«Incombono, in forme e modi diversi, in Paesi diversi, torsioni autoritarie di varia natura e intensità, con molteplici denominazioni: autocrazie, tecnocrazie, democrature», si legge nella presentazione di questo convegno. È da qui che vorrei partire per sviluppare il titolo che mi è stato assegnato. Aggiungendo che incombe, anche, l’impronunciabile parola “fascismo”: o almeno le sue radici, non più interrate, ma aeree, come quelle delle mangrovie, delle orchidee. Sono visibili, eppure non le si guarda. Parlo di un fascismo fatto dalle spinte autoritarie che si stanno sviluppando in tutto il mondo, ma anche da un vecchio magma: da una concrezione, un addestramento, qualche cosa che, conservato nel tempo, finalmente è riuscito a trovare il varco per agire di nuovo sulla scena politica. Si mostra nella sua forma autentica, priva di maschera, ma anche di ideologia; con tutto il bric-à-brac, la panoplia dogmatica che ha conservato durante otto decenni. Vuole il capo. Vuole il potere di un esecutivo che umili Parlamento e Presidenza della Repubblica. Impone linguaggi spavaldi, quando non addirittura di odio. Minaccia e intimidisce giornalisti, magistrati, sindacalisti, attivisti, studenti, e singole persone, addirittura minorenni, additate dalle massime cariche delle istituzioni per aver detto una frase, per aver scritto uno slogan sul muro di una scuola. Predispone giorno dopo giorno una stretta dell’ordine pubblico, ancora sottotraccia, pronta a essere esercitata
In pochi sembrano vederlo, non diversamente dalla Lettera rubata di Edgar Allan Poe, lasciata in bella mostra sulla mensola del camino mentre la polizia fruga cassetti, smonta mobili, cerca sotto le travi del pavimento. La lettera non viene vista. È proprio la sua evidenza a renderla invisibile. Così è per la parola “fascismo”: e se la si vede, se ne distoglie lo sguardo, come da una nominazione inelegante.
Nell’80° anniversario del voto che portò in Italia la democrazia, la presidente del Consiglio Meloni ha affermato che Giorgio Almirante, capo gabinetto del ministero della cultura popolare della Repubblica Sociale Italiana, «continua a vivere nel percorso della destra». E la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, con parole analoghe, ha contribuito all’elevazione di questa figura a “padre nobile” della nazione, affermando che, «dopo, aiutò il percorso verso la democrazia». Credo che in quel “dopo” ci sia tutto il processo alchemico che non solo ha trasformato il redattore della famigerata rivista antisemita La difesa della razza in una figura ammessa nel pantheon repubblicano benché non avesse mai rinnegato il fascismo, ma ha ridotto il fascismo a episodio della storia nazionale, suscettibile di bilanci e rivalutazioni, alla stregua di una tradizione politica tra le altre.
In Argentina, il presidente Milei sta portando avanti un’operazione analoga, affermando che i desaparecidos sono ampiamente sovrastimati nel numero, e che comunque si è trattato di una lotta tra Stato e sovversione, dove si sono date enormità da entrambe le parti. Un discorso che porta a rivalutare un passato criminale.
D’altra parte, già nel 2015, intervenendo alla Camera dei Deputati sulla Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione, Ignazio La Russa aveva affermato qualcosa che allora fece scandalo: disse che in quell’Aula si sarebbe dovuto condurre, prima o poi, «un dibattito storico sulle ombre, ma anche sulle luci del fascismo».
Ed eccoci al punto in cui il racconto di Salò – quasi una parentesi giovanile, un’intemperanza simmetrica a quella dei “ragazzi” che nelle fila partigiane combatterono e morirono in difesa della libertà – converge e collude con la volontà di fare della memoria del fascismo un cascame della storia; qualcosa di inflazionato, retorico, metaforico. Non più utilizzabile nemmeno nel discorso dell’antifascismo, perché a entrambi – fascismo e antifascismo – si oppone l’accusa di veicolare un discorso corrotto, ormai vecchio, inservibile.
In questa china giunge, proprio ieri, l’affermazione del ministro della Difesa Crosetto, per cui la lotta di Liberazione in Italia fu fatta dall’esercito.
Chi, dentro le istituzioni, conserva i busti di Mussolini, chi si fa intervistare davanti al ritratto di Almirante, chi afferma orgogliosamente di sedere a quella che fu la sua scrivania, oggi lavora per una ricostituzionalizzazione della Repubblica. Per una Costituzione che si vorrebbe riscritta dai parlamentari che hanno disertato l’aula il giorno in cui è stata scoperta la targa apposta sullo scranno dal quale Matteotti, il 30 maggio 1924, pronunciò il discorso contro le violenze e i brogli fascisti che ne avrebbe decretato l’assassinio. Una Costituzione che si vorrebbe riscritta da chi dà supporto, in sedi istituzionali, a iniziative e manifestazioni evidentemente incostituzionali, ispirate a idee di nazionalismo etnico, come la “remigrazione”.
Ma i nemici della democrazia rischiamo di essere anche noi. Già nel 1946, sulla rivista “Il Ponte”, Piero Calamandrei scriveva: «Non saranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo. […] Il pericolo non è in loro: è negli altri, è in noi: […] Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso infastidite quando sentono parlare di antifascismo […]. E nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti». È una tentazione che serpeggia, e che ben conosciamo. Non si tratta allora, soltanto, di difendere la democrazia da una svolta autoritaria, che pure è evidente, ma di non cambiare discorso, di impegnarci in un’opera di risignificazione delle sue basi antifasciste. E – pur se anche questo è un discorso ormai incrostato di retorica – in quella memoria che ci rende comunità. Per questo, credo che i problemi della vulnerabilità della democrazia e dell’educazione antifascista dovrebbero entrare a chiare lettere nel programma dell’opposizione. Probabilmente sta a noi, associazioni come quelle riunite qui oggi, insistere perché questa scelta cultuale e politica venga fatta con chiarezza.
