A esattamente un anno meno due giorni dalla storica vittoria alle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York che Zohran Mamdani conseguì il 25 giugno 2025, le primarie democratiche newyorkesi di martedì scorso, preliminari alle elezioni di medio termine del novembre prossimo, hanno prodotto tre vittorie altrettanto storiche, sebbene molto diverse tra di loro, che attestano come quel primo risultato abbia ufficialmente aperto la cosiddetta “Era Mamdani”.
Le tre primarie in questione vedevano il confronto tra Claire Valdez (1989) e Antonyo Reynoso (1983) per il seggio vacante del settimo distretto, e le due sfide di Brad Lander (1969) e Darializa Avila Chevalier (1994) rispettivamente a Dan Goldman (1976) nel decimo distretto, e ad Adriano Espaillat (1954) nel tredicesimo distretto. Essendo tutti e tre i distretti refrattari ai repubblicani, la conquista dei seggi alle generali non dovrebbe presentare ostacoli per i vincitori. A meno di colpi di mano trumpiani per sovvertire i risultati elettorali – cosa che non inciderebbe solo su New York ma manderebbe all’aria gli Stati Uniti – la Camera dei Deputati si arricchirà dunque di tre nuove figure progressiste di peso. Se di Brad Lander si era già ampiamente trattato lo scorso anno – prima concorrente di Mamdani nelle primarie e successivamente suo più importante alleato attraverso il cross-endorsement, che consente ai candidati sindaci di sostenersi reciprocamente – le giovani Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, fortemente volute dal sindaco, sono invece il volto più evidente della nuova generazione politica progressista newyorkese. La loro scelta, in qualità di persone dotate di eccezionali competenze in ambito politico-organizzativo e appartenenti ai Democratic Socialists of America (DSA), ha rappresentato un chiaro segnale della volontà del sindaco di utilizzare il capitale politico accumulato nel 2025 non soltanto per consolidare la propria posizione personale, ma soprattutto per favorire l’emergere di una nuova classe dirigente riconducibile all’area socialista democratica e progressista.
Il Mamdani test e il modello ripetibile
Considerando anche le vittorie di quattro dei cinque candidati DSA che Mamdani ha sostenuto per il Congresso statale di Albany, intervenendo per scelta solo su seggi vacanti, quello che si configurava come il “Mamdani Test” è stato dunque centrato in pieno, andando molto al di là delle più rosee aspettative. Mamdani insomma ha dimostrato la falsità della narrazione dei suoi detrattori, secondo cui la sua elezione sarebbe stata un fenomeno isolato, dovuto a contingenze particolari, fortuite e non ripetibili. In realtà il suo successo personale, favorito da un forte carisma e da una campagna elettorale innovativa e accattivante, si colloca dentro la traiettoria cominciata nel 2015 con la prima candidatura presidenziale di Bernie Sanders che, dando vita al movimento della Political Revolution, è diventato il principale artefice della rinascita della sinistra americana degli ultimi dieci anni. Lo stesso Mamdani ha sempre riconosciuto il suo debito enorme verso Sander, che lo ha affiancato in tutti i momenti principali della sua avventura politica. Non sorprende quindi che i due abbiano scelto ancora una volta di muoversi fianco a fianco nella campagna per le primarie del 2026 a sostegno di una nuova generazione di candidati progressisti – cosa che peraltro Bernie Sanders sta portando avanti in tutti gli Stati Uniti – anche attraverso eventi di interesse nazionale. Ribadendo come quelle scelte fossero parte di un progetto comune, hanno offerto ancora una volta l’immagine di un passaggio di testimone che non assume la forma di una successione, ma quella di una collaborazione politica e umana ancora pienamente in atto.
Tuttavia c’è un percorso ulteriore che Mandani ha intrapreso rispetto al suo mentore. Se è vero che Sanders ha aperto una breccia storica, dimostrando che un programma socialista democratico poteva conquistare milioni di persone negli Stati Uniti, è anche vero che il senatore più amato d’America non ha mai oltrepassato quello che sarebbe potuto essere il punto di rottura con l’establishment democratico. Alla costante militanza politica sul territorio nazionale, sempre a sostegno della gente comune e delle varie categorie di lavoratori in lotta, ha infatti affiancato il lavoro istituzionale all’interno del Congresso nel tentativo di ottenere risultati concreti. Una strategia, quest’ultima, che lo ha costretto ad accettare compromessi che hanno quasi sempre ridotto al lumicino, se non annullato, le sue proposte sociali. E non solo per l’opposizione repubblicana, ma anche e soprattutto per quella di ampi settori della compagine democratica, parecchi dei cui componenti si sono spesso mascherati dietro il voto contrario di pochi parlamentari incaricati di affossare o svuotare i provvedimenti più avanzati.
Il principale obiettivo di Mamdani, che costituisce proprio quello scatto ulteriore e che deriva dalla convinzione della necessità di porre fine ai tentativi di riformare il partito attraverso concessioni e mediazioni continue, è quello di trasformare il movimento di sinistra in una struttura politica autonoma, con una classe dirigente e una rete di rappresentanza politica destinata a durare nel tempo, capace di sopravvivere al singolo leader e di radicarsi nelle istituzioni. Queste primarie sono state un esempio delle varie tattiche messe in atto secondo calcoli strategici e politici precisi, a cominciare dalla scelta di operare in distretti dove esistevano possibilità concrete, per quanto non semplici, di vittoria.
Nel settimo distretto la sfida tra Claire Valdez e Antonio Reynoso ha assunto il valore di uno scontro interno in un’area storicamente di sinistra, infatti detta Commie Corridor, dove i DSA sono diventati molto rilevanti. Pur generando conflitti interni, la linea di Mamdani si è dimostrata vincente privilegiando una leadership emergente rispetto a figure della sinistra istituzionale radicata nel Partito Democratico.
Nel decimo distretto la vittoria di Brad Lander su Dan Goldman, ottenuta con oltre 30 punti di vantaggio su un deputato di lungo corso, peraltro molto vicino al leader dei Democratici alla Camera Hakeem Jeffries, ha avuto un significato politico più ampio. Ha infatti dimostrato come sia possibile indebolire l’influenza di un personaggio considerato quasi intoccabile come Jeffries, rafforzando al contempo la capacità socialista di penetrare in un distretto benestante e istruito come questo.
Infine la sfida tra Adriano Espaillat e Darializa Avila Chevalier, la più difficile delle tre, si è svolta in condizioni fortemente asimmetriche. Espaillat, figura consolidata dell’establishment democratico newyorkese e nazionale, ha potuto contare su un radicamento istituzionale e su un forte sostegno finanziario e politico. Ciò ha messo in notevole difficoltà Darializa Avila Chevalier, rappresentante della la nuova sinistra organizzata e dei DSA, soprattutto perché, come ha osservato Ryan Grims su Drop Site News, negli ultimi giorni di campagna si è registrata una significativa mobilitazione di risorse esterne a sostegno di Espaillat, soprattutto da parte dell’Aipac (American Israel Public Affairs Committee) che ha rafforzato la già intensa campagna negativa contro la candidata.
Nel complesso comunque le tre vittorie delineano l’emergere di un blocco progressista cittadino in crescita, ancora non pienamente consolidato ma sempre più in grado di influenzare gli equilibri interni al Partito Democratico newyorkese.


Annalisa Cuzzocrea