotenza che basa la propria esistenza sui rapporti di forza e sicuramente non è foriero di fare solidale ma piuttosto della sottomissione dello sconfitto al proprio sfruttamento.
    Rileggendo quanto già scritto proprio per scoprire i punti deboli del mio ragionamento, ho individuato questo argomento effettivamente serio, che avevo già intuito, ma avevo trascurato non so dire neanche io…

  • La conflittualità è stata fino ad oggi la spinta più forte all’evoluzione tecnologica della società umana. Se facciamo coincidere economia e solidarietà corriamo il rischio eliminando la conflittualità di eliminare le spinte verso l’innovazione.
    Questi meccanismi (i procedimenti concreti e le organizzazioni) che fino ad oggi hanno convissuto con le dinamiche dell’evoluzione sembrano avere questa impostazione: qualche individuo con enorme curiosità, vissuta come fosse l’unica missione della propria esistenza, individua nella cultura vigente qualcosa di irrisolto e vi si dedica con tutta la carica di energia di cui dispone; per poterlo fare non trova altro modo che cercare appoggio in chi comanda nella gestione del potere che solo lo può esentare da tutte le altre incombenze della vita. Succede così che godono di questi favori coloro che studiano e inventano sistemi tecnologici che più giovano a chi comanda per mantenere il potere o che comunque possano essere usati per tale scopo.
    Il criterio esposto in precedenza, ben lubrificato dall’uso del danaro mirato alla massima capitalizzazione si è diffuso e si è rafforzato ad ogni ciclo di conflittualità ed espansione, riducendo il diritto umano a quello del più forte e la solidarietà dal ruolo economico a quello di arricchimento con la soddisfazione del ricco per la propria bontà tanto impegnata alla carità verso i derelitti. Se questa società mi permette una vita tanto piena di soddisfazione, perché dovrei cambiarla? Perché non rispecchia i principi di umanità ed ecologico dell’esistenza della vita.
    Dobbiamo evidentemente cercare di scoprire un modo diverso di governare la conflittualità che è essenziale all’esistere vivendo. Mi verrà detto che a questo servono le costituzioni degli Stati, ma se il risultato è stato aver dato veste istituzionale al diritto della prepotenza, dobbiamo convenire che nelle stesse esistono molte manchevolezze da correggere.
    Vediamo in che modo, utilizzando quanto detto finora, possiamo riuscire a focalizzare i punti per i quali lo stato della società mondiale e della sua cultura appaiono più chiaramente insufficienti alla realizzazione di vita soddisfacente delle persone.
    Cerchiamo di essere pragmatici già nella costruzione di questa analisi e perciò poniamoci l’obiettivo, e cerchiamo di non dimenticarlo mai, che la comunità umana viva rispettando la carta dei diritti dell’uomo eventualmente corretta quando gli stessi portano a contraddizioni rispetto al principio ecologico della vita.

  • Le Nazioni Unite, riunite in assemblea generale il 10 dicembre 1948, promulgarono La dichiarazione dei diritti dell’uomo che esortano tutta la popolazione del mondo alla coerenza con la propria appartenenza all’umanità e perciò ad attenersi a regole di comportamento che non contraddicano i principi di seguito esposti:
    ogni individuo, senza alcuna distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o sociale (fa parte della comunità umana),
    ha diritto alla vita,
    alla libertà e alla sicurezza della sua persona;
    al riconoscimento della propria personalità giuridica,
    all’eguaglianza di fronte alla legge,
    a far ricorso alle competenti giurisdizioni nazionali nazionali contro gli atti che violino i suoi diritti a norma della Costituzione delle leggi dello Stato;
    a non essere arbitrariamente arrestato, deportato detenuto;
    alla presunzione di innocenza se accusato di un reato;
    a non essere condannato per azioni ed omissioni che al momento in cui sono state commesse non costituivano reato,
    a non essere oggetto di ingerenze nella propria vita privata;
    a circolare liberamente entro i confini di uno stato;
    a cercare di ottenere asilo in altri paesi di fronte a ingiusta persecuzione;
    a una nazionalità;
    a crearsi una famiglia;
    alla proprietà;
    a cambiare religione o manifestare le proprie opinioni religiose;
    alla libertà di espressione e d’opinione;
    alla libertà di riunione e di associazione pacifica;
    a partecipare alla direzione degli affari pubblici;
    alla sicurezza sociale;
    al lavoro e alla libera scelta del proprio lavoro;
    al riposo e allo svago;
    a un livello di vita sufficiente per la salute e il benessere proprio e della propria famiglia; alla educazione e alla istruzione;
    alla partecipazione alla vita culturale

    Analisi delle cause di inosservanza e dei risultati insoddisfacenti dell’esortazione non seguita da pragmatismo realizzatore.

