Strage di via D’Amelio: le risposte che mancano

...è costante, nell’atteggiamento dello Stato nei riguardi della lotta alla mafia,
il fenomeno della delega,
cioè l’attenzione delle autorità centrali al fenomeno mafioso
non ha pressochè mai comportato un impegno collettivo,
per varie ragioni, o perchè considerato fenomeno regionale,
o perchè il problema è stato sottovalutato…..
si è sostanzialmente caricata una persona,
o un gruppo di persone, o un organismo,
che in certi momenti è stata l’intera magistratura,
senza che attorno e insieme a questa persona,
a questo organismo vi fosse una presenza collettiva
di tutte le istituzioni statuali nel suo complesso.

Paolo Borsellino….”Sai, Lucia”

Stragi, silenzi e riforme: di Stato, questa l’Italia che il 19 luglio di diciannove anni fa vide lo scempio della strage di Via D’Amelio, dove persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Agostino Catalano. Solo Antonio Vullo è sopravvissuto all’esplosione nonostante le gravi condizioni.
Ricordiamo che poco tempo prima, il 23 maggio 1992 vi fu la strage di Capaci dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta. Strage dopo la quale fu avviata la trattativa di alcuni rappresentanti delle istituzioni con i vertici di Cosa Nostra, dato accertato con la sentenza definitiva Borsellino bis, che mise in luce che tale trattativa fu uno dei fattori esterni che favorirono la decisione di porre in atto la strage di Via D’Amelio, luogo dal quale “sparì” l’agenda rossa del giudice Borsellino, che egli aveva sempre con sé, dove annotava minuziosamente ogni dato relativo alle sue indagini; tale documento avrebbe potuto fornire indicazioni determinanti sui mandanti esterni della strage.
La borsa che aveva sempre con sé, con dentro l’agenda, fu ritrovata intatta dopo l’esplosione, con dentro oggetti personali ma non l’agenda che Borsellino vi ripose prima di recarsi in Via D’Amelio il 19 luglio 1992, come hanno testimoniato la moglie e i figli.
In quelle pagine erano scritti appunti sugli incontri e colloqui che il magistrato ebbe con i collaboratori di giustizia e con rappresentanti delle istituzioni, elementi fondamentali per far emergere la complicità di pezzi dello stato con Cosa Nostra.
Solo oggi a diciannove anni di distanza, è emerso che a a premere il bottone del telecomando che fece esplodere la Fiat 126 carica di tritolo posta in via D’Amelio, che causò la strage, fu il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale dopo l’attentato avrebbe trattato direttamente con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Solo oggi si ha questa fondamentale verità giudiziaria che consentirà finalmente la revisione delle sentenze definitive. Si avrà la riapertura di processi basati su dichiarazioni di falsi pentiti quali Vincenzo Scarantino.
E’ proprio grazie alle dichiarazioni di Spatuzza (al quale guarda caso era stato rifiutato il programma di protezione per volere politico)  e Fabio Tranchina (un’altro picciotto di Graviano) che sono state verificate e riscontrate su tutti i punti, è stato possibile ricomporre la rete che per 19 anni aveva fatto sì che non si potesse ricostruire la trama dell’attentato.
Uno dei versanti su cui i pm svolgono le indagini, è proprio sulla scomparsa dell’ agenda rossa del giudice Paolo Borsellino, e sui “soggetti esterni” a Cosa Nostra e del boss Matteo Messina Denaro; con l’aggiunta di una deposizione di Stefano Lo Verso altro pentito palermitano che fu corresponsabile della latitanza di 12 anni di Bernardo Provenzano.
Secondo quanto gli avrebbe confidato il vecchio padrino, “solo cinque persone sono al conoscenza della verità sulle stragi, due sono morte, e gli altri siamo io, Riina e Giulio Andreotti”. Inoltre non mancano negli atti delle indagini, le testimonianze delle figure istituzionali chiave di quel periodo.
E’ da più di trent’anni che nel nostro paese non si prende atto da parte del ceto politico di governo, dei partiti, dei quali purtroppo nessuno, nemmeno l’opposizione, è rimasto estraneo a infiltrazioni mafiose seppure di diverso grado.
E’ ancora in atto, oggi più che mai, a causa dell’evidente e innegabile collusione tra politica e mafia, il tentativo di relegare sic et simpliciter, la questione al concetto liberatorio delle “mele marce”, all’illusione che qualche misura repressiva (che pure ci vuole), possa essere sufficiente.
Questa è la posizione minimalista che ancora campeggia in molti ambiti, compresi i mezzi di comunicazione, si pensi al fatto che questo governo si ritiene garante della lotta alla mafia adducendo il merito di aver arrestato molti boss mafiosi, manco che fosse merito di una classe politica super corrotta e collusa, anziché delle indagini che hanno visto i magistrati impegnati per anni, ben prima di questo governo.
