Come si insinua la pedagogia della violenza di Stato

05 Agosto 2026

Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice

Articolo pubblicato su Domani
Daniela Padoan, 3 Ago 2026

Titolo originale Come si insinua la pedagogia della violenza di Stato

Questo contenuto fa parte dell’osservatorio Autoritarismo

Bologna, Piazza Nettuno: la manifestazione dei cittadini per esprimere la loro vicinanza alla famiglia di Abderrahim Fakir

Quando l’esecutivo allude che la giustizia debba adeguarsi al racconto del capo, non sta parlando solo di un gioielliere che si erge a giustiziere o di un esponente deviato delle forze dell’ordine. Sta dicendo quale idea di Repubblica ha in mente.

La nostra vita civile sembra impigliata in un gorgo di violenza sistemica sempre più rapido e brutale, mentre l’esecutivo delegittima ancora una volta la giurisdizione, incurante dei tre gradi di giudizio che hanno portato alla definitiva condanna in Cassazione di un gioielliere autore di un duplice omicidio durante una rapina nel suo negozio, e sfida il presidente della Repubblica con una irricevibile richiesta di grazia.

«Chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene. Non dei criminali», ha affermato la presidente del Consiglio. Chi siano le persone per bene e chi quelle per male, quali tutele applicare alle prime e quali pene alle seconde, si fa più chiaro giorno dopo giorno nel delinearsi del governo del capo che si vorrebbe introdurre surrettiziamente con la riforma della legge elettorale.

Casi Continui

In una partizione dimentica di Beccaria e dello Stato di diritto, le morti, le vessazioni, le cacce allo straniero e al povero, le immagini violente postate come contenuti social sempre più espliciti, reali o costruiti con l’intelligenza artificiale, costituiscono un sottotesto delle nostre giornate, tra sottovalutazione, indifferenza, vampate di sdegno che si spengono senza aver determinato atti conseguenti.

Da ultimo, l’agonia di Abderrahim Fakir, immobilizzato a terra a implorare sempre più flebilmente aiuto, in balia di chi lo aveva in custodia. Una costellazione che, come una lenta educazione sentimentale, rischia di addestrare il paese a un passaggio di soglia che, benché spacciato per cronaca, è essenzialmente politico e premonitore di nuovi scenari.

Ai primi di luglio, a San Benedetto del Tronto, un esponente di Futuro Nazionale malmenava un cittadino iracheno reo di occupare la strada e rallentare il traffico, per poi pubblicare la scena sui propri canali social, proclamando di essersi fatto giustizia da solo di fronte all’inazione delle istituzioni.

A giugno, il muratore albanese Elton Bani moriva in seguito all’utilizzo del taser durante un intervento delle forze dell’ordine. A maggio, a Taranto, il bracciante agricolo maliano Bakari Sako veniva accerchiato da un gruppo di giovani in cerca di una vittima vulnerabile. Già ferito e sanguinante, aveva cercato scampo scampo in un bar ma ne era stato respinto. Trascinato fuori dal locale per le mani e per i piedi, è deceduto poco dopo sull’asfalto.

Il 2026 è iniziato con la figura dell’agente Cinturrino che, nel “boschetto della droga” di Rogoredo, a Milano, uccideva con un colpo di pistola alla testa lo spacciatore marocchino Abderrahim Mansouri che taglieggiava da tempo, inscenando la legittima difesa, sostenuto a priori nel suo operato dalle più alte autorità del governo, salvo poi essere derubricato a “mela marcia”.

Un anno in cui, in nome della “remigrazione”, si è registrato un aumento delle ronde condotte nelle metropolitane e nei quartieri degradati da attivisti neofascisti ed etno-nazionalisti, pronti a trasformare l’intimidazione contro immigrati e marginali in contenuti social con sempre maggiori visualizzazioni.

Da un lato, con la protezione del gioielliere omicida che esercita violenza al di fuori della legge, si veicola il principio che – a garanzia di un “noi” stretto, identitario, umorale – la legittimazione plebiscitaria del capo vale più delle cautele costituzionali, dei giudici e delle forme istituzionali. Dall’altro, con la difesa aprioristica di singoli episodi di violenza ingiustificata da parte delle forze dell’ordine, si precisa la partizione fra il “noi”, persone per bene, e il “non noi”, fatto di persone ai margini, in stato di disagio mentale, stranieri, poveri, piccoli delinquenti, ma anche di chi chiede semplicemente giustizia, tacciato di pregiudizio ideologico contro i servitori dello Stato.

Idea di Repubblica

Si introduce, così, quella pedagogia della violenza che è tipica dei populismi, non come programma esplicito ma come superamento di una soglia che il capo, assumendo su di sé la prerogativa del giudizio, rende dicibile. Basti ricordare la veridica tracotanza con cui Donald Trump, nel gennaio 2016, mentre correva per le primarie repubblicane in vista delle elezioni presidenziali di novembre, affermò che avrebbe potuto «stare nel bel mezzo della Fifth Avenue e sparare a qualcuno, e non perdere un voto».

Il presidente degli Stati Uniti utilizza sistematicamente una retorica che divide il mondo e le persone in categorie nette: good people e bad people. Ma la “brava persona”, indicata come figura assolta in partenza, non è una categoria giuridica: è una categoria ideologica, che vale solo per alcuni. Difendere lo Stato di diritto non significa ignorare la paura o negare la sofferenza, ma rifiutare che la paura diventi fonte del diritto e che il governo usi il caso individuale per logorare i contrappesi costituzionali.

Quando l’esecutivo insinua che la giustizia debba adeguarsi al racconto del capo, non sta parlando solo di un gioielliere che si erge a giustiziere o di un esponente deviato delle forze dell’ordine. Sta dicendo quale idea di Repubblica ha in mente.

Scrittrice, saggista, presidente di Libertà e Giustizia. Si occupa da anni di razzismo e totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.

Tra i suoi libri Come una rana d’inverno. Conversazione con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani 2004, Einaudi 2024, Premio Aqui Storia) e Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo (Bompiani 2005, Castelvecchi editore 2026, Premio Nonino).

Per Castelvecchi dirige le collane “Lupicattivi. Voci di ecologia integrale” e “Papaveri rossi”.

Ha collaborato con Rai3, “il manifesto” e “L’Avvenire”, è stata editorialista di “La Stampa”, attualmente scrive su “Domani”.

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