Per decenni l’America ha “esportato democrazia” verso Baghdad, Il Cairo o Kabul. Adesso continua, in un certo senso, a esportarla verso l’Europa. Solo che ha cambiato merce. L’etichetta resta; ciò che cambia è il contenuto. La nuova versione nasce nell’universo MAGA e viene tradotta in dottrina diplomatica, bandi e grant destinati all’Europa. Una democrazia pronta all’uso, confezionata a Washington e servita agli alleati.

Donald Trump, che di solito non risparmia né parole né maiuscole, stavolta non scrive nulla. Il 6 settembre, mentre arrivano le proiezioni delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, pubblica su Truth Social una grafica della televisione tedesca: AfD 44,4 per cento, CDU 18,2. Nessun commento. La barra azzurra dell’estrema destra occupa quasi metà del grafico. Due giorni dopo Trump espliciterà il sottotesto, attribuendo il successo dell’AfD alle «orribili» regole tedesche sull’immigrazione. (Reuters)

L’immagine ha fatto notizia perché l’AfD non aveva mai ottenuto un risultato simile. Ma il gesto di Trump non inaugura nulla. Nel dicembre 2024 Elon Musk, ormai dentro l’orbita del presidente eletto, aveva scritto che «solo l’AfD può salvare la Germania». Poco dopo avrebbe ospitato Alice Weidel su X e partecipato a distanza a un evento elettorale del partito. Il 14 febbraio 2025 JD Vance, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, attaccò il cordone sanitario che esclude l’AfD dalle coalizioni e incontrò Weidel. Il 2 maggio, quando il Bundesamt für Verfassungsschutz — l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione — classificò l’AfD come formazione estremista di destra, Marco Rubio parlò di «tirannia mascherata». Vance accusò i burocrati tedeschi di voler distruggere il principale partito d’opposizione.

La libertà cambia campo

L’affinità politica è ormai manifesta. Più interessante è il vocabolario concettuale usato per giustificarla. La tradizione liberal-costituzionale diffida del potere, quale che sia la sua fonte, e per questo lo sottopone a limiti e controlli. Anche una maggioranza uscita dalle urne può usare il proprio mandato per restringere le libertà che le hanno consentito di conquistarlo: per questo il liberalismo europeo del dopoguerra ha cercato di far convivere sovranità popolare e vincoli costituzionali.

Nella polemica trumpiana sull’Europa questo equilibrio tende a rovesciarsi. La libertà viene concepita anzitutto come una sfera sottratta all’intervento pubblico e il bilanciamento con altri beni collettivi passa in secondo piano. È una logica familiare negli Stati Uniti. Sul diritto di portare armi, per esempio, il fatto che l’esercizio di una libertà produca costi sociali non basta, di per sé, a legittimarne la restrizione. Lo stesso riflesso riappare, ancora più chiaramente, nella concezione quasi assoluta della libertà di parola che l’amministrazione Trump applica oggi all’Europa.

Se milioni di cittadini votano AfD, ogni ostacolo posto alla traduzione di quel voto in potere può allora essere presentato come un ostacolo alla democrazia stessa. Il cordone sanitario diventa una manipolazione della volontà popolare. È una vecchia torsione plebiscitaria: chi ha vinto è “democratico” per il solo fatto di aver vinto, mentre ciò che ne limita il potere diventa “antidemocratico”. Il mandato popolare tende così a trasformarsi in un’autorizzazione a fare e dire qualsiasi cosa. Vox populi, vox Dei.

Per la destra radicale europea è un rovesciamento prezioso: da oggetto della vigilanza democratica può diventare vittima di un establishment che teme gli elettori.

Un giovane tomista al Dipartimento di Stato

Il 1° giugno Foreign Policy ha raccontato il passaggio successivo in un articolo dal titolo ironico, Can the State Department Make Europe Great Again?. Il protagonista è Samuel Samson, ventisette anni, oggi deputy assistant secretary al Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, il DRL. È l’ufficio del Dipartimento di Stato che per decenni ha finanziato la difesa dei diritti umani e della società civile all’estero. Foreign Policy lo descrive come il numero due.

