“Woke”, nato come richiamo alla consapevolezza delle discriminazioni, è diventato un’etichetta polemica applicata a un insieme molto eterogeneo di istanze progressiste, oggi estesa anche all’ecologismo. Per inciso, che cosa si intenda davvero per woke resta in buona parte un mistero che, in tempi di fake news e propaganda, non sembra esserci particolare urgenza di chiarire.
Più interessante è capire perché anche la transizione ecologica sia finita dentro il pentolone e quale rappresentazione dell’ecologismo ne derivi.
C’è un punto sul quale la discussione sulla transizione ecologica dovrebbe dedicare molta attenzione: giustizia e libertà sono al contempo valori collettivi e diritti individuali e la loro separazione è deleteria e potenzialmente nefasta.
L’assalto, più o meno scomposto, alla cultura woke tende a spezzare proprio questa doppia natura. La rappresentazione plastica è quella della libertà come diritto individuale separata dalla protezione dell’ambiente come un interesse collettivo che richiederebbe inevitabilmente di comprimere quelle libertà.
Così le “raccomandazioni verdi” su quale automobile acquistare, cosa mangiare, come riscaldare la propria casa, quali prodotti consumare diventano una costrizione di libertà individuali. Più in generale è questo il retroterra della critica, un vero e proprio assalto, al Green Deal della UE.
Se si accetta questa logica parziale la partita è persa in partenza.
Non c’è dubbio che essere liberi significa poter scegliere, ma anche disporre delle condizioni materiali per farlo, un requisito che chiama in causa la giustizia. La scelta dell’automobile è più limitata se non esiste un trasporto pubblico efficiente, di vivere in una casa energeticamente efficiente è teorica se non si dispone delle risorse per riqualificarla; persino proteggersi dal caldo estremo dipende dal reddito, dall’abitazione e dal quartiere in cui si vive.
D’altra parte, la libertà è anche poter respirare aria pulita, bere acqua non contaminata, vivere senza essere esposti a rischi evitabili. La rappresentazione su due facce di una medaglia è beffarda perché facilita una visione separata delle libertà individuali e della giustizia sociale: la tutela dell’ambiente non è necessariamente una limitazione della libertà, può esserne una condizione.
Giustizia: chi paga, chi beneficia, chi decide
Lo stesso ragionamento vale per la giustizia. Una transizione “giusta” non può essere limitata al compensare chi sostiene i costi delle politiche climatiche; riguarda anche la distribuzione dei danni che rendono necessaria la transizione.
L’inquinamento atmosferico, il caldo estremo e il degrado ambientale non colpiscono tutti allo stesso modo: i dati dimostrano infatti che reddito, condizioni abitative, età, stato di salute e luogo di residenza influenzano profondamente sia il livello di esposizione ai rischi sia la capacità di difendersi.
Certo, anche nella transizione ecologica tenere insieme libertà e giustizia è più difficile che affrontarli separatamente, ma il quadro si semplifica non appena ci facciamo le domande giuste: chi ha sopportato i costi ambientali? chi sostiene i costi economici della transizione e chi ne riceverà i benefici?e, infine, chi decide?
Una transizione può essere ambientalmente efficace e redistributiva, ma essere percepita come ingiusta se viene progettata senza le persone che ne subiranno le conseguenze. Giustizia distributiva e procedurale devono quindi procedere insieme. Il principio è avvalorato da studi sperimentali sulle politiche ambientali che mostrano come la percezione di ingiustizia può compromettere il consenso più dello stesso costo delle misure (Bergquist, 2024). Anche l’Agenzia europea dell’ambiente include nella just transition, accanto alla dimensione distributiva e procedurale, il riconoscimento delle disuguaglianze esistenti e dei danni accumulati (EEA, 2024).