In realtà questo governo ha instaurato un “potere informale” e di accettazione del “potere mafioso” nella coscienza media dei gruppi sociali in cui opera, come non ricordare la frase un ministro della repubblica: “con la mafia bisogna convivere”, dichiarazione di una gravità inaudita per un paese dove ampi settori della pubblica amministrazione tendono a non prendere iniziative quanto a comportarsi in modo conforme a quel che chiedono i rappresentanti del potere reale, quello politico-economico, nello Stato e nella società.
A tal proposito si pensi all’assenza del parlamento nella lotta alla mafia in due momenti cardine per la crescita internazionale di Cosa Nostra: la prima volta fu negli anni Cinquanta, quando si innestò nel tessuto sociale il traffico di eroina grazie all’ intermediazione di Coppola, Costello e Kuciano, la seconda più avanti negli anni Settanta, grazie alla tranquillizzante relazione di Carraro. Questi fatti storici, non sono certo un caso; e certamente una commissione parlamentare d’inchiesta avrebbe dato molto fastidio a Cosa Nostra, quindi la sua assenza in tutti i momenti veramente decisivi della storia della Repubblica, ci induce ad essere obbligatoriamente malpensanti.
Nonostante ciò, ci sono voluti più di trent’ anni nel nostro sciagurato paese perchè si cominciasse a prendere atto da parte del ceto politico che la mafia esiste, e da moltissimo tempo. A riflettere sul fatto che si è iniziato finalmente a dire ufficialmente questa incontestabile verità, solo grazie al sacrificio di Falcone e Borsellino, grazie ai quali è nata la commissione antimafia e il 41 bis. Significativo il fatto che questo governo abbia avanzato la proposta di “alleggerire” il 41 bis, perchè secondo la loro tesi i detenuti mafiosi non avrebbero modo di comunicare con l’esterno.
Sconcertante quello che sta avvenendo con i casi di Papa e Milanese all’interno del Pdl, dove imperversano leggi di tutela dei peggiori misfatti compiuti da soggetti di dubbia credibilità, che con arroganza incontenibile continuano ad occupare posti di responsabilità che richiederebbero personalità intaccabili dal benchè minimo dubbio di onestà e legalità. Altro che “partito degli onesti”, è forse perchè sono troppo onesti che non sopportano il peso del 41 bis?
Nell’anniversario delle stragi del 1992, è più che mai necessario ricordare che i danni non sono limitati ai diritti di singoli, cosa di per sé molto grave, ma il condizionamento mafioso, grazie alla sua estensione, potenza, sviluppo, e soprattutto “impunità”, nonché capacità di distribuzione delle risorse, è divenuto un fattore costitutivo del sistema politico italiano.
Non illudiamoci, gli intrecci tra legale e illegale a cui siamo arrivati, contengono al loro interno un miscuglio di armi, finanza e politica, il tutto proposto in una chiave sempre più aggressiva, dove grazie a politiche indifferenti ai valori civili e il rispetto delle regole, il modello mafioso risulta di gran lunga più funzionale di quello democratico.
Questa è certamente l’eredità del berlusconismo, l’opposizione ha l’arduo compito di una presa di distanza della democrazia dalla mafia, perchè la vera forza della mafia è nel suo costituirsi come sistema sociale di potere infame che non accetta limiti, e si arrocca ai privilegi nonostante l’evidenza.
Vi è stato il superamento di ogni condizionamento culturale perchè si legifera al fine di garantire una maggiore sicurezza ed una maggiore impunità dei “picciotti” interni ed esterni, e le carriere improvvise di certi politici.
In riferimento al caso Romano, non si può non sottolineare che dopo la condanna a 7 anni per Cuffaro e le investigazioni che hanno sfiorato il presidente del Senato Renato Schifani per le “frequentazioni” e “società” con l’avvocato Nino Mandalà, ora è coinvolto il ministro per le politiche agricole.
Racconta Campanella che durante una cena romana in cui c’erano tutti al completo, compreso Cuffaro, quando qualcuno disse che Campanella forse non avrebbe votato Romano, questi si alzò in piedi (lo ha detto Campanella ai pm) e disse: “Francesco mi vota perchè siamo della stessa famiglia, scinni (scendi) a Villabate e t’informi…” Un ovvio riferimento di appartenenza alla “famiglia mafiosa”, cosa che lasciò attonite le persone presenti.
Nel diciannovesimo anniversario della morte di Falcone e Borsellino, oltre alla commemorazione dei valorosi magistrati che hanno fatto emergere la questione mafiosa a livello istituzionale, si dovrebbe rinnovare l’impegno civile della lotta alla mafia, e la responsabilità inderogabile dell’opposizione di ricostruire quanto è stato devastato nel tessuto sociale del paese, con l’impegno di sostenere il lavoro fondamentale dei magistrati, e delle nuove generazioni di magistrati che si spera possano portare avanti il lavoro iniziato da Falcone e Borsellino senza diventare “eroi”, e impedire che vengano infangati e delegittimati da chi non ha la statura morale (e neanche fisica) per parlare.

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