Non è solo il negazionismo dei cambiamenti climatici a muovere Trump: il presidente americano punta a ridefinire il fondamento giuridico della protezione ambientale per dare priorità assoluta alla sovranità economica.

Per anni il negazionismo climatico è stato considerato una posizione marginale, destinata a ritirarsi davanti all’evidenza scientifica. Non è andata così. È anzi tornato al centro della scena politica, intrecciandosi con una più ampia ribellione populista contro le élite liberal-progressiste, il mondo degli esperti e una vasta costellazione di università, agenzie federali e organizzazioni internazionali.

Negli Stati Uniti di Donald Trump le politiche climatiche e ambientali delle amministrazioni Obama e Biden – seppur timide se paragonate a quelle europee – vengono accusate di penalizzare l’industria americana con un’energia più costosa e minore competitività. E, soprattutto, di limitare la libertà d’azione degli Stati Uniti, la loro “sovranità ambientale”. 

Una logica simile attraversa molte destre europee. Anche quando non negano apertamente il riscaldamento globale, molti partiti conservatori e nazional-populisti vedono nelle politiche climatiche uno strumento con cui poteri tecnocratici e istituzioni sovranazionali, sostenuti dalle élite urbane più istruite, si rafforzano sopra la testa di industrie e lavoratori. In Italia, ad esempio, esponenti della maggioranza di governo presentano spesso il Green Deal europeo come un insieme di vincoli ideologici che penalizzano l’economia nazionale e finiscono per gravare sui consumatori. Le destre, insomma, contestano il cambiamento climatico non soltanto come fenomeno scientifico, ma come paradigma culturale e politico.

Non sorprende dunque che già durante il primo mandato di Trump questa impostazione si sia tradotta nel ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Fu una rottura simbolica di grande portata: per la prima volta la maggiore potenza mondiale si sottraeva al principale accordo internazionale sul clima. Biden riportò subito gli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi e rilanciò la transizione energetica. Ma il ritorno di Trump alla Casa Bianca, con una nuova uscita dall’accordo, mostra quanto il tema restasse politicamente sensibile.1

 Il conflitto sul clima riflette infatti una divisione più profonda: quale debba essere il rapporto tra Stato e mercato e quale posto debbano occupare gli Stati Uniti nell’ordine internazionale.

L’emergenza energetica e il rafforzamento dell’esecutivo

Se nel primo mandato Trump aveva cercato soprattutto di rallentare la transizione energetica, nel secondo sembra volerne smantellare i presupposti. I numerosi ordini esecutivi sull’ambiente firmati il giorno stesso dell’insediamento (20 gennaio 2025) mostrano una notevole coerenza strategica. Due bastano a chiarire il disegno: Sprigionare l’energia americana punta a rimuovere gli ostacoli normativi che, secondo l’amministrazione, limitano lo sfruttamento delle risorse energetiche nazionali, favorendo petrolio, gas e altre attività estrattive. Dichiarare l’emergenza energetica nazionale annuncia invece che gli Stati Uniti si trovano di fronte a una situazione di vulnerabilità energetica tale da richiedere misure straordinarie e procedure accelerate per produrre più energia, soprattutto fossile, liberando imprese e investitori dai vincoli regolatori. È questa, secondo l’amministrazione, la chiave della prosperità americana.2

La dichiarazione formale di una “emergenza energetica” (non, si badi, climatica) svolge però anche una funzione istituzionale: presentando la situazione come una crisi nazionale che richiede interventi immediati, rafforza la legittimazione politica e giuridica dell’azione presidenziale diretta. È in nome dell’urgenza che la Casa Bianca può imporre procedure più rapide e controlli amministrativi più deboli, ampliando di fatto il margine di intervento dell’esecutivo. 

Non si tratta soltanto di abolire singole norme ambientali. Cambia la gerarchia dei valori. Crescita economica, sicurezza energetica e sovranità nazionale vengono collocate al di sopra della tutela degli ecosistemi, della mitigazione climatica e della cooperazione internazionale. L’ambiente cessa di essere un bene pubblico da proteggere e torna a essere una variabile subordinata allo sviluppo industriale. È una vera contro-rivoluzione energetica che si inserisce perfettamente nel più ampio progetto nazional-liberista della seconda amministrazione Trump.

