L’ultradestra tedesca tra terrorismo e opportunismo: la lunga marcia della fine della DDR

10 Settembre 2026

Nadia Urbinati Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Articolo pubblicato su Domani
Nadia Urbinati, 7 Set 2026

Titolo originale Se crolla il cordone sanitario contro l’ascesa dei neonazisti

La legislazione contro la ricostituzione dei partiti totalitari resta impotente se non sostenuto da una cultura politica diffusa e militante. Ovvero, se l’opposizione non si mobilita, se resta impigliata nelle maglie del fatalismo, vi è da temere che, con le elezioni in Sassonia-Anhalt, il dado sia tratto.

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno suggellato l’unione in corso da un decennio tra i movimenti di estrema destra extraparlamentari neonazisti e il partito populista di ultradestra Alternative für Deutschland (AfD), che condividono le stesse basi ideologiche. La Sassonia, uno dei Lander orientali della Germania, è stata per anni il teatro di sperimentazione del connubio tra le ali terroristiche e quelle legalistiche. Negli anni recenti sono stati effettuati vari arresti di esponenti del gruppo terroristico “Sächsische Separatisten” (Ss – “Separatisti Sassoni”), che i giovani dell’AfD non hanno mai condannato, negando ogni collegamento con loro. Un’esemplare e antica tattica opportunista.

Extraparlamentari e parlamentari neonazisti condividono le idee: anti immigrazione e riterritorializzazione della nazione tedesca, cioè la rivendicazione del territorio come luogo di sangue e di comunanza di destino per un’etnia e solo quella. Idee che fanno presa soprattutto tra i giovani e giovanissimi. Dal tempo dell’unificazione della Germania ex comunista (Ddr), queste idee sono cresciute in fretta nei Länder dell’Est dando vita a un etno-identitarismo orientale (Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia) che le elezioni locali e regionali hanno legittimato.

La Ddr è diventata, per molti giovani dell’AfD, una terra della nostalgia, tradita dalla globalizzazione e dall’occidentalismo democratico. Il voto alla destra estrema non è più solo un voto di protesta, ma un voto per un progetto di rinascita etico-politica della parte dominata, dell’Est, cioè, che il cancelliere Helmut Kohl volle “annettere” per decreto alla Repubblica Federale, “fantoccio della Nato. L”’annessione” dei Länder ex Ddr è associata a una memoria negativa: scuole e università “purgate” dai docenti comunisti (dichiarati incompetenti rispetto agli standard accademici), emigrazione interna (verso ovest) dei lavoratori disoccupati (l’Est divenne come un Sud), rigermanizzazione in chiave occidentale. È proprio dalla lotta contro l’immigrazione – quella degli stranieri di lingua e razza – che è cominciato il riscatto ideologico dei “secondi arrivati”, dei tedeschi dell’Est.

In questa cornice, disegnata dalla fine della guerra fredda, si inseriscono il pilone portante della storia di oggi: il picco della crisi dei migranti del 2015 e la politica di accoglienza (Willkommenspolitik ) di Angela Merkel, che aprì le frontiere a oltre un milione di richiedenti asilo, molti in fuga dalla guerra civile in Siria. Il destino del Medio Oriente e quello dell’Europa, e soprattutto quello della destra estrema, tornano a incrociarsi (e la legislazione contro l’antisemitismo fa da benzina).

In questo processo, un ruolo speciale fu svolto dalla Cdu, che si è posizionata sempre più a destra con l’intento di normalizzare i neonazisti. E così, proprio il partito di Kohl e Merkel ha spinto la cultura politica di centro verso destra, e nell’intento di assorbire il problema dell’immigrazione, ha conquistato in parte anche la Spd. Insomma, per la prima volta dal 1945, si è creato un asse tra la destra moderata e quella radicale. Una pessima notizia tanto per le ambizioni socialdemocratiche quanto per quelle cristiano-sociali: alla fine, chi pensa di normalizzare l’AfD flirtandovi ne esce radicalizzato.

Come negli anni Venti e Trenta, le ambizioni dei moderati sono tristemente sbagliate. Eppure l’errore si ripete. L’AfD nacque nel 2013 come un movimento irrilevante anti euro e nel 2015 si riorientò in chiave anti immigrazione: la riconquista dello “spazio vitale” per la razza tedesca bianca e cristiana mosse i primi passi contro l’Ue e poi contro gli immigrati. Con le aggressioni e le molestie sessuali di massa del Capodanno 2016 a Colonia da parte di giovani musulmani si è verificata una cesura mediatica: i neonazi hanno ricevuto il loro battesimo di consenso.

L’AfD è diventata un partito con aspirazioni di governo e ha raccolto i primi consensi sostanziosi con il vangelo islamofobico che ha suggellato la sintesi tra la lotta contro i migranti e la promessa di una rinascita economica per i tedeschi. La politica di “accoglienza” di Merkel è stata dichiarata il nuovo anticristo contro cui si sono mobilitati l’AfD e il movimento Pegida, acronimo in tedesco di “Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente”.

Il populismo ha svolto la propria funzione mobilitante contro l’establishment, per poi diventare un progetto di governo neonazista a tutti gli effetti. Se l’opposizione non si mobilita, se resta impigliata nelle maglie del fatalismo, vi è da temere che, con le elezioni in Sassonia-Anhalt, il dado sia tratto. Il nazifascismo ritorna in Europa con nuove facce e nuovi metodi, ma con la stessa ideologia. La destra si normalizza tenendola all’opposizione. Ma, a quanto pare, il “cordone sanitario” (la legislazione contro la ricostituzione dei partiti totalitari) resta impotente se non sostenuto da una cultura politica diffusa e militante.

Politologa. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York.
Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica.
Collabora con i quotidiani L’Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il Sole 24 Ore; dal 2019 collabora con il Corriere della Sera e con il settimanale Left.

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