Di Barbara Spinelli ho una prima immagine in una fredda notte romana, affacciata al parapetto del ponte Fabricio dell’Isola Tiberina, quasi volesse sporgersi sullo spettacolo tumultuoso del Tevere e al tempo stesso sul materializzarsi dei film che Michelangelo Antonioni aveva ambientato in quel luogo, reso straniante dalle sue inquadrature in bianco e nero, che le tornavano alla mente e di nuovo la interrogavano. Avrei imparato a conoscerla così, vorace di immagini, di spiegazioni scavate, di storie dissezionate per essere ricondotte a un senso nei suoi colti e fulminanti articoli o in un intervento in plenaria del Parlamento europeo, ma anche di silenzi, seduta su un letto sfatto nel centro per rimpatri di Ponte Galeria, ad ascoltare ogni parola mormorata a stento da un migrante trattenuto in quello «zoo per umani», come lo avrebbe descritto in un rapporto che terminava con queste parole: «una cosa so: quale che sia la nostra azione, nel Parlamento dell’Unione europea e nelle associazioni, so che tutti ci stiamo macchiando di un misfatto di enormi proporzioni».
Ci eravamo conosciute su un palco milanese in piazza Affari, montato davanti alla scultura del dito medio di Cattelan rivolto in direzione della Borsa, per la presentazione dei candidati di L’Altra Europa con Tsipras, una lista civica che, per una felice intuizione sua e di Stefano Rodotà, aveva posto alla base delle politiche di un’alternativa europea di sinistra il contrasto alla devastazione sociale che la troika – composta da Commissione Europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale – stava compiendo in Grecia.
Con un gruppo di garanti di cui facevano parte, oltre a lei, Andrea Camilleri, Paolo Flores D’Arcais, Luciano Gallino, Moni Ovadia, Marco Revelli e Guido Viale, si stava spendendo con ogni forza nella campagna elettorale a sostegno del Partito della Sinistra Europea e del leader di Syriza, il cui nome, inserito nel simbolo, era divenuto emblema dell’alternativa al dogma dell’austerità. D’altra parte l’Europa che si andava consolidando, governata dai mercati e dai vincoli di bilancio – dove uno Stato membro poteva essere ridotto a laboratorio neoliberista in nome del rigore sul debito e dell’inflessibilità, malgrado il 36% di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale, un aumento del 35% dei suicidi e un incremento del 43% della mortalità infantile – era il più insopportabile tradimento dell’ideale federalista che suo padre aveva contribuito a teorizzare durante il confino fascista a Ventotene. Un ideale che Altiero Spinelli avrebbe poi tradotto nel progetto istituzionale di un’unione non soltanto monetaria ed economica, ma anche politica, democratica e solidale, culminato nel 1984 nell’adozione, da parte del Parlamento europeo, del Progetto di Trattato istitutivo dell’Unione europea, noto come Progetto Spinelli, mai ratificato dagli Stati membri.
La sede del Parlamento europeo in cui si trovò Barbara, eletta in due circoscrizioni, era un edificio di vetro, acciaio e moquette affollato di funzionari e lobbisti, in cui vigeva una neolingua fatta di acronimi e sigle da imparare in fretta, e un fitto calendario di interminabili sedute spesso nutrite di slogan e sotterfugi linguistici. Una tortura per chi aveva fatto del rigore intellettuale, della cura della parola e della passione civile che si declina nella scrittura la propria cifra. Eppure Barbara Spinelli seppe imporre il proprio mondo interiore in discorsi memorabili, cesellati, costruiti per colpire nel segno come una pietra affilata, un atto d’accusa da mettere agli atti, pur nel minuto, a volte meno, raramente due o più, a disposizione per gli interventi in commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (Libe) di cui era membro, in commissione Affari costituzionali (Afco), di cui era vicepresidente, o in plenaria. La sua acribia, la sua meticolosa e scrupolosa precisione divennero leggendarie per il modo in cui lavorava agli emendamenti per modificare i testi legislativi, a volte dedicando interi giorni e nottate per spostare magari una sola virgola, per allentare una sola maglia nella morsa con cui l’Unione andava stringendo i migranti con le sue politiche di chiusura delle frontiere e respingimento, o nella difesa dei diritti sociali sempre più calpestati dalle linee economiche e di bilancio. Allora i suoi occhi brillavano di gioia infantile, come quelli di un monello che avesse rotto un vetro.
L’ambizione di Barbara, dell’Altra Europa e dei suoi garanti era stata rifondare una sinistra fuori dagli schemi partitici tradizionali, capace di unire giustizia sociale e ambientale, diritti dei migranti e diritti digitali nella reale possibilità di parola politica della società civile. Era un disegno alimentato dal pensiero di Alex Langer e dal concetto di “costituzionalismo arricchito” di Rodotà, per cui solidarietà e diritti della persona avrebbero dovuto prendere il sopravvento su logiche nazionaliste e dogmi neoliberisti. Ma il mondo andava in un’altra direzione, quella di cui la Fortezza Europa e le morti per abbandono nel Mediterraneo erano un segnale e una prefigurazione del ritorno attuale alle logiche di guerra e riarmo, all’acquiescenza e all’inazione di fronte a politiche genocidarie, al riemergere delle destre estreme e di una ferma determinazione a scardinare Costituzioni e istituti del diritto internazionale, a cominciare dall’Onu, dalle Conferenze delle Parti sul clima, dalla Corte penale internazionale. Un mondo sfigurato, dove singoli Stati mostrano ormai apertamente di voler prevalere sulla legalità globale, radicalizzando il fallimento delle politiche neoliberiste e tecnocratiche in un vuoto di alternativa in cui trovano spazio promesse identitarie, nazionaliste e demagogiche, nell’invenzione continua di un “nemico” che legittima il consolidarsi di un apparato repressivo.
Davanti a questo scenario Barbara Spinelli ha condotto la sua battaglia, sempre rifuggendo dalla memoria rituale, figlia di un padre che incarnava il progetto europeo contro il fascismo e di una madre, Ursula Hirschmann, che scelse il titolo Noi senzapatria per il proprio libro autobiografico in cui affermava: «non sono italiana benché abbia figli italiani, non sono tedesca benché la Germania una volta fosse la mia patria. E non sono nemmeno ebrea, benché sia un puro caso se non sono stata arrestata e poi bruciata in uno dei forni di qualche campo di sterminio […] Noi déracinés dell’Europa che abbiamo “cambiato più volte di frontiera che di scarpe” – come dice Brecht, questo re dei déracinés – anche noi non abbiamo altro da perdere che le nostre catene in un’Europa unita e perciò siamo federalisti».
Déraciné a sua volta, incrocio di un magma incandescente della nostra storia che per lei era famiglia, sempre in fuga dalle retoriche e dalle celebrazioni, Barbara è stata l’evento imprevedibile, la figura essenzialmente politica che nessun partito istituzionale avrebbe potuto eleggere, nata alla politica tramite l’imprevisto di una lista destinata al naufragio. Tornano i libri di Conrad, che sempre rileggeva, soprattutto l’adorato Vittoria, «che a intervalli regolari nella mia vita mi salva». Perché era il tornare alla necessità di una vittoria su se stessi, sul desiderio di ritrarsi dal mondo, il cui richiamo continua a vincere, nonostante tutto.

