Dopo le primarie del Michigan del 4 agosto con la vittoria del medico progressista Abdul El Sayed sulla corporate dem pro-israeliana Haley Stevens in quella che è stata, a livello nazionale, la sfida più emblematica, più finanziata e mediaticamente più coperta, anche i cicli successivi hanno offerto, in ambito progressista e per seggi senatoriali, alcuni risultati non solo positivi ma interessanti da analizzare per le differenti situazioni in cui si sono svolti e le differenti tematiche che hanno evidenziato. In particolare i tre casi di Minnesota, Florida e Massachusetts appaiono significativi per la diversità dei contesti e delle questioni emerse.
La settimana dopo la sfida del Michigan, i progressisti hanno portato a casa la bella vittoria di Peggy Flanagan in Minnesota, dove la vice governatrice – appartenente alla White Earth Band of Ojibwe e attualmente la donna nativa americana di più alto rango negli Usa – ha sconfitto la deputata centrista Angie Craig. Sostenuta da Bernie Sanders all’insegna del motto «The many versus the money», Flanagan ha condotto una primaria fortemente segnata dalla questione dell’immigrazione, anche per le caratteristiche particolari del contesto che hanno giocato un ruolo di primo piano. Divenuto nel 2020 uno dei simboli nazionali della violenza delle forze dell’ordine quando a Minneapolis un agente di polizia uccise George Floyd per soffocamento, il Minnesota è tornato proprio quest’anno a essere teatro di fatti analogamente tragici. In gennaio, poco dopo l’inizio dell’operazione Metro Surge, la massiccia offensiva dell’amministrazione Trump contro l’immigrazione, sono stati i due cittadini americani Renée Good e Alex Pretti a rimetterci la vita, uccisi a diciassette giorni di distanza l’uno dall’altro da agenti federali dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement). Flanagan ha dunque fatto della sua opposizione a tale agenzia uno dei temi centrali della campagna, contrapponendola alla posizione di Craig, che nel gennaio 2025 fu una dei 48 Democratici che votarono con i Repubblicani a favore del controverso Laken Riley Act, che The Guardian descriveva così: «Questo provvedimento è ampiamente considerato un passo verso la promessa di Donald Trump di procedere a deportazioni di massa sotto la guida dello “zar del confine” Tom Homan, una figura che il Partito Democratico ha descritto come disumana». La legge ha enormemente ampliato la detenzione obbligatoria da parte dell’Ice degli immigrati privi di status legale arrestati o accusati di determinati reati, anche prima che il procedimento penale si concluda con una condanna e senza possibilità di chiedere la libertà su cauzione, potenziando inoltre i centri detentivi privati con scopo di lucro. In uno Stato tradizionalmente favorevole ai Democratici, le possibilità di Flanagan di conquistare il seggio al Senato nel prossimo scontro contro la repubblicana Michele Tafoya, ex giornalista sportiva, sono buone, ma la partita resta comunque competitiva.
La sorpresa più eclatante è arrivata il 18 agosto in Florida dove la deputata dell’Assemblea statale, iscritta al gruppo locale dei Dsa (Democratic Socialist of America), Angie Nixon – una “forza della natura” paragonabile a Nina Turner ma completamente sconosciuta nazionalmente fino all’exploit delle primarie – ha battuto l’ex tenente colonnello Alex Vindam, celebrità nazionale per essere stato il testimone chiave del primo impeachment di Donald Trump. Seppure in misura molto ridotta rispetto al Michigan, i finanziamenti ricevuti dai due candidati democratici della Florida hanno rispecchiato le solite caratteristiche delle primarie democratiche che vedono a confronto un progressista contro un corporate dem. La campagna di Vindam, che ha raccolto oltre 16 milioni di dollari, ha infatti potuto usufruire di interventi massicci di corporation e lobby israeliane mentre la cifra di poco meno di un milione di dollari con cui è stata finanziata la campagna di Nixon è stata frutto di piccole donazioni grassroots. Completamente differente è stato invece il contesto nel quale la candidata quarantaduenne ha sferrato la sua sfida, caratterizzato dall’assenza dei big del progressismo. Nixon ha vinto senza Bernie Sanders, che però ha subito rimediato alla svista così come hanno poi fatto anche Alexandra Ocasio-Cortez ed Elizabeth Warren. L’inversione delle