    Riprendiamo ogni punto:

    - Ogni individuo, senza alcuna distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o sociale (fa parte della comunità umana)
    Forse dobbiamo premettere che intendiamo essere individuo ogni essere vivente che nasce dal connubio di uomo e donna, perché in questo modo rimangono espresse le caratteristiche umane che non possono portare ad ambiguità nel proseguimento del discorso.
    L’individuo umano ha il diritto di appartenere alla comunità umana e come tale i suoi consimili che si comportano in modo umano devono avere per lui la considerazione che ciascuno ha per se stesso.
    L’ultima proposizione trasforma ogni diritto che venga espresso per l’individuo in dovere per gli altri individui e perciò per l’intera comunità con i propri comportamenti e questa è la società umana.
    L’insieme dei diritti e perciò doveri esprime il concetto fondamentale di comunità umana per il quale gli individui umani vi appartengono organizzandosi in società.
    Spero che ora si possa proseguire in modo più…

  • Spero che ora si possa proseguire in modo più costruttivo.
    Le caratteristiche di ogni individuo umano che lo rendono diverso dagli altri devono essere accettate dalla comunità umana quando non tradiscono il principio di appartenenza all’umanità e perciò non portano danno agli altri individui e alla comunità riunita nel patto sociale.
    Chi non si attiene a questo principio rimane comunque uomo ma può essere additato come individuo fuori dalla così detta società civile.

    (l’uomo)
    -ha diritto alla vita.
    Non è specificato se chi non permette ad altri individui di essere diversi, cioè di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica o sociale diversa abbia diritto alla vita.
    Io credo che in quanto uomo ha diritto alla vita (nessuno tocchi Caino) ma è da considerarsi fuori dalla società e come tale gli deve essere riservato un appropriato trattamento di limitazione nel contesto sociale senza trascendere in repressioni disumane.
    Per il fatto di essere uomo, nato da uomo e donna, aver diritto alla vita significa che ad un qualsiasi uomo non devono essere impedite, anzi per quanto possibile, devono essere date le condizioni per vivere.

    ( L’uomo che si attiene alle regole sociali acquisisce la qualità di cittadino e questo gli dà il diritto di esprimersi nel proprio modo di vivere)
    L’uomo che fa degnamente parte della società in cui vive deve godere per quanto possibile di indipendenza che, nella società per come oggi si è evoluta, significa avere il denaro necessario a scegliere le attività che gli si addicono senza portar danno agli altri e a se stesso.
    Il problema si sposta perciò dal singolo individuo a chi lo giudica degno. E cioè a come la società umana deve esprimere coloro che avranno il potere di giudicare. Oggi viene considerata risolutiva del dilemma la democrazia rappresentativa che elegge i governanti periodicamente attraverso il voto popolare. Per funzionare però, ha bisogno di una società in cui chi vota sia veramente nella condizione di scegliere e cioè capire il progetto e la affidabilità sociale di chi concorre per governare e altrettanto di far prevalere nella propria scelta i veri interessi sociali ai propri.
    Dobbiamo trovare il modo di fare crescere la società per avvicinare i cittadini alla condizione appena enunciata. Mi sembra necessario o addirittura obbligatorio che il voto esprima due entità diverse: il legislatore e il governante e che le ingerenze reciproche siano ridotte al minimo.
    Dall’osservazione dell’attualità riscontriamo che i governanti, molto coinvolti nelle esigenze del fare, chiedono a gran voce che non si mettano troppi paletti alla loro azione e perciò hanno sospinto con forza chi fa le leggi a instaurare procedure di comportamento per cui la decisione venga presa facilmente. Il legislatore si è trasformato in questo modo da colui che esprime i principi ai quali il cittadino si deve attenere per avere il buon comportamento a chi detta le procedure del buon comportamento.

