Chi – è il mio caso – vede il suo nascere qualche anno dopo il primo 25 aprile, può avere di questo anniversario un sentire sia storico che personale.
Personale, intensamente personale. Nata da due genitori Resistenti usciti vivi da una guerra tragica. E non era scontato.
Nel caso di mia madre Silvia (nome di battaglia Bruna), una famiglia antifascista militante, colpita da violenze materiali, da sentenze del Tribunale speciale, da galera, da una devastante fucilazione, da lotta armata in montagna e in valle, con clandestinità pericolose ma necessarie.
Meno tormentata la Resistenza di mio padre Nello, ma egualmente pericolosa, nel suo quotidiano costruire, nella clandestinità, i primi nuclei del CLN in ogni frazione, anche la più piccola, del comune di Ravenna, territorio molto esteso. Gli ordini erano precisi. Porre ovunque possibile le basi della democrazia. La caduta del fascismo era scontata, dal 1943 in avanti. Ma, quando? E il popolo antifascista doveva farsi trovare pronto, per la politica, per la partecipazione. Il 2 giugno del 1946 i voti per la Repubblica nella mia città furono una valanga. La più alta percentuale per la Repubblica, nel contesto nazionale. Lo ricordo sempre, con commosso orgoglio.
La mia infanzia e adolescenza si è nutrita – anche troppo, potrei dire con il senno di poi – della dimensione etica ed epica della Resistenza. La festa più importante dell’anno? Il 25 aprile e, subito dopo, il primo maggio. Il 25 aprile aveva due riti scontati. Il primo, in Piazza del popolo, con ANPI, per onorare la Liberazione e chi per la libertà era caduto. Il secondo, subito dopo, un pranzo, in un buon ristorante. Il buon cibo è una cifra della festa, qui, in terra romagnola. Non a caso quando, durante il fascismo, la festa del primo maggio fu cancellata, nelle famiglie antifasciste, di nascosto, il primo maggio, si continuava a fare i cappelletti, cibo raro perché costoso. Quando i fascisti si accorgevano di queste feste clandestine, non di rado intervenivano con “botte”. Nelle famiglie antifasciste non abbienti si mangiavano i cappelletti due volte all’anno, il giorno di Natale e il primo maggio.
Il 25 aprile, nonostante ritualità non entusiasmanti, fu sempre per noi un punto fermo, anche nell’Italia che dalla fine degli anni Sessanta, e nei decenni a seguire, fu devastata da stragi fasciste. Fu l’antifascismo ad essere collante, in una Repubblica non sempre fedele alla Costituzione. Per merito di robusti movimenti, dei lavoratori, del femminismo, il grande libro della libertà e della giustizia si arricchì di nuove pagine di grande valore civile, con leggi che onoravano il dettato dei Costituenti: statuto dei diritti dei lavoratori, divorzio, nuovo diritto di famiglia, autodeterminazione delle donne in merito alla procreazione. La Costituzione, nata dalla Resistenza, senza la quale non avremmo “questa” Costituzione, continuava a produrre giustizia, e la libertà e la giustizia si espandevano.
Poi, negli anni Ottanta, sedicenti rossi rubarono il nome di “brigate” ai nostri partigiani, usando le loro armi per colpire la nostra democrazia, quando nella guerra di Liberazione era per una democrazia libera e giusta che erano state imbracciate. Da allora, quante energie spese, quanto lavoro in itinere interrotto, per sottrarre il libro della Resistenza, fin lì scritto, alla furia del fuoco. Ci riuscimmo, ma nulla fu più come prima. Iniziarono i tentativi di scrittura di libri alternativi.
Nel 1990, Sergio Mattarella, allora Ministro della Pubblica Istruzione, si dimise, con altri ministri della sinistra democristiana, per protesta contro la legge Mammì, che regolava in modo “nuovissimo” le emittenti televisive. Non intendeva legittimare un duopolio televisivo che dava un enorme potere a Mediaset, senza concrete garanzie per il pluralismo culturale, civile, politico. Lo ammirai, per queste coraggiose dimissioni. Dimissioni “resistenti”, consapevoli dell’inizio di una china che avrebbe visto la “discesa in campo” di un tycoon destinato – di nuovo – a fare scuola nel mondo, e neofascisti elevati a sogli governativi. Mattarella, che sta svolgendo il compito di Presidente nel momento più difficile della storia della Repubblica, sa bene – lui, costituzionalista di professione – che la nostra è una Costituzione antifascista. Sa che i suoi poteri sono costituzionalmente limitati, ma le sue obiezioni a leggi di questo governo sono sempre nel segno dell’antifascismo. Un Presidente scomodo.
Nel marzo 1994, Berlusconi e Fini vinsero le elezioni. Il 25 aprile di quell’anno, nonostante la pioggia battente, Milano straripò di donne e uomini di ogni generazione, venuti da ogni parte d’Italia. Il messaggio era chiarissimo. Sappiate che l’Italia antifascista c’è, e che la prima radice della nostra Costituzione è antifascista, è viva, e noi ne siamo eredi e testimoni. Da quel momento, di fronte ad ogni assalto alla Costituzione, l’Italia “resistente” ha reagito, vincendo quasi sempre: nel 2002, dopo il «resistere, resistere, resistere» di Francesco Saverio Borrelli, che mosse grandi movimenti in difesa della magistratura e fermò leggi liberticide; nel 2006, quando, guidati da Oscar Luigi Scalfaro e da Sandra Bonsanti, con Libertà e Giustizia in prima linea, sconfiggemmo la riforma costituzionale berlusconiana e leghista; nel 2016, contro la “deforma” – così la chiamava il compianto amico Felice Besostri – di Renzi e Boschi. Fino a poche settimane fa, quando abbiamo fermato la più devastante aggressione alla Costituzione, sferrata da un governo di vera destra.
Il 25 aprile di quest’anno è una festa che abbiamo veramente meritato. Questa è l’unità antifascista reale, non solo sognata. Sapranno i partiti antifascisti comprendere questo forte messaggio, che chiede grande unità nel nome della Costituzione? Come hanno recentemente scritto Daniela Padoan e Gaetano Azzariti, abbiamo a disposizione un buon programma, che la maggioranza del popolo italiano riconosce e sostiene. È la Costituzione. E se il programma è scritto, come, con chi, con quali forme e forze può mettere radici? È urgente un laboratorio aperto, privo dei recinti di un passato esaurito, concluso, che non ha mancato di creare divisioni che ci hanno indebolito.
Qualche giorno fa è comparso, imprevisto, un evento che possiamo collegare alla grande storia della Resistenza europea contro il nazifascismo. Pedro Sanchez ha chiamato a Barcellona forze progressiste da ogni parte del mondo. Mostrandoci quanto sia urgente una “nostra” internazionale, capace di darci forza e speranza.
Il nostro paese poggia su due radici. Una radice fascista, l’autobiografia della nazione, diceva Piero Gobetti, e una radice antifascista. Sono vive entrambe. Qui siamo.
Il lavoro antifascista continua.


Gustavo Zagrebelsky
Donatella Stasio