Il 25 aprile del 1945 è il punto in cui la vicenda italiana della liberazione si intreccia con un passaggio più ampio: la liberazione dell’Europa dal nazifascismo coincide con la nascita di un ordine internazionale in cui gli Stati Uniti guidano il blocco egemonico chiamato “Occidente”. Un blocco durato quasi ottant’anni, già da tempo attraversato da tensioni e segnali di crisi, che oggi sotto la spinta del trumpismo si sta sgretolando.
Il trumpismo non cancella la memoria del 1945, ma ne cambia il significato politico: da pilastro della transizione democratica, inscritto in una narrativa di valori condivisi, la Liberazione viene ricondotta a una logica di transazione. Non più fondamento di un ordine politico, ma oggetto di scambio secondo costi e benefici. Una memoria negoziabile secondo le convenienze del presente.
È un cambio di paradigma che, nonostante differenze anche profonde, tende a unire le destre dell’Occidente — inclusa quella italiana — in un cupio dissolvi dell’ordine liberale del dopoguerra, nel segno del ritorno dei nazionalismi.
La Liberazione come transizione democratica
Nel tradizionale racconto americano, quel passaggio ha un significato preciso. Gli Stati Uniti assumono un ruolo storico: sostenere la transizione democratica in Europa e costruire un nuovo ordine internazionale. Questo ordine prende forma attraverso strumenti economici e politici — Bretton Woods, Piano Marshall — e si consolida nella NATO, un sistema di alleanze non solo difensivo ma politico1. Con il pieno sviluppo della guerra fredda, il sistema si struttura anche come contenimento del blocco sovietico, senza ridursi a una semplice contrapposizione militare.
In questo quadro la transizione dell’Italia dal regime fascista alla democrazia repubblicana occupa una posizione particolare e ambigua. Frontiera della guerra fredda, paese esposto alla forza del movimento comunista, laboratorio di una competizione ideologica intensa. Gli Stati Uniti vi investono risorse, influenza, intelligence. È una presenza capillare, che si dispiega tra politica, cultura e sicurezza.
Dentro questa storia si collocano anche zone opache che aprono interrogativi sul ruolo effettivo giocato dagli Stati Uniti nella transizione democratica italiana. Qui la priorità anticomunista ha inciso profondamente sugli equilibri politici. La storiografia ha evidenziato il ruolo degli USA nel contesto della strategia della tensione: intersezioni con apparati deviati, protezione di reti informali e strategie di contenimento dell’Unione Sovietica realizzate spesso nell’illegalità. Sul versante opposto, la vicenda Moro suggerisce anch’essa un quadro segnato da pressioni americane non sempre dicibili. Ne emerge l’immagine di una democrazia fragile e “sotto sorveglianza”, in cui le opzioni politiche risultano implicitamente limitate: una democrazia di frontiera, sospesa tra sovranità nazionale e appartenenza strategica al blocco atlantico imperniato sulla leadership statunitense2.
Queste ambiguità mostrano i limiti e le contraddizioni dell’ordine liberale del dopoguerra, ma indicano anche che è dentro questo equilibrio complesso e imperfetto che si forma il vincolo politico tra Europa e Stati Uniti. Quella stagione stabilì un dato: la liberazione dal nazifascismo e la transizione democratica erano elementi essenziali della narrazione dell’unità dell’Occidente a guida americana. In altri termini, la sicurezza europea e la leadership americana erano diventate interdipendenti. In Italia il 25 aprile del 1945 è anche questo: l’inizio di un vincolo. Lo stesso vincolo che il trumpismo oggi rimette in discussione.
La Liberazione come transazione commerciale
Questo vincolo oggi appare incrinato nel “revisionismo sottile” del trumpismo.
Nel discorso politico di Donald Trump, la Seconda guerra mondiale viene riformulata. La storia tende a essere riletta come una sequenza di transazioni; si passa da un ordine costruito su memoria e valori condivisi a uno regolato da scambi3. La liberazione dell’Europa perde così la sua funzione normativa. Non genera più un obbligo, non fonda più una comunità politica. Diventa un credito. E quel credito è oggi diventato esigibile.
