[Questo articolo riporta integralmente l’intervento di Daniela Padoan, presidente di Libertà e Giustizia, tenuto il 23 maggio all’Assemblea dei soci 2026 della Lipu, ad Assisi, nel convegno “Riabitare la Terra. Dalla Restoration Law al Pianeta come casa comune”].
L’enciclica Laudato si’ è innervata da linguaggi e saperi – teologia, pensiero ecologista, lotte dei movimenti popolari, cosmologie dei popoli indigeni – ma, credo, poggia con tutto il suo peso nella storia che abbiamo alle spalle: il Novecento, quello che è stato chiamato il “secolo dei campi”, contrassegnato da uno sterminio industriale di esseri umani divisi secondo un’ideologia pseudo-scientifica della razza, e da una devastazione del pianeta resa possibile da un sapere tecnologico, dispiegato al servizio del potere: la bomba atomica.
Con la sua enciclica sulla cura della “casa comune”, papa Francesco – con un gesto rivoluzionario per un papa – ha messo in discussione lo sguardo gerarchico, superomista, predatorio, che rende possibile e che giustifica concettualmente la devastazione del pianeta, la distruzione delle specie che lo abitano, la continua riduzione a “scarti” dei più poveri tra i suoi abitanti.
Per farlo, torna ad Assisi, alla predicazione di San Francesco, rivolgendosi a credenti e non credenti.
Nell’iconografia che lo ha reso caro al mondo, San Francesco d’Assisi lega in un solo sguardo, in un solo gesto di mitezza, animali e poveri: ciò che c’è di più fragile, di incolpevole.
Francesco, scrive Bergoglio nella Laudato si’, «era un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con dio, con gli altri, con la natura, e con se stesso. In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili: la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore».
L’enciclica ci dice non solo che noi stessi siamo natura e che siamo fatti della stessa materia del pianeta, ma che proprio il nostro essere natura ci lega intimamente a tutto ciò che esiste, su un piano di fratellanza, che esclude la presunzione di avere titolo a disporne.
La reificazione con cui abbiamoproceduto all’erosione degli ecosistemi, della natura, delle specie, ha fatto sì che, poco per volta, noi stessi diventassimo vittime della malattia che abbiamo imposto al pianeta: una malattia che vede nella crisi climatica, nelle pandemie e nelle guerre solo una delle possibili manifestazioni.
In piena Seconda guerra mondiale, il paleontologo statunitense Henry Fairfield Osborn scrisse: «C’è un’altra guerra, silenziosa, inavvertita ma alla fine più micidiale ancora, alla quale l’uomo si è abbandonato da tempo incalcolabile, ciecamente, inconsapevolmente. […] Vasta come il mondo, questa guerra continua, e contiene in sé la possibilità di un disastro finale persino superiore: è la guerra dell’uomo contro la natura».
Più di ottanta anni dopo, il 21 aprile 2021, in occasione della Giornata mondiale della Madre Terra, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres sentì la necessità di esprimersi con parole molto simili: «Saccheggiamo in maniera incosciente le risorse della Terra, ne deprediamo la natura e trattiamo aria, terra e mari come discariche. […] Dobbiamo mettere un termine alla nostra guerra contro la natura e agire per guarirla. […] In questa Giornata della Madre Terra, impegniamoci tutti per salvare il nostro pianeta e fare pace con la natura».
Ma come è possibile essere in guerra con la natura? Con la nostra radice più profonda, dalla quale viviamo sempre più alienati?
Da allora la situazione si è aggravata. Anche sul piano linguistico. La formula della «guerra contro la natura» è diventata una delle immagini retoriche usurate nel linguaggio pubblico sul clima e sulla biodiversità. È come se poco per volta ci fossimo abituati all’enormità, rivestendola di parole il cui significato è smussato, depotenziato, nascosto alla nostra stessa coscienza.
Eppure gli anni 2023 e 2024 sono stati i più caldi mai registrati a livello globale.
Nel 2023, Guterres dichiarò che l’umanità aveva «aperto le porte dell’inferno», lasciando aggravare la crisi climatica.
Nel 2024 denunciò quanto il mondo fosse vicino al rischio di superamento di «punti di non ritorno» (tipping points) irreversibili per il sistema terrestre.
Sempre nel 2024, il segretario generale dell’ONU accusò le compagnie fossili di rallentare deliberatamente la transizione energetica, definendo alcune grandi aziende dei combustibili fossili «padrini del caos climatico».
Quel che vediamo, però, assieme al sostanziale fallimento delle COP sul clima, è una netta inversione delle politiche energetiche. Il Drill, baby, drill trumpiano è indicativo di una volontà e di un disprezzo irresponsabile, la cui logica di fondo è chiara: accelerare trivellazioni e infrastrutture fossili; sfruttare giacimenti e risorse naturali; aumentare produzione ed esportazione di petrolio e gas; ridurre i vincoli ambientali; subordinare la transizione ecologica alla crescita economica e alla competizione geopolitica. Anche a costo di guerre e di politiche di regime change.
Lo stupore, la meraviglia, la riconoscenza che proviamo per la bellezza della natura e del mondo è una questione politica, da cui discende la necessità di preservare la natura
(insieme alla nostra postura di gratitudine) – come una forma primaria di resistenza.
Secondo uno studio pubblicato da “Nature” alla fine del 2020 e che resta tuttora di riferimento, il regno dei manufatti (cemento, mattoni, asfalto, plastica, automobili, cellulari e tutti gli altri infiniti oggetti prodotti dall’uomo) calcolati in gigatonnellate di carbonio ha sorpassato il peso degli organismi creati dalla natura (animali, piante, funghi, virus, batteri). Tanto da poter dire che all’antica (e inesatta) distinzione di Linneo tra regno minerale, vegetale e animale si è aggiunto un regno artificiale che ha sorpassato i 1.100 miliardi di tonnellate, mentre l’insieme della massa dei viventi animali e vegetali (la biomassa complessiva) misura 1.000 miliardi di tonnellate. Un’equivalenza raggiunta nel 2020, e in continua crescita a favore dei manufatti.
La maggior parte del regno artificiale si è costituita dall’inizio del XX secolo, cioè negli ultimi 120 anni: a inizio secolo rappresentava appena il 3% dei regni naturali viventi (animale e vegetale).
Una gran parte del regno artificiale è composta di rifiuti. Stime accreditate da ulteriori studi dicono che la massa artificiale raddoppia circa ogni vent’anni, che l’umanità produce circa 30 gigatonnellate di nuovi materiali all’anno, e che ogni settimana viene creato l’equivalente del peso corporeo dell’intera popolazione mondiale.
Se guardiamo più da vicino la situazione che riguarda gli animali, vediamo che dall’inizio del Novecento abbiamo più che dimezzato il numero di animali che popolavano il pianeta. Oltre 28mila specie animali e vegetali sono a rischio di estinzione. Il 25% dei mammiferi, il 14% degli uccelli, il 40% degli anfibi, il 34% delle conifere, il 33% delle barriere coralline.
Ma qualcosa di ancora più enorme – eppure costantemente sotto ai nostri occhi – merita di essere guardato con attenzione.
Secondo uno studio (2018, Pnas) sulla distribuzione della biomassa complessiva sulla Terra calcolata in gigatonnellate di carbonio, il 70% di tutti gli uccelli del pianeta è ormai rappresentato dal pollame, il 60 % dei mammiferi è rappresentato dal bestiame – parola che già nel suo etimo contiene la riduzione a pluralità indistinta di corpi asserviti, nominati come bovini, suini, ovini, caprini, equini.
Ciò che resta della biomassa dei mammiferi è formato per il 36% dagli esseri umani e solo per il 4% dagli animali selvatici (dagli elefanti alle tigri, dai castori alle balene).
Gli studi successivi hanno sostanzialmente confermato e affinato questo quadro.
Papa Francesco, nel 2015, ha scritto nell’Enciclica: «Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere: perse per sempre». C’è il senso di una ineluttabilità che lascia annichiliti.
L’animale, di cui costitutivamente è stato stabilito che non partecipi del logos, è stato respinto nel limbo (o nell’inferno) destinato agli sprovvisti di anima. Agli animali nei secoli è stato negato, dalle filosofie, il linguaggio, l’affettività, la ragione, la capacità di percepire dolore,
legittimandone la riduzione a cosa, a merce da consumare, a corpi da costringere in cattività, sfruttare, eliminare, estinguere.
Il primato del logos è stato l’architrave utilizzato dalla cultura occidentale per erigere un edificio teorico ed etico che rendesse possibile sottomettere e dominare non solo il vivente nelle sue molteplici forme ma anche chi, alla stregua delle bestie, è stato via via ritenuto privo delle caratteristiche più propriamente umane.
Dall’apparentamento all’animale agito nell’antica Grecia, dove il non parlante greco, reputato “barbaro” (l’onomatopea bar-bar indica balbuzie, latrato), poteva essere catturato in guerra e ridotto a bestia da soma, allo “schiavo per natura” descritto da Aristotele nella Politica; dal nativo delle Americhe oggetto della disputa teologica sul possesso dell’anima, al “negro da cotone” deportato nelle piantagioni americane.
Fino all’Untermensch, il sotto-uomo, o sub-umano, dei lager nazisti, il dominio dei corpi ha necessitato l’apparentamento all’animale e l’istituzione di pratiche di estraneità che ne giustificassero la riduzione in schiavitù, o addirittura l’eliminazione, con l’equiparazione a ratti, insetti, parassiti.
Nei paragrafi che l’enciclica dedica a san Francesco, troviamo un’affermazione inaspettata nel depotenziare la supremazia che l’uomo ha assegnato a se stesso su tutti gli altri esseri, fondata sul primato della razionalità e del discorso logico sequenziale. Un primato talmente indiscusso nella nostra cultura, che la nascita della metafisica, affermò Jacques Derrida «sembrerebbe confondersi con la storia del logocentrismo».
La testimonianza di san Francesco, scrive il Papa, «ci mostra che l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia, e ci collegano con l’essenza dell’umano. Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori, e “li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione”».
Come esseri dotati di ragione.
Con queste parole, l’enciclica sovverte il paradigma che ci ha addestrato a separare il vivente in gerarchie e tassonomie di valore, e a considerare la natura come altro – un altro inanimato, reificato – dall’uomo.
L’enciclica ci costringe a guardare, attraverso la mite consapevolezza di San Francesco, lo specchio del cuore di tenebra che giace al fondo della nostra cultura.
Il nazismo, disse papa Francesco nel 2019, rivolgendosi ai membri dell’associazione internazionale di diritto penale, «con le sue persecuzioni contro gli ebrei, gli zingari, le persone di orientamento omossessuale, rappresenta il modello negativo per eccellenza di cultura dello scarto».
Non è una bizzarria, allora, che il Papa abbia voluto, a breve distanza dalla pubblicazione dell’enciclica – l’8 dicembre 2015, per l’apertura del Giubileo – proiettare su San Pietro e sulla cupola del Bernini immagini di animali selvaggi, in una lode al creato. Enormi tucani, tigri, scimmie: volti, sguardi, immagini e suoni che taluni hanno trovato disturbanti e altri hanno giudicato una profanazione.
Uno scandalo, sebbene messo tra parentesi come una sconvenienza da cui distogliere lo sguardo, che rimanda allo scandalo provocato dalla pubblicazione dell’Origine delle specie, in cui Darwin dimostrò la linea evolutiva che l’uomo condivide con la scimmia. Il vescovo di Wilbeforce apostrofò allora un collega di Darwin, appassionato sostenitore della teoria dell’evoluzione, dicendo: «Quanto a lei, signore, discende dalla scimmia per parte di madre o per parte di padre?»
La stessa ironia che ancora aleggia sul titolo dell’opera di Jacques Derrida, L’animale che dunque sono. Perché non vogliamo sapere di essere animali.
Abbiamo costruito l’appartenenza al divino, per chi crede, e al logos, nella nostra struttura filosofica e nelle nostre tassonomie scientifiche. Che siamo animali, però, ce lo ricordano – scandalosamente, imprevedibilmente – i virus, scegliendoci, come è stato per la pandemia da Covid-19, come specie serbatoio per lo spillover.
Non è un caso che, come una linea tracciata, sempre più distinguibile, nel settembre 2020, in piena pandemia, il Papa tornò a parlare della nostra famiglia comune, nel messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato: «Esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. […]. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita».
Nella Laudato si’, il papa prospettava una conversione ecologica interiore, che implica «l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale».
Per san Francesco, scrive Bergoglio: «qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo, si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo discepolo, San Bonaventura, narrava che lui, «considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella». Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale», continua Bergoglio, «perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore, o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati».


Gustavo Zagrebelsky