  • Leggendo (rectius, tentando di…) i dieci contributi del lettore qui sopra, mi sono tornate in mente le parole di George Eliot: “Blessed be the man who, having nothing to say, abstains from giving evidence of the fact”.

  • Sono sempre comunque a caccia di fertili errori.
    Ne è nata la burocrazia deresponsabilizzante e deresponsabilizzata, che tanto più si semplifica, cercando di togliere paletti tanto più viene attaccata da chi dovrebbe eseguire senza essere pienamente convinto, che se ha coraggio e possibilità cerca tutte le scappatoie possibili per continuare a fare come crede. Mi sembra veramente importante un’altra considerazione: la tecnologia che fino a due secoli fa metteva a disposizione dell’uomo strumenti, ora gli propina automatismi. Gli strumenti rendevano meno pesante la fatica fisica; gli automi lo sollevano dalla fatica mentale e persino dalle decisioni. Dobbiamo però intenderci, gli automatismi vanno bene quando sollevano l’uomo da decisioni che riguardano unicamente l’individuo senza investire in modo perentorio la globalità. Vanno bene, cioè se possono essere intesi, sotto un certo aspetto, come estensione delle funzioni del nostro sistema nervoso per le sue attività vitali non percepite dalla coscienza perché imposte da necessità a cui non si può fare opposizione. Dobbiamo quindi aver chiaro che la società umana se vuole sopravvivere alla propria evoluzione non può farsi governare dagli automatismi inventati dallo stesso uomo.

    Ogni volta che un automatismo investe non più l’uomo singolarmente ma la società e quindi la comunità degli uomini la società umana dovrebbe imporre procedimenti di utilizzo di quell’automatismo farlo cioè regredire nelle sue funzioni a strumento e l’uomo deve prendersi tutta la propria responsabilità, usandolo nel modo consentito, cioè mai contro la comunità e l’ambiente in cui vive.

    Dobbiamo prestare grande attenzione al concetto espresso in precedenza perchè in esso risiede, secondo me il fluire e rifluire del saper vivere fra individuo e società e società e individuo che si traduce nell’evoluzione della specie. Negli individui probabilmente insieme ai primordi il pensiero e le relazioni col prossimo. Prima evoluzione la parola per facilitare la comunicazione e poi il linguaggio che si è riflesso sull’individuo ampliandone il pensiero. La scrittura e le altre forme di cultura sono pericolose quando non ritornano al pensiero individuale per acquisire coerenza evolutiva.
    Ma la burocrazia più subdola è quella che condiziona le persone inconsapevolmente. Lo Stato che è l’organizzazione preposta al governo della società è costituito da individui che proprio per governare non possono prescindere dal consenso dell’opinione pubblica e perciò tendono naturalmente a condizionare i cittadini. Io credo che ci sia un solo modo per contrastare la burocrazia dell’inconsapevolezza, e sia estendere il più possibile il potere ai cittadini infatti solo l’esercizio di potere e responsabilità crea l’esigenza e l’abitudine ad acquisire consapevolezza. Procedendo nell’esame accurato degli altri diritti dobbiamo riuscire a scoprire criteri pragmatici di attuazione.

    (il cittadino ha…

  • -alla libertà e alla sicurezza della sua persona;

