Il NO al referendum sulla magistratura non è stato solo una difesa della Costituzione ma anche una richiesta di attuazione del disegno di emancipazione sociale in essa contenuto. Punto centrale programmatico di una coalizione progressista troppo concentrata sul leader.

Al referendum del 22 e 23 marzo la democrazia italiana ha corso un rischio esiziale.

La vittoria del No ha impedito il compimento del primo obiettivo di un disegno che altrimenti sarebbe proseguito con il premierato e con l’autonomia regionale differenziata. L’obiettivo finale era la trasformazione della democrazia in un’autocrazia elettiva: un regime in cui il potere esecutivo sarebbe stato concentrato nelle mani del capo del Governo eletto direttamente dai cittadini, il potere legislativo rimesso a un Parlamento composto a immagine del capo eletto e il potere giudiziario affidato a una Magistratura assoggettata al potere politico (e cioè, ancora una volta, al capo); il tutto, in un contesto in cui l’esasperazione del regionalismo avrebbe comportato il definitivo superamento del principio di uguaglianza.

Sarebbe stata la morte della Costituzione vigente e la nascita, in via di fatto, di una nuova Costituzione.

La principale preoccupazione delle forze politiche e sociali che hanno impedito tale disegno deve essere, ora, quella di mettere in sicurezza la Costituzione, per far sì che un rischio analogo non possa riproporsi. Ed è chiaro che tutti coloro che, pur non appartenendo a un partito di destra, non hanno percepito tale rischio – avendo votato Sì o non avendo preso posizione – non possono essere considerati alleati affidabili.

Mettere in sicurezza la Costituzione significa agire lungo tre direttive:

  • innalzare alla misura minima dei 3/5 dei presenti le maggioranze necessarie per la modifica della Costituzione e per l’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici della Corte costituzionale e dei membri laici del Csm (in tal caso, questa maggioranza va costituzionalizzata);
  • introdurre nell’articolo 21 della Costituzione un limite alle concentrazioni proprietarie di tutti i mezzi di informazione (cartacei, televisivi, informatici);
  • impedire l’autonomia regionale differenziata abrogando l’articolo 116, comma 3, della Costituzione.

Il forte sostegno al No venuto da parte degli astenuti, dall’elettorato giovanile e dalle aree dove il disagio sociale è più marcato (Mezzogiorno e periferie urbane) consente, inoltre, di interpretare il voto referendario non solo come una difesa della Costituzione, ma anche come una richiesta di attuazione del disegno di emancipazione sociale in essa contenuto. A tal fine, si possono individuare ulteriori direttive d’azione:

  • rilanciare l’azione diplomatica in tutti gli scenari internazionali e abbandonare i propositi di riarmo;
  • abrogare tutte le leggi “melonissime” sulla repressione penale del disagio sociale e del dissenso politico;
  • modificare il sistema tributario nel senso di una marcata progressività che aumenti la pressione fiscale per i più benestanti, contestualmente abbassandola per la classe media e per i più indigenti (dando così attuazione all’articolo 53 della Costituzione);
  • utilizzare l’accresciuto gettito fiscale per: (1) potenziare i diritti sociali (anche attraverso le necessarie riforme normative): sanità, istruzione, lavoro, previdenza, assistenza, abitazione; (2) assumere un milione di dipendenti pubblici da impiegare nei settori in cui si articola il Welfare State; (3) avviare la perequazione infrastrutturale a beneficio del Mezzogiorno; (4) avviare un vasto piano di manutenzione del territorio.

Se, anziché dedicarsi alla scelta del leader della coalizione (una versione edulcorata del capo), le forze politiche che hanno sostenuto il No s’impegnassero nella definizione di un simile programma, allora il voto referendario sarebbe stato il seme di una nuova speranza.

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino.
Tra le sue pubblicazioni: con Gustavo Zagrebelsky, Loro diranno, noi diciamo; Vademecum sulle riforme istituzionali (Laterza 2016); Per scelta o per destino? La Costituzione tra individuo e comunità (Giappichelli editore Torino 2018), Contro la democrazia diretta (Einaudi 2020), Elogio delle tasse (Edizioni Gruppo Abele 2021).

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