Ne La perla, il romanzo di Steinbeck, gli accadimenti più importanti dell’esistenza si manifestano con una loro musica interiore. In certi momenti irrompe la «canzone del nemico». È una canzone che arriva suadente, sinuosa, sottotraccia, per poi esplodere quando la minaccia si fa concreta. Credo che assentire alla canzone del nemico – o smettere di riconoscerla, che è un altro modo di assentire – sia oggi il pericolo più grande. E credo che in questa canzone risuoni un motivo che più di tutti ci deve preoccupare, ed è l’abitudine alla morte istituzionalizzata, che non è solo dei regimi, non è solo dei totalitarismi, ma è nelle politiche di gran parte degli Stati occidentali, dell’Unione europea, degli Stati Uniti, a cominciare dal respingimento dei migranti e dall’abbandono delle operazioni di soccorso in mare. Ci stiamo addestrando a una forma di indifferenza e di dematerializzazione dei corpi e della realtà. Persino quando la denunciamo.
Accade così anche per le guerre. Per l’Ucraina. Per Gaza.
Ci viene inoculato un governo della morte, con politiche che hanno finito per accogliere una logica intrinsecamente genocidaria, pur continuando a negarla e ad ammantarla di eufemismi. Le pratiche di morte agiscono in modi differenti. C’è un “lasciar morire” – per esempio i migranti, da parte dell’Unione Europea – che farebbe pensare a un semplice distogliere lo sguardo; ma perché, mi disse Judith Butler in un incontro che faceva parte di un ciclo di Dialoghi sull’autoritarismo, se quell’obiettivo non fosse deliberato e intenzionale, verrebbero criminalizzate, al contempo, le operazioni di soccorso?
«I politici plaudono se stessi per la propria capacità di prendere “decisioni difficili”» diceva «in un’evocazione dell’antica virtù virile di chi sa mantenersi freddo di fronte alla sofferenza; così facendo, veicolano la nozione che “lasciar morire” è esattamente ciò che fanno i politici freddi, realisti e virili; quelli che si adoperano per mantenere forme di nazionalismo europeo fondate sulla supremazia bianca».
Un suprematismo bianco che pone in una diversa categoria di esistenza la fascia di popolazione più ricca.
Nell’orizzonte delle pratiche di morte alle quali ci stiamo addestrando, ci sono le morti di crisi climatica, quasi fossero un destino inevitabile e non politico.
Naomi Klein, che ha appena pubblicato negli Stati Uniti un volume dal titolo Il fascismo dell’Apocalisse, o Il fascismo della fine dei tempi, mostra in modo stringente che oggi il fascismo è anche, e forse soprattutto climatico: «Una litigiosa alleanza di fondamentalisti religiosi, tecno-miliardari e militanti etno-nazionalisti stanno sviluppando qualcosa che può essere un nuovo tipo di Apocalisse», afferma. Non quella estrema, che è un’altra faccia del negazionismo, ma un insieme di diseguaglianze, di robotica e di intelligenza artificiale di fronte alle conseguenze dei rivolgimenti che potrebbero portare al disegno potenzialmente genocidario di una Terra dove una ristretta élite di tecnocrati vive nell’abbondanza, in luoghi protetti, mentre, come in un film distopico, masse di derelitti sopravvivono tra caos, conflitti e cataclismi.
Credo che dovremmo sempre tenere a mente l’avvertimento dato dal segretario generale delle Nazioni Unite Guterres già nel 2020: «Lo stato del pianeta è rotto». È rotto dal punto di vista climatico, ambientale, ma anche democratico, culturale.
Lo scivolamento da uno stato di emergenza temporaneo a uno stato di eccezione strutturale è già in gran parte avvenuto grazie a una raffigurazione mediatica che crea nemici e capri espiatori proprio tra le vittime, in particolare tra chi fugge da condizioni divenute impossibili, veicolando la costruzione di un risentimento e di un rancore possibili solo con l’ipostatizzazione di una età dell’oro, dove le porte potevano essere lasciate aperte perché non c’erano ladri, dove tutto era semplice, giusto, comprensibile. L’idea di un’identità sottratta, assieme alla promessa di potersi riappropriare di ciò di cui ci si crede depredati, è un riandare a una mitologia che porta a leggere il presente come risultanza dell’invasione, dell’inganno, della volontà di avvelenare i cardini della convivenza; diventa allora lecito ripristinare quella condizione felice attraverso un lavacro, dove l’odio è giustificato e le misure più orribili sono intese come necessarie per il bene.
Dovremmo provare a immaginare una risposta che sappia tenere insieme questi i piani.
Una risposta sistemica, che non dimentichi i più fragili – nemmeno quelli sedotti dalla semina dell’odio – come cuore di una politica che possa dirsi democratica in quanto antitesi profonda di ogni fascismo.
* Intervento tenuto durante il convegno La democrazia, i suoi nemici e le sue sfide. Nel tempo delle autocrazie, del turboliberismo, delle tecnocrazie, Marzabotto, 18 e 19 settembre 2026, promosso da Comitato regionale per le Onoranze ai Caduti di Marzabotto, ANPI nazionale, Istituto Ferruccio Parri, Istituto Alcide Cervi.
Prima sessione, La democrazia sfidata: forme della politica, tra ieri e oggicon Andrea Di Michele (Istituto Parri), David Bidussa (Fondazione Feltrinelli), Daniela Padoan (Libertà e Giustizia), Andrea Mammone (Università La Sapienza), Francesco Pallante (Università Torino).