Catturare e smantellare l’EPA

La posta in gioco non sono solo le regole ambientali. È lo Stato che le produce. Il bersaglio principale è l’Environmental Protection Agency (EPA), l’agenzia federale che dagli anni Settanta aveva rappresentato il cuore della regolazione ambientale americana. 

L’assalto era cominciato nel primo mandato quando Trump, appena eletto, licenziò l’intera leadership dell’EPA nominata da Obama. La guida dell’Agenzia fu affidata a Scott Pruitt, ex procuratore generale dell’Oklahoma, noto per i suoi legami con l’industria petrolifera e per le posizioni negazioniste sul cambiamento climatico. Secondo uno studio, sotto Pruitt l’agenzia venne “catturata” dall’industria energetica e dai suoi mentori politici, Ne risultò quella che gli autori definiscono “una governance filo-imprenditoriale legittimata dal voto popolare”.3

L’assalto riprende in forma più sistematica nel secondo mandato con la nomina a direttore dell’EPA di Lee Zeldin, ex deputato repubblicanom, stretto alleato di Trump, la cui carriera politica è stata ampiamente finanziata da imprese del settore energetico e da organizzazioni legate agli interessi dell’industria fossile. La strategia adottata da Zeldin ricalca quella già vista in altri settori dell’amministrazione federale: riduzione del personale, tagli di bilancio, ridimensionamento delle attività di ricerca, concentrazione delle funzioni considerate essenziali e soppressione di quelle ritenute “ideologiche”.

Particolarmente significativa è stata la chiusura degli uffici EPA dedicati alla cosiddetta environmental justice. Quegli uffici monitoravano l’impatto dell’inquinamento nelle comunità più esposte, spesso quartieri poveri e abitati da minoranze etniche. Per la nuova dirigenza repubblicana, però, queste strutture non si limitavano a svolgere una funzione tecnica di controllo ambientale. Erano considerate parte di un più ampio “approccio ideologico” volto a introdurre criteri di equità sociale e razziale nell’azione pubblica: uno dei principali bersagli dell’amministrazione Trump nella propria offensiva contro l’apparato federale.4

L’amministrazione ha perfino rispolverato la famigerata God Squad – un comitato federale poco utilizzato ma potentissimo, soprannominato “La squadra di Dio” perché può autorizzare progetti che comportano l’estinzione di una specie protetta se i benefici economici sono ritenuti superiori ai costi ambientali. Nel marzo 2026 il comitato è stato convocato per la prima volta dopo oltre trent’anni e ha concesso un’esenzione alle attività di trivellazione petrolifera nel Golfo del Messico, derogando alle misure di tutela della balenottera di Rice, di cui sopravvivono poche decine di esemplari.5

Per questo la politica ambientale di Trump non è una riforma, ma un tentativo di trasformazione strutturale dello Stato federale per ridurne capacità, autonomia e influenza. Lo smantellamento dell’EPA è parte di un disegno più ampio. 

L’attacco al fondamento giuridico della politica climatica

Il vero obiettivo della contro-rivoluzione riguarda l’Endangerment Finding (accertamento di pericolosità), il documento approvato nel 2009 sotto la presidenza Obama con cui l’EPA stabilì formalmente che i gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico. È uno dei pilastri giuridici della politica climatica americana. Gran parte dei poteri regolatori esercitati dall’EPA negli ultimi quindici anni deriva infatti da quella decisione. Se i gas serra costituiscono un pericolo pubblico, l’agenzia può intervenire per limitarne le emissioni. Se quel presupposto viene meno, vacilla buona parte dell’edificio normativo costruito successivamente.

Per questo la rimozione dell’Endangerment Finding ha una portata che va ben oltre la politica energetica. Significa mettere in discussione il fondamento legale su cui si regge gran parte della regolazione climatica federale. Non a caso Lee Zeldin ha presentato pubblicamente questa iniziativa come «la più grande operazione di deregulation nella storia degli Stati Uniti».6

 L’offensiva segnala quindi non soltanto un cambio di indirizzo politico, ma la volontà di allineare la trasformazione dell’agenzia agli interessi economici che considerano la regolazione ambientale un ostacolo alla crescita e agli investimenti.