Sottrarre l’ecologia al riduzionismo
Anche l’ecologismo rischia oggi di essere stretto nella morsa della polemica anti-woke. Regolazioni ambientali, cambiamenti negli stili di vita, mobilità sostenibile o trasformazioni alimentari possono essere facilmente rappresentati come un progetto nel quale minoranze illuminate stabiliscono dall’alto come gli altri debbano vivere.
È qui che il tema si ricongiunge alla riflessione sulla crisi della socialdemocrazia. Ecologismo e socialdemocrazia si trovano, da percorsi diversi, davanti alla stessa questione: ricostruire un rapporto tra libertà, giustizia sociale e beni collettivi senza lasciare che la transizione ecologica venga percepita come un insieme di vincoli imposti dall’alto. La loro possibile convergenza passa proprio dalla capacità di fare della transizione una componente di un nuovo welfare.
La transizione ecologica richiede trasparenza sui costi e sui cambiamenti delle abitudini, ma può rappresentare soprattutto un’opportunità per ripensare e rafforzare lo stato sociale, migliorando insieme ambiente, salute e qualità della vita. Non si tratta di colpevolizzare i singoli comportamenti, ma di costruire condizioni collettive che rendano possibili scelte individuali più sostenibili.
La domanda che viene spesso usata come una clava «perché limitare la mia libertà?» è legittima, ma il quadro cambia radicalmente non appena viene accompagnata dalla semplice domanda «la libertà di chi?».
La libertà di utilizzare un prodotto inquinante può entrare in conflitto con quella di altri di non subirne gli effetti; la libertà di un’impresa di produrre al minor costo possibile può incidere sulla salute delle popolazioni circostanti; la libertà di consumare risorse senza considerarne i limiti può andare a discapito delle generazioni future, e via di questo passo.
Ribaltata sul piano politico, la questione travalica la scelta tra libertà e ambiente, e punta sulla necessità di conciliare libertà diverse e distribuire equamente costi e benefici.
Rendere possibile la scelta sostenibile
La transizione ecologica dovrebbe essere concepita e presentata come possibilità di ampliare le scelte concretamente disponibili e non tanto in termini di costi e rinunce.
Per esempio, un trasporto pubblico efficiente rende possibile lasciare l’automobile a casa; una riqualificazione energetica accessibile può produrre insieme minori emissioni, salute e risparmio.
La scelta sostenibile diventa così non soltanto richiesta, ma possibile e conveniente. Lo stesso IPCC sottolinea che i comportamenti individuali contribuiscono alla mitigazione quando sono sostenuti da trasformazioni delle infrastrutture, delle istituzioni, delle tecnologie e delle norme sociali (IPCC, 2022).
Sul piano culturale, la transizione interroga inevitabilmente il nostro modo di intendere il benessere e il rapporto con le risorse naturali, ma cambiamento culturale non significa imposizione morale: significa anche discutere collettivamente come conciliare benessere, libertà e limiti ambientali.
Una libertà ecologica
Si può allora parlare di libertà ecologica come di libertà resa possibile dal riconoscimento dei limiti della natura; una libertà di persone le cui possibilità dipendono anche dalla qualità dell’ambiente, dai beni comuni e dai servizi pubblici.
Su questo terreno l’ecologia politica può sottrarsi alla insensata, e anche poco comprensibile, disputa sul woke. Giustizia e libertà sono il criterio con cui giudicare quale transizione ecologica vogliamo.
Una transizione che aumentasse le disuguaglianze sarebbe socialmente ingiusta e politicamente fragile; una costruita prevalentemente attraverso imposizioni sarebbe democraticamente debole. Diversamente, una transizione capace di ridurre i rischi ambientali, distribuire equamente costi e benefici e ampliare le possibilità reali delle persone potrebbe cambiare il significato politico dell’ecologia.
Invece di impantanarsi sul rispondere a chi dipinge le politiche verdi come foriere di rinunce, la sfida è di definire unprogramma per unasocietà più giusta e più libera, rispettosa dei limiti dell’ambiente in cui viviamo.


Daniela Padoan