Un incontro nato dopo il fallimento della COP30 a Belém, un’occasione di dialogo tra chi può e vuole agire sulla strategia complessa e necessaria per trovare un equilibrio sul piano energetico e ambientale. Non solo luogo di confronto, ma prospettiva globale con passi ben precisi in agenda.

Dal 24 al 29 aprile 2026 si è svolta a Santa Marta, in Colombia, la prima Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili, promossa da Colombia e Paesi Bassi. Due Paesi che condividono la consapevolezza che, essendo la produzione di combustibili fossili profondamente radicata nei mercati globali, nei sistemi finanziari e negli equilibri geopolitici, nessun Paese può affrontare questa riconversione da solo. La scelta del luogo non è casuale. La città è uno dei principali porti di esportazione del carbone sudamericano. Organizzare qui la Conferenza ha significato affermare che la transizione ecologica non può essere progettata solo nelle capitali europee o nel Nord globale, ma deve coinvolgere fin dall’inizio i territori che hanno costruito la propria economia su carbone, petrolio e gas.

Nasce dopo il fallimento della COP30 a Belém, incapace di affrontare il nodo centrale della crisi climatica: i combustibili fossili. Un esperimento politico e diplomatico inedito: non solo un vertice tra governi, ma uno spazio multilivello di confronto tra istituzioni, comunità territoriali, popoli indigeni, movimenti sociali, sindacati, università, scienziati e organizzazioni della società civile. Il suo obiettivo principale è stato quello di avviare un percorso condiviso per superare la dipendenza globale da carbone, petrolio e gas, costruendo le condizioni migliori per un dialogo innovativo in grado di rimettere al centro la cooperazione internazionale in un momento storico drammatico in cui multilateralismo e diritto internazionale rischiano di essere seppelliti dalle guerre di un’oligarchia che non rispetta nessuna regola e nessun limite.

Hanno partecipato 56 governi: 30% europei, 20% latinoamericani e caraibici, 16% africani e 12% asiatici oltre ad Australia e tante isole sparse tra equatore e Pacifico. