Siamo qui, a Correggio, in questo luogo così importante per la Storia della Resistenza italiana, a dire, con la nostra presenza e il nostro corpo, che siamo una comunità; che la Liberazione è una festa che nessuno ci potrà togliere; che questa festa non dura un giorno, ma misura le nostre intere esistenze.
È una festa che quest’anno abbiamo onorato con una scelta e un impegno resistenziale: il NO – chiaro e forte – a una riforma che mirava a colpire un pilastro della nostra democrazia costituzionale: la separazione dei poteri che fonda lo Stato di diritto.
Troppo a lungo intellettuali, anche di sinistra, si sono prodigati nel dire che il fascismo è una vecchia storia che non ci riguarda, che i problemi sono ben altri.
I problemi che abbiamo davanti oggi, e che ci riguardano, hanno invece profondamente a che fare con il fascismo, e ci chiedono di tornare con consapevolezza critica alla matrice antifascista della nostra Costituzione: troppe e troppo pesanti, troppo chiare nella direzione e nei propositi, sono le spallate che, giorno dopo giorno, dapprima nel linguaggio, poi nell’ordinamento, si vogliono imprimere alla nostra Repubblica.
Tra queste, l’oscena manifestazione Padroni a casa nostra, che avrebbe dovuto riunire i Patrioti europei – gruppo di estrema destra del Parlamento europeo – sotto lo slogan grottesco, prima ancora che razzista, della “remigrazione”: una provocazione che si è svolta a pochi giorni dal 25 aprile in una piazza Duomo, a Milano, che oggi pomeriggio vedrà una ben diversa presenza.
Tra queste, ancora, un decreto “sicurezza” che ha provato a introdurre un’enormità palesemente incostituzionale – fermata, almeno in parte, dal presidente della Repubblica – ma che ha comunque avuto la funzione di mettere in ombra le restanti enormità contenute nel decreto approvato il 24 aprile. Il fermo di polizia preventivo fino a dodici ore, concepito per impedire che i soggetti ritenuti discrezionalmente “pericolosi” possano partecipare a una manifestazione, colpisce la libertà di riunione, che è la base individuale e collettiva delle libertà politiche. La stessa che stiamo esercitando qui, oggi, ben sapendo che la Resistenza ha prodotto una Costituzione fondata sui limiti posti al potere dello Stato, sulla centralità delle libertà individuali, sul diritto al dissenso politico.
Parliamo di un decreto che prevede l’introduzione di pene fino a sei anni di carcere per chi blocca strade e ferrovie, unitamente a pesanti sanzioni pecuniarie, zone rosse, daspo, fogli di via, imponendo così un diritto penale “preventivo”, che limita la libertà del cittadino non per ciò che ha compiuto ma per ciò che potrebbe eventualmente compiere. La privazione della libertà senza aver commesso reato – diventata senso comune sui migranti – ora giunge a colpire noi tutti.
E, ancora, operazioni di agenti sotto copertura nelle carceri.
Sappiamo cosa direbbero, di tutto questo, padri e madri costituenti. Il 25 aprile significa ascoltarli, e trarne continuo insegnamento. Pensare a quanto hanno voluto lasciarci scritto in Costituzione, e difenderla, quella Carta, da ogni attacco, da ogni tentativo di manomissione.
Oggi, a Correggio – dove, su 744 partigiani censiti ufficialmente, 88 furono donne; dove è stata intitolata una via alle “Donne della Resistenza”; dove, nelle prime elezioni del dopoguerra, vennero elette cinque donne, facendone il Comune che aveva eletto più donne in assoluto, più ancora di Bologna – voglio ricordare Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la più giovane madre della Costituzione. Parlando delle donne della Costituente, disse: «Quando si votò per il ripudio della guerra noi, tutte e ventuno, ci tenemmo per mano». Tutte avevano lottato perché l’articolo 11 fosse così chiaro, così inequivocabile nella parola “ripudio”.
Quest’anno, assieme all’80° anniversario dell’Assemblea costituente e agli 80 anni del voto alle donne (nelle prime elezioni del marzo 1946 e nel referendum istituzionale in cui gli italiani, il 2 giugno, scelsero la Repubblica), ricorrono anche i 50 anni dal golpe argentino, davanti al quale un gruppo di donne, semplici casalinghe, madri dei trentamila desaparecidos, trovarono il coraggio – proprio come avevano fatto durante la Resistenza le donne di Correggio – di andare in piazza a sfidare il regime, inventando un movimento che dura ancora oggi.
È con una loro ripetuta affermazione che voglio chiudere questo intervento: «La sola lotta che si perde è quella che si abbandona».
La giornata a Correggio


