Limitare il voto per corrispondenza (favorevole ai democratici); mettere le mani sulle liste elettorali (ora di competenza degli Stati); sollevare ricorsi e chiedere riconteggi (in caso di sconfitta repubblicana): è la strategia di Donald Trump per vincere le elezioni di medio termine. Comunque vada.

Una parte cruciale dei tentativi dell’amministrazione Trump di influenzare le elezioni del novembre 2026 si concentra su un terreno meno appariscente della “guerra delle mappe” e della battaglia delle primarie, che abbiamo analizzato nei precedenti articoli. Si tratta di un tentativo coordinato di cambiare le regole del gioco mentre la partita è già iniziata. La strategia si sviluppa lungo tre direttrici: ridefinire l’accesso al corpo elettorale, modificare le condizioni della partecipazione e predisporre strumenti giuridici e amministrativi per contestare la validità dei risultati.

Nella retorica repubblicana tutto ciò rientra nella difesa dell’“integrità elettorale”. Donald Trump e i suoi alleati sostengono da anni che il sistema elettorale americano sia vulnerabile a registrazioni irregolari, liste elettorali imprecise e controlli insufficienti. La narrativa di Stop the Steal (“fermiamo il furto del voto”), nata dopo le elezioni del 2020 e alimentata dal rifiuto di Trump di riconoscere la vittoria di Joe Biden, continua a rappresentare il punto di riferimento di questa impostazione.

Per Democratici, organizzazioni civiche e i giuristi vicini al Brennan Center for Justice della New York University, il rischio è invece che la ricerca dell’integrità elettorale si trasformi progressivamente in una restrizione della partecipazione politica. Le stesse misure vengono presentate come garanzie necessarie da una parte e come nuovi ostacoli al voto dall’altra.

Chi fa parte del demos?

Per un lettore italiano una delle questioni più sorprendenti è probabilmente la più semplice. In Italia nessuno deve dimostrare la propria cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali. Lo Stato sa già chi è cittadino. Le anagrafi registrano nascite, decessi, matrimoni e cambi di residenza. Il cittadino non si registra per votare. Viene registrato automaticamente.

Negli Stati Uniti il sistema è diverso. Non esiste un’anagrafe nazionale comparabile a quella europea. Le elezioni sono amministrate dagli Stati e la registrazione elettorale dipende storicamente dall’iniziativa individuale. Per votare occorre iscriversi personalmente nelle liste elettorali dello Stato di residenza.

Da questa differenza istituzionale nasce una delle controversie più importanti del 2026. Al centro c’è il Safeguard American Voter Eligibility Act (SAVE Act), la legge voluta dai Repubblicani e attualmente in discussione al Senato, il cui stesso acronimo richiama l’idea di “salvare” o “proteggere” il sistema elettorale americano. Il SAVE Act richiede una prova documentale della cittadinanza al momento della registrazione e rafforza i controlli sull’identità degli elettori. I promotori presentano la misura come una verifica elementare. Se il diritto di voto appartiene ai cittadini americani, sostengono, la cittadinanza deve essere dimostrata documentalmente.

Trump sembra però attribuire al SAVE Act un significato che va oltre il suo contenuto normativo. In più occasioni lo ha definito una priorità assoluta per il Partito Repubblicano e una condizione essenziale per vincere le elezioni di medio termine. La controversia inizia infatti molto prima della registrazione elettorale. Il problema, come si dice, è a monte.1

L’amministrazione Trump infatti ha riaperto il confronto sullo birthright citizenship, il principio secondo cui chi nasce sul territorio americano acquisisce automaticamente la cittadinanza in base al XIV Emendamento del 1868. Due anni dopo, nel 1870, il XV Emendamento vietò agli Stati di negare il diritto di voto sulla base della razza, del colore della pelle o della precedente condizione servile. Ancora oggi gran parte delle controversie elettorali americane ruota attorno a questi due interrogativi: chi appartiene alla comunità politica e a quali condizioni può partecipare alle elezioni.

Secondo la Casa Bianca, i figli degli immigrati irregolari non dovrebbero beneficiare automaticamente della cittadinanza americana. Secondo una versione più radicale della stessa impostazione, lo ius soli andrebbe limitato anche per i figli di persone presenti legalmente ma temporaneamente negli Stati Uniti per ragioni di studio o lavoro.

La questione è arrivata davanti alla Corte Suprema e potrebbe essere decisa proprio nei mesi che precedono le elezioni di medio termine. Se la Corte Suprema dovesse accogliere la tesi dell’amministrazione, verrebbe ridimensionata una delle interpretazioni costituzionali più consolidate della storia americana. Non si tratterebbe soltanto di una modifica delle regole elettorali. Verrebbe ridefinito il criterio attraverso cui milioni di persone possono essere considerate americane fin dalla nascita.2

La discussione investe quindi un principio che sembrava consolidato da oltre un secolo. Alcuni esponenti del movimento MAGA chiedono inoltre una revisione delle procedure di naturalizzazione e sostengono un uso più esteso della denaturalizzazione nei confronti di cittadini naturalizzati condannati per determinati reati.3

Mentre la proof of citizenship richiesta dal SAVE Act riguarda l’accesso alle liste elettorali, la controversia sullo ius soli riguarda chi potrà entrare nel corpo civico americano negli anni futuri. Le due questioni vengono spesso presentate insieme. Nella retorica trumpiana la sequenza è semplice: immigrazione irregolare, espansione dell’elettorato, vulnerabilità del sistema elettorale, vantaggio democratico. Il sottotesto è che i Democratici tollererebbero o incoraggerebbero l’immigrazione illegale per trasformarla in futuro in una riserva elettorale. Le ricerche disponibili trovano pochissime prove di voto diffuso da parte di non cittadini. Ciò non ha ridotto la centralità politica del tema.4

Rendere il voto più difficile

La seconda area di intervento riguarda cittadini che possiedono già il diritto di voto. Negli Stati Uniti si vota in un giorno lavorativo. Chi studia lontano da casa, chi lavora su turni, chi vive in aree sovraffollate con lunghi tempi di attesa ai seggi o chi deve percorrere grandi distanze incontra difficoltà concrete per votare.