    Evidentemente l’aver considerato insieme le due entità ha il significato che il cittadino deve poter vivere senza limitazioni dovute al sopruso di altri. Di questo si dovrebbe far carico lo Stato. Ma il compito dello Stato sarà tanto più semplice e produttivo di cultura sociale quanto più i comportamenti dei cittadini saranno improntati alle buone relazioni con quanti incontra sul proprio cammino. La situazione attuale come ho cercato di capire in precedenza è proprio l’opposto perché veniamo da millenni di conflittualità a tutti i livelli, dalle nazioni con le loro moltitudini via via scendendo nel numero a parti di nazioni, città, singoli cittadini.
    Bisogna evidentemente partire col ricostruire l’economia solidale nei circondari a misura d’uomo. Ogni circondario si deve organizzare per gestire la propria economia solidale. Il criterio può essere che per ogni circondario l’istituzione che ad essa presiede gestisca l’unica banca locale permessa nella quale i cittadini che risiedono depositano il proprio denaro che verrà utilizzato nel modo concorde con la sua definizione data in precedenza. L’istituzione è obbligata, per attuare il concetto di economia identificata nella solidarietà, a dare ad ogni cittadino l’aiuto in caso di bisogno e alla comunità l’impegno alla buona gestione degli adempimenti in comunione e sociali. Nei riguardi del cittadino depositante la banca opera azione di consulenza in tutte le evenienze particolari in cui intervengono somme di denaro ritenute fuori della gestione ordinaria, inoltre nei casi di basso reddito integra lo stesso per raggiungere la capacità di vita dignitosa. Naturalmente l’evidenza contabile deve essere la più chiara possibile e a disposizione di tutti. Solo l’ente circondariale ha il diritto di esigere tasse dai suoi cittadini e solo lo stesso può avere relazioni di scambi monetari con circoscrizioni territoriali più ampie fino allo Stato. Queste operazioni rientrano nelle evidenze contabili sia come preventivi che consuntivi.
    Per capire se il procedimento che sto immaginando avrebbe buoni risultati pratici, dobbiamo pensare alle influenze reciproche che lo stesso avrebbe con l’evoluzione che sta avvenendo sospinta, come quasi sempre accade, dalla innovazione tecnologica. Probabilmente oggi la innovazione tecnologica che influenza più di tutte la cultura dell’uomo è costituita dalle nuove tecniche di trasmissione a distanza Questa tecnologia permette infatti di diffondere con immediatezza qualsiasi idea innovativa a tutti gli altri uomini capaci di connettersi a costi pressoché nulli. In tutti i posti della terra si possono scegliere le tecnologie più adatte ad utilizzare nel miglior modo possibile le risorse del territorio. Si intravedono nuovi scenari con l’energia delle fonti rinnovabili e meccanismi prodotti in qualsiasi luogo tramite le stampanti a tre dimensioni. È rivoluzionario in senso positivo risparmiare l’energia…

  • È rivoluzionario in senso positivo risparmiare l’energia necessaria al trasporto dei beni.
    Questa evoluzione imposta con tanta forza dalla innovazione spero possa salvaguardarci dal pericolo di una società rivolta troppo a guardare solo i problemi locali. Utilizzando le nuove tecnologie le banche dei circondari si potrebbero collegare in rete e la tessera magnetica col codice fiscale potrebbe essere usata come quella del bancomat dovunque sul territorio nazionale.
    È molto probabile che fra non molto tempo venga dispersa quella nebbia dietro la quale ogni cittadino che sia ricco o povero nasconde i propri averi con un sentimento simile al pudore per le proprie intimità. Oggi il ricco nasconde i propri averi per paura delle rivendicazioni del povero e delle tasse dello stato, il povero perché teme di essere valutato altrettanto male di quanta è la sua povertà. Gli stati d’animo che conseguono da questi atteggiamenti operano sugli individui imponendogli comportamenti individualistici ed asociali che impediscono le buone relazioni. Sono veramente curioso di vedere quale cambiamento culturale potrà portare l’inarrestabile perdita di privacy relativa al reddito dei cittadini. Non ci rendiamo conto di quanta libertà ci venga negata per il nostro atteggiamento che guarda con sospetto il prossimo estraneo alla famiglia. Penso che quando la spontaneità delle relazioni familiari, del tipo “cosa vuoi mangiare oggi?” si trasferisse almeno agli abitanti dei circondari a misura d’uomo, avremmo fatto un passo decisivo in avanti per una società molto meglio socializzata.
    Ma l’uomo si è evoluto espandendosi sul territorio e niente potrà frenare questa sua prerogativa.
    La conoscenza con il remoto oggi può avvenire anche in altro modo rispetto a quello tradizionale di recarsi sul posto. Le tecnologie della trasmissione a distanza ci permetterebbero di avere un atteggiamento molto più aperto con il mondo. Tuttavia i circondari potranno organizzare viaggi e vacanze di piacere.