Dal fossile all’intelligenza artificiale

Esiste poi una novità che distingue il secondo Trump dal primo. Nel 2017-2020 la contro-rivoluzione energetica di Trump aveva l’ambizioso progetto di creare una coalizione tra capitale e lavoro. Alle imprese prometteva meno vincoli e maggiori profitti; ai lavoratori la difesa di occupazione e salari minacciati dalla transizione ecologica. Questa alleanza fu rappresentata in modo quasi teatrale. Nel 2017 Trump si presentò all’EPA per firmare davanti alle telecamere il provvedimento che smantellava il “Piano per l’energia pulita” di Obama [Clean Power Plan], circondato da una delegazione di minatori e operai del settore energetico. Rivolgendosi a loro, esclamò: «Forza, ragazzi. Sapete cosa significa, vero? State tornando a lavorare».7

A questa coalizione se ne aggiunge oggi una seconda. Le forze che sostengono la contro-rivoluzione energetica non comprendono più soltanto petrolio, gas, carbone e industria estrattiva. Accanto al vecchio capitalismo fossile emerge la nuova economia digitale. I centri dati che alimentano il cloud computing e l’intelligenza artificiale richiedono enormi quantità di energia e acqua per il raffreddamento. Per questi settori il problema non è tanto la provenienza dell’energia quanto la sua disponibilità immediata e a basso costo. Si crea così una convergenza di interessi: Big Oil vuole meno vincoli per produrre più energia; Big Tech vuole energia abbondante e subito. Entrambe trovano nella politica energetica di Trump una risposta favorevole.8

La questione ambientale si intreccia così con la competizione globale per la leadership tecnologica. Nella narrativa dell’amministrazione, rafforzare la base energetica americana significa anche rafforzare la capacità degli Stati Uniti di competere con la Cina nei settori strategici del XXI secolo.

Conclusioni

La politica ambientale mostra la rivoluzione trumpiana nella sua forma più compiuta. Il tentativo di smantellare l’infrastruttura amministrativa e giuridica della protezione ambientale nasce dalla convergenza di tre dinamiche: la ribellione ideologica contro le élite progressiste, l’allineamento delle istituzioni pubbliche agli interessi di grandi attori industriali e l’espansione del potere esecutivo attraverso il linguaggio dell’emergenza.

La questione ecologica non è un tema settoriale. È uno dei terreni su cui si ridefiniscono i rapporti tra Stato e mercato, tra potere pubblico e interessi privati. Osservarla consente di capire, da una prospettiva privilegiata, dove sta andando l’America di Trump.


  1. Jeff Colgan, Federica Genovese, “Global Climate Politics after the Return of President Trump”, International Organization, 79, S1, dicembre 2025 ↩︎
  2. Vedi Unleashing American Energy e Declaring a National Energy Emergency, The White House – Presidential Actions, 20 gennaio 2025 ↩︎
  3. L. Dillon et al., “The Environmental Protection Agency in the Early Trump Administration: Prelude to Regulatory Capture”, American Journal of Public Health, aprile 2018 ↩︎
  4. Zoë Schlanger, The Trump Administration’s Environmental Pile-On, The Atlantic, 7 marzo 2025 ↩︎
  5. Jake Spring, “U.S. panel votes to exempt Gulf of Mexico drilling from Endangered Species Act”, Washington Post, 31 marzo 2026 ↩︎
  6. Valerie Volcovici, David Shepardson, “Trump set to repeal landmark climate finding in huge regulatory rollback this week”, Reuters 10 febbraio 2026 ↩︎
  7. B.Dennis, J.Eilperin, “Trump signs order at the EPA to dismantle environmental protections”, Washington Post, 28 marzo 2017 ↩︎
  8. Thibault Michel, The New US Energy Policy: Energy Dominance or Fallback?, Institut français des relations internationales, September 4, 2025 ↩︎

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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