Per questo motivo molti Stati hanno introdotto negli anni il voto anticipato (early voting) e il voto per corrispondenza (mail voting). La diffusione di queste modalità ha modificato le abitudini elettorali di milioni di persone. Nelle grandi aree metropolitane, tra gli studenti universitari e tra le popolazioni più mobili si ricorre ad esse con sempre maggiore frequenza. Le città americane tendono oggi a votare democratico con margini molto elevati. Lo stesso vale per una parte consistente dell’elettorato giovane.

Si comprende allora perché da anni i Democratici cerchino di ampliare queste modalità, mentre i Repubblicani sostengono che procedure più rigorose ridurrebbero il rischio di errori e rafforzerebbero la fiducia nel sistema. Cambiando le condizioni pratiche nelle quali il diritto di voto viene esercitato, si modificano anche gli incentivi e le difficoltà incontrate da diversi segmenti dell’elettorato. La disputa accompagna ormai ogni tornata elettorale importante. 5

La guerra delle liste

Un altro fronte riguarda i voter rolls, le liste elettorali.

L’argomento è familiare a chi segue da tempo la politica americana. Elettori deceduti, persone che si sono trasferite in un altro Stato, registrazioni duplicate. Da decenni il Partito Repubblicano sostiene che le liste debbano essere periodicamente ripulite e aggiornate.

Nessuno contesta la necessità di liste accurate. Le controversie iniziano quando si discute la velocità delle verifiche, la qualità dei dati utilizzati e il rischio di cancellare elettori legittimi.

Negli ultimi mesi il Department of Justice ha richiesto a diversi Stati grandi quantità di informazioni sugli elettori registrati. Alcune amministrazioni statali hanno contestato queste richieste e numerosi tribunali ne hanno limitato la portata. Il Brennan Center ha descritto l’iniziativa come il più ampio tentativo federale degli ultimi anni di ottenere accesso centralizzato ai dati elettorali statali.

Dietro il linguaggio tecnico delle liste elettorali si trova una preoccupazione concreta. Una cancellazione erronea può impedire a un cittadino legittimato di votare oppure costringerlo a lunghe procedure di verifica proprio nel giorno delle elezioni.6

Dopo il voto

Le battaglie elettorali americane non terminano necessariamente con la chiusura dei seggi. Cause giudiziarie, contestazioni distrettuali, richieste di riconteggio e controversie sulla certificazione accompagnano ormai quasi ogni consultazione importante. Il Brennan Center monitora da anni questo fenomeno e ha segnalato la crescita delle pressioni esercitate sugli organismi locali incaricati di certificare i risultati.7

Il vero spartiacque sono state le elezioni del novembre 2020. L’ondata di ricorsi presentati dalla campagna Trump e la pressione esercitata sui processi di certificazione culminarono negli eventi del 6 gennaio 2021. Per alcuni si trattò di una protesta degenerata. Per altri di un tentativo di impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden. Per altri ancora di un vero e proprio tentativo di golpe.

Nel 2020 Trump era però un presidente uscente che contestava una sconfitta. Nel 2026 la situazione è diversa. La Casa Bianca controlla il Department of Justice, il Department of Homeland Security e gli apparati federali incaricati dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Le risorse istituzionali disponibili a un’amministrazione in carica sono incomparabilmente superiori a quelle di una campagna che agisce dall’esterno del governo.

Il timore di molti osservatori è che, nell’eventualità di una sconfitta repubblicana, una valanga di ricorsi giudiziari, contestazioni amministrative e mobilitazioni politiche possa rallentare o complicare il processo di certificazione.

In breve

I tentativi trumpiani di influenzare le prossime elezioni intervenendo sulle regole del gioco si articolano su due livelli. Prima che la scheda venga depositata nell’urna, le controversie riguardano cittadinanza, procedure di registrazione, sistemi di identificazione, bonifica delle liste elettorali e limitazione del voto anticipato e per corrispondenza. Dopo che le schede saranno state conteggiate, il terreno dello scontro potrebbe spostarsi sulla certificazione dei risultati e sulla loro legittimazione politica. Gran parte del confronto che accompagnerà le midterm del 2026 si svilupperà lungo queste linee. Non è difficile prevedere che sarà un confronto molto duro.


  1. Michael Waldman, Emily Whitehead, “The Anti-Voter SAVE Act Must Be Stopped”, Brennan Center, 17 marzo 2026 ↩︎
  2. Adam Liptak, Ann E. Marimow, “Five Takeaways From the Birthright Citizenship Argument”, The New York Times, 1 asprile 2026 ↩︎
  3. Lawrence Glickman, “Americans Once Understood Birthright Citizenship”, The Atlantic, 28 aprile 2026 ↩︎
  4. Michael Waldman, “Why the Myth of Noncitizen Voting Persists”, Brennan Center, 21 agosto 2024 ↩︎
  5. Nandita Bose, “Trump signs order tightening mail-in voting, drawing swift legal threats”, Reuters, 31 marzo 2026 ↩︎
  6. Kaylie Martinez-Ochoa et al., “Tracker of Justice Department Requests for Voter Information”, Brennan Center, 8 giugno 2026 ↩︎
  7. Lauren Miller, “Election Certification”, The Brennan Center, 17 giugno 2025 ↩︎

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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