    La questione della libertà investe altri aspetti, perché ciascuno oltre che con gli altri deve fare i conti con se stesso. L’uomo gode del massimo di libertà che gli può essere concessa , quando è messo in condizione di pensare bene, cioè in senso umano e di agire bene di conseguenza. La società umana deve aspirare a questa libertà e perciò deve mettere i suoi cittadini il più possibile in quelle condizioni.

    (il cittadino ha diritto)

  • Caro Palinuro,
    qualcuno altrettanto autorevole di Eliot mi dà un consiglio diverso che mi spinge a conservare la mia identità ed a proseguire in quelle mie tanto pallose tirature.
    Mi hanno regalato di Alessandro D’avena: L’arte di essere fragili; come Leopardi può salvarti la vita. … o non la letto, in tutt’altre faccende affaccendato…. Mi scusi.
    Come mi ha convinto; riporto.

    “Caro Giacomo,
    la mancanza di conoscenza di se stessi porta all’infedeltà a se stessi. Questa infedeltà può portare a due strade, una meno rumorosa dell’altra, ma ugualmente disperata.
    La prima, di cui ti ho già parlato in altre lettere, è fuggire da se stessi, scegliere vie illusorie ma protettive, viaggiare senza sosta, cercare fuori ciò che non si ha il coraggio di trovare dentro. Per mancanza di destinazione, ci si sottomette a copioni inadeguati, alle maschere, alla moda, alla fama. Si indossano abiti non nostri e quando si vorrebbe cambiare è troppo tardi per imprimere alla vita un nuovo inizio, cosa che ai tuoi tempi accadeva spesso.”

    Naturalmente il discorso prosegue con un pezzo dello Zimbaldone e l’altra strada che noi poveri mortali possiamo seguire sbagliando.
    Spero di aver La indotta a questa interessante lettura. Per conto mio cercherò di seguire la terza strada per avere ancora qualche ragione di campare. Un caro saluto Peppino.

  • Ed ecco l’errore o u precuc come diciamo dalle mie parti per ricordarmi forse la fragilità:
    Mi hanno regalato di Alessandro D’avena: L’arte di essere fragili; come Leopardi può salvarti la vita. … o non l’ha letto, in tutt’altre faccende affaccendato…. Mi scusi.
    Ritorniamo alle mie pallosità.
    (il cittadino ha diritto)
    -al riconoscimento della propria personalità giuridica,
    -all’eguaglianza di fronte alla legge,
    -a far ricorso alle competenti giurisdizioni nazionali nazionali contro gli atti che violino i suoi diritti a norma della Costituzione delle leggi dello Stato;
    -all’eguaglianza di fronte alla legge,
    -a far ricorso alle competenti giurisdizioni nazionali nazionali contro gli atti che violino i suoi diritti a norma della Costituzione delle leggi dello Stato;
    -a non essere arbitrariamente arrestato, deportato detenuto;
    -alla presunzione di innocenza se accusato di un reato;
    -a non essere condannato per azioni ed omissioni che al momento in cui sono state commesse non costituivano reato,
    -a non essere oggetto di ingerenze nella propria vita privata;
    -a circolare liberamente entro i confini di uno stato;
    -a cercare di ottenere asilo in altri paesi di fronte a ingiusta persecuzione;
    -a una nazionalità;
    ( vedi dopo i diritti che ho volutamente saltati)
    -a cambiare religione o manifestare le proprie opinioni religiose;
    -alla libertà di espressione e d’opinione;
    -alla libertà di riunione e di associazione pacifica;
    -a partecipare alla direzione degli affari pubblici;
    -alla sicurezza sociale;
    -al lavoro e alla libera scelta del proprio lavoro;
    -al riposo e allo svago;
    -alla partecipazione alla vita culturale

