Viviamo l’estate più calda mai registrata da quando, circa 170 anni fa, sono iniziate le rilevazioni globali; l’estate che ha mostrato il maggior scostamento termico rispetto ai valori di riferimento dell’era preindustriale. Siamo sommersi da immagini di incendi devastanti, foreste che spariscono, oceani e fiumi che si ammalano, ghiacciai e ghiacci polari che si sciolgono, specie vegetali e animali che si estinguono, eppure non vediamo l’ora di distogliere lo sguardo da quella che, da anni, il segretario generale dell’ONU António Guterres nomina come una «guerra dichiarata dall’umanità conto la natura». Persino queste parole sono diventate un luogo comune, qualcosa di imbarazzante da dire, anche qui, oggi; quasi che la nostra capacità di capire l’enormità di quello che ci sta di fronte fosse costretta a una declinazione che riguarda solo quella parte della nostra azione politica che chiamiamo ecologica, quando invece è un’azione che riguarda tutti noi, le nostre condizioni materiali di sussistenza, la democrazia, la guerra. «Lo stato del pianeta è rotto», ha affermato Guterres già nel 2020. Sono parole enormi, dette nella consapevolezza che la sorte degli esseri umani sulla Terra è annunciata oggi da quella dei più poveri, che soffrono maggiormente le conseguenze della destabilizzazione ambientale e climatica, che muoiono per abbandono e incuria, che sono costretti a fuggire e vengono respinti, che finiscono nella macina di morte dei conflitti e delle guerre. “Mitigazione” è ormai una parola per ricchi. Mitigazione è un lusso che può permettersi solo chi appartiene a una piccola parte dell’umanità.
Quando, più di vent’anni fa, Paul Crutzen introdusse il concetto di Antropocene, non intendeva attribuire all’anthropos, alla specie umana in quanto tale, la responsabilità della lesione della nostra permanenza sulla Terra; intendeva attribuirla a chi si è impadronito della tecnica: una minoranza privilegiata, ricca ed egoista, che ha trovato nella tecnosfera il modo per dominare e sfruttare con maggior violenza ed efficacia il resto del pianeta. Possiamo dunque parlare di Occidentalocene, di Capitalocene, di un’era segnata dall’azione di un’oligarchia responsabile della crisi climatica, dell’espropriazione delle risorse, dello sfruttamento di persone e natura, delle guerre e delle grandi migrazioni che ne conseguono, della proliferazione nucleare e di un’intelligenza artificiale che porta l’immaterialità al più alto grado dell’indifferenza.
Un regime della disumanità
Per decenni, dopo la Seconda guerra mondiale, abbiamo parlato di “indifferenza” come condizione di possibilità dello sterminio. Ora siamo di fronte a qualcosa di più strutturato e più profondamente disumano, a cui abbiamo consegnato la nostra convivenza. Un’immaterialità usata per umiliare il lavoro, introdurre un regime della sorveglianza, uccidere persone ridotte a target, normalizzare l’idea di un conflitto armato ormai guidato da algoritmi e dall’intelligenza artificiale. Stiamo parlando, in effetti, di un regime della disumanità.
Abbiamo visto, nei primi giorni di agosto, un filmato che mostrava un uomo, a Kherson, in Ucraina, chiedere pietà a un drone. Scaricava cassette di verdura dal suo furgone, quando il drone lo punta, lo insegue. Lui solleva verso il cielo i suoi ortaggi, per “fargli capire” di essere soltanto un civile. Il drone lo colpisce lo stesso. Non arma cieca, contro cui nei decenni sono state condotte battaglie che hanno portato a trattati e convenzioni internazionali. C’era uno sguardo. Un videogioco guidato a distanza, con un dispositivo che ha il costo di uno smartphone.
Ma già da tempo, prima che diventasse consueto negli scenari di guerra, abbiamo visto utilizzare i droni da Frontex, l’agenzia della Guardia di frontiera e costiera europea. Dagli schermi della centrale operativa che ha sede a Varsavia, gli operatori vedono migranti morire in mare, sparire nel nulla senza che vi sia alcun assetto organizzato a offrire soccorso. I profughi muoiono al largo di Lampedusa o nelle acque territoriali libiche, e li vedono annegare a Varsavia. Una procedura, un archivio, una raccolta di numeri e dati buoni per le statistiche, di fronte a cui il diritto internazionale balbetta impotente. Allo stesso modo nei data center militari si sta compiendo una rivoluzione algoritmica degli armamenti e della dottrina di guerra, in un completo vuoto normativo.
La diplomazia e il diritto internazionale sono anch’essi vittime di guerra
Lo Statuto di Roma, che qualifica come crimine di guerra il dirigere intenzionalmente attacchi contro la popolazione civile, sta diventando sempre più una carta inservibile. È diventato non solo possibile, ma addirittura normale, mirare sui civili considerandoli target: in Ucraina, a Gaza, in Libano, in Siria, in Sudan, in Birmania.
La spinta globale al riarmo, che assorbe porzioni sempre più ampie dei bilanci statali – con un drenaggio di capitali pubblici sottratti al welfare, alla sanità, all’istruzione, alla transizione climatica – è una minaccia per la democrazia, forse la più grande. Una democrazia non più protetta, o non abbastanza, da quelle pur fragili istituzioni che nel dopoguerra hanno strutturato un diritto internazionale. Di fronte alla paralisi degli strumenti di governance democratica globale, come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nuovi autocrati si stanno appropriando della sfera del diritto. Resta come una pietra miliare l’affermazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in risposta a una domanda del “New York Times” sul mancato rispetto del diritto internazionale a proposito della cattura da parte delle forze statunitensi del presidente del Venezuela Nicolás Maduro: «La mia morale personale, la mia mente, è l’unica cosa che può fermarmi.Non ho bisogno del diritto internazionale».
Benché in modo più contenuto nella grandiosità narcisistica, anche il ministro degli esteri italiano Antonio Tajani, a commento del blocco navale della Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte delle autorità israeliane, si è sentito libero di affermare che «il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto».
Il diritto internazionale è invece la sola garanzia di pace. È necessario tornare al rispetto del diritto, alla diplomazia, all’ascolto delle mobilitazioni dei popoli, soprattutto di fronte all’imporsi di una retorica di guerra e di un’estetica di guerra, che sta attecchendo anche a sinistra. Abbiamo sentito, in Italia, intellettuali e commentatori parlare dell’eventualità di una guerra in Europa come possibilità di nuovo vigore per un continente esangue. Note già risuonate alla vigilia della Prima guerra mondiale, fatte di forza maschia e richiamo del sangue, che sappiamo dove hanno portato.
I nemici utili alla china autoritaria
In questo quadro le persone migranti sono usate come parte di una guerra ibrida. Flussi, sbarchi, “invasioni”, respingimenti e deportazioni usati come uno scenario, un teatro. Più di dieci anni fa, il sociologo dell’immigrazione Paolo Cuttitta parlò del “palcoscenico Lampedusa”, mostrando come si aprissero e si chiudessero non tanto i flussi ma la loro visibilità o la loro scomparsa mediatica, a seconda delle politiche che si intendeva portare avanti. Continuiamo a vedere la stessa cosa. A Lampedusa, naturalmente, e a Ceuta. La teatralizzazione della minaccia o della gestione vincente fa parte di un discorso di propaganda e di ricerca del consenso.
Per la costruzione del nemico è necessaria la criminalizzazione di intere categorie di persone, per le quali il governo italiano ha costruito decreti e prassi di ordine pubblico: migranti, “scafisti”, “ecovandali”, “maranza”, “proPal”. Interi pezzi di popolazione discriminata e penalizzata, soprattutto là dove appaiono bagliori di reazione di fronte ai quali il potere non sa rispondere che con repressione, violenza, prevaricazione, intimidazione. A dimostrazione della china autoritaria che stiamo vivendo, perché il dialogo con il conflitto è il cuore della democrazia.
Tornare corpi che soffrono, che si ribellano, che disertano
Mi è stato chiesto come possiamo agire per frenare questo declino. Possiamo non assentire alle nominazioni e alle politiche che discriminano, possiamo denunciare, testimoniare, farci rete, e continuare a dire che il fascismo è una realtà, nelle sue declinazioni antica e attuale; dire che non è un’idea platonica, di fronte alla cui evocazione intellettuali da talkshow, anche di sinistra, continuano a scrollare infastiditi le spalle, come davanti a un’ineleganza concettuale. Occorreuna resistenza che permetta di fermare sia il grande fratello che si insedia giorno dopo giorno, conducendo alla perdita di democrazia e alla guerra, sia il suicidio della specie realizzato attraverso il suprematismo climatico, che fa sì che gli oligarchi della tecnologia e i loro referenti politici possano sentirsi parte di un’umanità separata da quella delle moltitudini in fuga, da quella di tutti noi, da quella dei poveri, dei fragili, di un ceto medio sempre più impotente e spaventato, al quale vengono lasciati, per distrazione, gli arnesi dell’odio e del razzismo.
La nozione di fascismo climatico può essere uno strumento capace di rompere l’indifferenza, il nichilismo, il processo di disumanizzazione che ci rende spettatori immateriali di tragedie, facendoci tornare corpi, anche in Italia, dove – secondo lo studio IPSOS Energy Transition Barometer 2026 – il clima è avvertito come un rischio immediato, prossimo, localizzato e personale, tanto che il 69 per cento degli italiani ritiene che nei prossimi dodici mesi la propria regione sarà colpita da ondate di calore e il 61 per cento è convinto di essere destinato a soffrire per siccità, scarsità d’acqua, incendi, aumento del livello dei mari. La crisi climatica non è più percepita come un fenomeno isolato o remoto ma come un moltiplicatore di fragilità già presenti, da cui deriva una forma di insicurezza sistemica: ambientale, sociale, sanitaria, economica.
Nel celebre saggio Riflessioni sulla guerra, pubblicato nel 1933, Simone Weil scriveva che «il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra […] è considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti».
È necessaria un’azione culturale e politica capace di mostrare come la guerra contro le risorse economiche, umane e naturali destinate al riarmo potrebbero e dovrebbero essere usate per la reale sicurezza e la serena convivenza dei cittadini. E che la guerra alla natura è una guerra contro di noi, dalla quale dobbiamo disertare.
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