La biografia di Samson merita qualche riga perché aiuta a capire come questa idea della libertà sia entrata nel linguaggio della diplomazia americana. Laureato nel 2021 all’Università del Texas, passa dal Thomistic Institute e poi da Hillsdale College. Si definiva un «tomista convinto». Lavora quindi per American Moment, organizzazione nata per formare giovani conservatori destinati agli apparati pubblici. JD Vance fu tra i suoi primi sostenitori e sedette nel consiglio consultivo. Nel 2021 Samson aveva scritto con approvazione della possibilità di portare agenti post-liberali dentro le «potenti istituzioni del liberalismo». Quattro anni dopo entra al Dipartimento di Stato. Nel maggio 2025 firma sul canale ufficiale del Dipartimento The Need for Civilizational Allies in Europe. Stati Uniti ed Europa, sostiene, appartengono alla stessa civiltà, dall’antichità classica e dalla cristianità medievale fino alla tradizione giuridica inglese e ai documenti fondativi americani. Tommaso d’Aquino serve qui soprattutto a fissare un principio: esistono diritti e limiti al potere che precedono lo Stato e che lo Stato non può ridefinire a piacimento. Nella Dichiarazione d’Indipendenza Samson ritrova la stessa idea di diritti inalienabili che nessun governo concede.

Da qui il salto all’Europa contemporanea è sorprendentemente breve. Regolare il discorso pubblico può diventare censura; limitare l’azione di forze politiche radicali può apparire come repressione. Trasferire decisioni a organismi sovranazionali può diventare una sottrazione di sovranità. La libertà di parola è il terreno sul quale questa concezione americana dei diritti incontra più facilmente la battaglia politica delle destre europee.

Foreign Policy segue Samson nei suoi viaggi europei e nei rapporti con ambienti conservatori. A Parigi una delegazione guidata da lui interroga esponenti della società civile anche sul caso Marine Le Pen. Negli Stati Uniti incontra parlamentari dell’AfD. Il vecchio ufficio dei diritti umani americano ha così cominciato a interessarsi a un nuovo genere di dissidente: il populista europeo che si considera perseguitato dalle istituzioni liberali. Semafor osservò che quelle missioni ricordavano i viaggi con cui per decenni i diplomatici americani avevano offerto riconoscimento e protezione ai dissidenti nei paesi autoritari. Solo che adesso l’attenzione si rivolgeva anche a gruppi religiosi e nazionalisti considerati da buona parte dell’establishment europeo come estrema destra.

Ma Samson non sta inventando una diplomazia personale. La National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel novembre 2025 dedicava all’Europa pagine che sarebbe difficile scambiare per il tradizionale linguaggio atlantico. Il continente rischiava una «cancellazione civilizzazionale». L’Unione Europea e altri organismi transnazionali venivano accusati di indebolire sovranità e libertà politica; l’immigrazione stava trasformando il carattere delle nazioni. Il documento giudicava «motivo di grande ottimismo» la crescente influenza dei «partiti patriottici europei» e assegnava alla diplomazia americana il compito di aiutare l’Europa a «correggere la sua traiettoria». Poche righe dopo compariva una formula ancora più esplicita: gli Stati Uniti devono «coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle nazioni europee». La formula appartiene dunque alla strategia ufficiale di sicurezza nazionale da quasi un anno. Il giovane tomista del DRL parla una lingua che la Casa Bianca ha già trasformato in dottrina.

È a questo punto che l’articolo di Foreign Policy diventa più interessante.La dottrina comincia a cercare i propri mezzi. Il Democracy Fund per l’anno fiscale 2025 era stato finanziato con 205,2 milioni di dollari; la rivista non poteva stabilire quanto ne restasse disponibile né quale quota sarebbe finita in Europa. Il Dipartimento di Stato confermava però che una parte delle risorse residue sarebbe stata indirizzata verso programmi europei e parlava di libertà politica, libertà di espressione, «rivitalizzazione europea» e «fiducia civilizzazionale». A giugno il progetto era ancora in larga misura sulla carta. Un mese dopo cominciano a comparire i bandi.