    Forse è meglio cominciare col dire che l’uomo ha il diritto di essere cittadino di uno Stato capace di fargli godere i diritti su descritti. In realtà mi sembra che questa attenzione tanto spinta alle situazioni particolari si traduca in debolezza. Credo che la casistica infinita delle situazioni particolari non possa trovare soluzioni che assomigliano alla realizzazione di un programma di computer che funziona quando tutto è stato previsto per avere le giuste risposte. In altro modo per fortuna funziona la mente dell’uomo che è capace individuare comportamenti molto più efficaci. Io penso che il lungo elenco precedente si possa risolvere con il pragmatismo dei risultati quando si stabilisce che chi nasce da uomo e donna, per questa sua qualità intrinseca debba essere ritenuto dagli altri uomini degno della massima attenzione, ed in grado di attribuire uguale dignità agli altri.
    Nella trasmissione su rai tre “presa diretta” ho visto i risultati per noi sbalorditivi del sistema carcerario Norvegese. Assomiglia moltissimo alle famiglie che danno sempre una nuova possibilità al figlio che sbaglia, naturalmente facendogli capire in che cosa prima aveva sbagliato. La necessaria limitazione della…

  • Caro Peppino,
    premesso che nel mio intervento, decisamente al limite del sarcasmo, intendevo riferirmi al fatto che le Sue lunghe considerazioni mi sembravano esprimere considerazioni alquanto ‘altre’ rispetto al tema dell’articolo, desidero ringraziarLa per le Sue cortesi parole.

    Non le sfuggirà però che ognuno ha i suoi riferimenti – vive le différence – ed infatti ho appena terminato di rileggere, a distanza di molti anni, la Dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno, un trionfo del pessimismo della cultura.

    Auguri.

  • Caro Palinuro, grazie mi hai aiutato a …
    La rottura dell’originario mana (unità di uomo e natura) fa sì che si distinguano anche, secondo Horkheimer e Adorno, il linguaggio (la parola come segno) dall’immagine (parola come imitazione della natura). “Come segno, la parola passa alla scienza; come suono, come immagine, come parola vera e propria, viene ripartita fra le varie arti […]. La separazione di segno e immagine è inevitabile.” In questa sorta di divisione del lavoro teorico fra scienza e arte, per cui l’una conosce la natura senza somigliarle, l’altra si limita ad essere solo copia della natura, il neopositivismo, la scienza contemporanea, abdica totalmente alla tensione conoscitiva e si riduce a “gioco” matematico, chiuso in se stesso, con le sue regole automatiche, le quali non sono riferite direttamente alla realtà, tanto meno al pensiero inteso classicamente: “L’Illuminismo ha accantonato l’esigenza classica di pensare il pensiero – di cui la filosofia di Fichte è lo svolgimento radicale […].” Questa divisione del lavoro serve, dicono gli autori, all’autoconservazione del dominio sociale, nella misura in cui non solo elimina la possibilità della critica (il pensiero a stretto rigore non pensa, il linguaggio scientifico è un segno separato dalla realtà, l’arte è copia acritica della natura), ma preclude ogni possibilità all’uomo di conoscere. “Il pensiero si reifica in un processo automatico che si svolge per conto proprio, gareggiando con la macchina che esso stesso produce perché lo possa finalmente sostituire.”

    Ho cercato di rispondere all’esortazione di From nelle sue Conclusioni al suo Psicologia sociale, tenendo conto dei suggerimenti dei cultori del vero pragmatismo e delle tremende manifestazioni di difesa della biosfera che dissennatamente continuiamo a distruggere.
    Ogni volta che un automatismo investe non più l’uomo singolarmente ma la società e quindi la comunità degli uomini, la società umana dovrebbe imporre procedimenti di utilizzo di quell’automatismo farlo cioè regredire nelle sue funzioni a strumento e l’uomo deve prendersi tutta la propria responsabilità, usandolo nel modo consentito, cioè mai contro la comunità e l’ambiente in cui vive.

    Dobbiamo prestare grande attenzione al concetto espresso in precedenza perchè in esso risiede, secondo me il fluire e rifluire del saper vivere fra individuo e società e società e individuo che si traduce nell’evoluzione della specie. Negli individui probabilmente insieme ai primordi il pensiero e le relazioni col prossimo. Prima evoluzione la parola per facilitare la comunicazione e poi il linguaggio che si è riflesso sull’individuo ampliandone il pensiero. La scrittura e le altre forme di cultura sono pericolose quando non ritornano al pensiero individuale per acquisire coerenza evolutiva.
    È molto difficile ma mi sembra che non abbiamo scampo. Trasformare in pratica con grande pazienza la teoria di Horkheimer e Adorno.
    Saluti Peppino.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

 caratteri massimo. Il testo eccedente verrà troncato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>