sequenze temporali rispetto a personaggi come Zohran Mamdani e Abdul El Sayed è uno degli elementi che rendono particolarmente significativo questo successo, poiché Nixon non ha vinto dopo essere diventata un simbolo nazionale della sinistra, bensì è immediatamente diventata un simbolo nazionale della sinistra perché ha vinto. La sua vittoria – conseguita grazie a una solida base organizzativa inizialmente radicata nella città di Jacksonville e nella sua comunità nera e poi allargatasi a livello statale attraverso la fitta rete di attivisti di Florida for All – indica come il movimento progressista attuale sia ormai capace di produrre autonomamente candidature competitive anche in territori considerati difficili per la sinistra. A partire proprio dallo Stato della Florida, dove il socialismo è un bersaglio tradizionale della destra, e che durante il governatorato di Ron De Santis, iniziato nel 2019, è diventato una vera e propria roccaforte repubblicana. Ciò purtroppo condiziona parecchio le prospettive di Angie Nixon nella sfida contro l’incumbent repubblicana Ashley Moody, nominata l’anno scorso da Ron De Santis per sostituire l’attuale Segretario di Stato Marco Rubio. Tuttavia, nonostante Moody sia nettamente favorita nelle previsioni – in un recentissimo articolo sui nove stati che potrebbero cambiare la composizione del Senato, Reuters addirittura non include la Florida – Nixon continua a dirsi fiduciosa nella possibilità di costruire una coalizione trasversale di democratici, indipendenti e repubblicani. Cosa già avvenuta nelle primarie quando, grazie alla precisa strategia politica messa in atto dalla candidata, alcuni repubblicani e indipendenti avevano cambiato affiliazione per poter votare per lei, contribuendo peraltro con donazioni e volontariato. Nixon confida dunque nel potenziamento di tale strategia che consiste nell’evitare slogan come «Defund the Police» o «Abolish Prisons» – temi dai quali ha preso le distanze, tranne che per l’abolizione delle prigioni private, un altro tormento del sistema americano – puntando invece su obiettivi economici molto concreti quali Medicare for All, casa, childcare, posti di lavoro, salari e costo della vita. Staremo a vedere.
La terza vittoria è quella conseguita il primo di settembre dall’ottantenne Ed Markey, senatore del Massachusetts e storico alleato di Bernie Sanders, che infatti gli ha dato il suo endorsement, come hanno fatto anche AOC ed Elizabeth Warren. L’aspetto interessante di questa corsa, che si concluderà con la quasi certa rielezione di Markey, è dato dalle motivazioni su cui lo sfidante Seth Moulton, ex marine e deputato alla Camera dal 2015, ha basato gran parte della propria campagna elettorale, ossia l’età. Quarantasettenne, Moulton ha insistito sulla necessità di un ricambio generazionale e sull’esigenza che Markey lasciasse spazio a una nuova generazione di leader. Ma l’argomento non ha funzionato, rappresentando uno di quei classici alibi identitari dietro i quali si nascondono questioni sostanziali. In questo caso il vero discrimine non era l’età, ma la collocazione politica dei due candidati. Il successo di Markey non è stata semplicemente una vittoria dell’anziano establishment contro il giovane sfidante. È anzi stato l’opposto: gli elettori democratici hanno scelto un candidato anziano perché progressista, contro un candidato molto più giovane ma moderato.
È una situazione che inevitabilmente richiama quella di Bernie Sanders, per il quale l’età non ha mai costituito un ostacolo agli occhi dei suoi sostenitori. Finché una persona conserva pienamente le proprie capacità e l’energia necessaria per svolgere efficacemente il proprio lavoro, perché dovrebbe essere l’età anagrafica a stabilire se è ancora in grado di rappresentare gli elettori? Markey e Sanders non hanno nulla a che vedere con i tanti anziani politici che restano al loro posto per inerzia elettorale, pur non rappresentando più valori né per i loro distretti o Stati, né per il lavoro congressuale più in generale. Trasformare l’età in un criterio di selezione politica rischia di essere discriminatorio quanto lo è affidare un giudizio politico alla razza, al genere o all’orientamento sessuale. In tutti questi casi, l’identità può diventare un comodo criterio sostitutivo del giudizio sulle idee, sulle capacità e sul lavoro effettivamente svolto.