Dalla dottrina ai bandi

Foreign Policy sapeva quello che diceva. Il 16 luglio scorso il DRL pubblica Developing Civilizational Bonds, Democratic Resilience, and Rule of Law in Europe: finanziamenti fra uno e tre milioni di dollari per progetti dedicati alla sovranità nazionale e al modo in cui immigrazione o censura incidono sulla democrazia. Tra i temi indicati compare anche il lawfare, cioè l’uso politico degli strumenti giudiziari contro gli avversari. Riemerge la «comune eredità civilizzazionale occidentale». Il programma dispone complessivamente di circa 4,9 milioni. Il 7 agosto arriva Promoting Civilizational Values, per 1,97 milioni di dollari. I «valori civilizzazionali» acquistano qui un contenuto operativo: libertà di espressione, pluralismo politico e autogoverno nazionale, dentro la cornice delle «nazioni sane» dell’Europa centrale, orientale e meridionale. Il 14 agosto un altro bando, Promoting Sovereignty and Rule of Law in Europe, mette a disposizione 2,96 milioni per ricerca e advocacy sulle politiche migratorie europee, con l’obiettivo dichiarato di proteggere sovranità e stato di diritto: il controllo nazionale su ingressi e permanenza e l’effettiva applicazione delle norme migratorie. Il 18 agosto compare un milione di dollari per creare un Independent Journalism Consortium in Europe, formalmente apartitico ma chiamato a lavorare proprio sui temi al centro dell’agenda trumpiana: migrazione di massa, libertà di espressione, libertà religiosa e soprattutto sovranità e identità nazionale contrapposte a un’identità europea sovranazionale.

A fine mese Reuters riesce a vedere una porzione più larga del disegno. Al 31 agosto i programmi europei arrivano ad almeno 25 milioni di dollari. Quattro milioni riguardano i media. Tre dovrebbero finanziare un progetto per documentare il «declino democratico» europeo in rapporto alla migrazione e alla legislazione degli organismi sovranazionali. Un altro milione è destinato a un consorzio di giornalisti che lavori sulla sovranità nazionale e sui diritti naturali, con particolare attenzione alla libertà religiosa.

Il Dipartimento di Stato afferma esplicitamente che il DRL non finanzia partiti. La questione diventa più interessante se non la si forza. I grant finanziano organizzazioni e attività di ricerca o comunicazione. Possono rendere più solide e visibili idee che coincidono in buona parte con quelle delle destre nazionaliste europee senza trasferire un dollaro alle loro casse. È un modo molto americano di fare politica all’estero, applicato però a un’Europa che per decenni Washington aveva considerato il luogo da cui esportare, insieme agli alleati, la versione liberale della democrazia.

Che il progetto abbia limiti lo dimostra un caso rivelato da ProPublica. A luglio il DRL aveva pensato a un finanziamento senza gara da sette milioni di dollari per 878 Institute, un nuovo think tank anglo-americano dedicato alla «civiltà giudaico-cristiana». Il nome richiama l’anno 878, quando Alfredo il Grande sconfisse a Edington l’esercito vichingo: un episodio che l’istituto assume come riferimento simbolico delle origini della civiltà politica anglofona. Tra i fondatori c’è Jacob Rees-Mogg, esponente conservatore britannico, volto noto della Brexit, già ministro per le Opportunità della Brexit e l’Efficienza del governo con Boris Johnson. Durante briefing riservati al Congresso alcuni parlamentari democratici contestarono sia l’assegnazione senza gara a un think tank nato da pochi mesi sia il sospetto che i beneficiari venissero scelti secondo affinità ideologiche. Il Dipartimento di Stato lasciò cadere il grant. I contrappesi americani, ogni tanto, fanno ancora il mestiere per cui furono inventati. 

Resta il cambio di prospettiva. Per decenni il DRL ha cercato dissidenti nei regimi autoritari e ha misurato la democrazia anche sulla capacità di limitare il potere. Ora dedica molte energie all’Europa democratica e guarda con sospetto proprio ad alcuni degli apparati che pretendono di limitarlo.

Il 6 settembre l’AfD arriva al 43,8 per cento in Sassonia-Anhalt. Trump pubblica la grafica senza una parola. A quella data, però, Washington aveva già fatto molto più che commentare. Aveva cominciato a spendere.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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