Il linguaggio è noto: gli Stati Uniti hanno “salvato” l’Europa, l’Europa ha “approfittato” degli Stati Uniti. Le alleanze vengono giudicate in base ai costi immediati. L’Unione Europea “è nata per fotterci”, disse Trump a Davos l’anno scorso, indicando anche che la NATO andava intesa come un accordo da rinegoziare, non l’esito di una storia condivisa. “Se non pagate, non vi proteggerò”. Oggi, nel contesto della guerra in Iran, la NATO viene definita una “tigre di carta”, e Trump ha perfino adombrato l’uscita degli USA dall’alleanza atlantica. “Andate da soli a prendervi il petrolio”, ha aggiunto, lamentando il rifiuto degli alleati di contribuire alle operazioni nello stretto di Hormuz.
È uno slittamento netto: ciò che fondava obblighi viene ridotto a scambio.
Convergenze e divergenze, a destra
Questo cambiamento si riflette nei rapporti politici tra le destre contemporanee. Gli Stati Uniti non appaiono più come garanti dell’ordine democratico europeo, ma come interlocutori e, in alcuni casi, punti di riferimento per forze politiche ultraconservatrici, xenofobe e razziste.
La sintonia tra il Presidente americano e la presidente del Consiglio italiana si colloca in questo quadro. Meloni guida un partito che discende dalla tradizione post-missina, cioè da una destra che nel dopoguerra ha mantenuto una continuità storica con il fascismo. Trump, dal canto suo, guida una “rivoluzione” che parte della pubblicistica americana interpreta esplicitamente come una variante di fascismo4.
La convergenza, tuttavia, non nasce da una continuità ideologica lineare, ma da un lessico politico condiviso e da una sintonia su alcuni temi centrali: sovranità nazionale, sicurezza, critica del multilateralismo e delle élite globali, ostilità all’immigrazione e uso di parole d’ordine ultraconservatrici e talvolta apertamente reazionarie.
Paradossalmente, questa convergenza ha incontrato un primo limite sul terreno religioso.
Il trumpismo si muove dentro una forma di nazionalismo cristiano segnato da una matrice evangelica, diffidente verso le autorità gerarchiche, ed è radicato nella cultura politica americana dove la legittimazione dell’autorità passa sempre dall’opinione individuale. In questo contesto, il confronto con il Papa sulla guerra in Iran è degenerato in uno scontro politico-teologico sulla concezione della “guerra giusta”5. La destra italiana resta invece inscritta in una tradizione cattolica e gerarchica, nella quale il laico non si pone mai sullo stesso piano del Magistero. Anche quando adotta posizioni nazionaliste più radicali, mantiene un rapporto, per quanto selettivo, di rispetto istituzionale dell’autorità religiosa. Ne deriva una tensione: ciò che alla destra americana appare come legittima critica “dal basso”, nell’Europa cattolica — e in particolare in Italia — viene percepito come una rottura inaccettabile di un equilibrio identitario più profondo.
La frattura mostra che la convergenza non è totale né priva di tensioni. Ma questo non incide sul terreno decisivo, che resta quello politico e culturale.
Una memoria disponibile
E infatti su questi piani il legame tra la destra meloniana e quella trumpiana continua a reggere. Lo si vede bene, appunto, nel modo in cui parlano della Liberazione.
Entrambe ne alterano il significato trasformando il contesto che le dava senso. La prima l’avversa, perché segna la sconfitta storica dei suoi padri fondatori e la lunga esclusione dall’arco costituzionale. La seconda ne ridefinisce le fondamenta: espunge l’elemento valoriale condiviso e lo rende una merce opzionale, un bene negoziabile.
Così – per strade diverse – la Liberazione smette di essere il vincolo politico e morale che, pur tra tante contraddizioni, aveva unito l’Occidente dal secondo dopoguerra. Diventa una memoria disponibile, attivabile o ignorabile secondo le esigenze materiali del presente. Lasciando dietro di sé un empire éclaté.
- G. John Ikenberry, After Victory, Princeton University Press, 2001. id., “The end of liberal international order?”, International Affairs, 94, 1, 2018. ↩︎
- Philip Willan, I burattinai. Stragi e complotti in Italia, Tullio Pironti Editore, 1993; Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi, 2011; Romano Benini e Vincenzo Scotti, Sorvegliata speciale. Le reti di condizionamento della Prima Repubblica, Rubettino 2023.. ↩︎
- Anne Appelbaum, Autocrazie. Chi sono i dittatori che vogliono governare il mondo, Mondadori, 2024. Francis Fukuyama, Il liberalismo e i suoi oppositori, UTET 2022. ↩︎
- J. Rauch, “Yes, It’s Fascism”, The Atlantic, 25 gennaio 2026. ↩︎
- Paolo Naso, Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump, Claudiana 2026. ↩︎


Nadia Urbinati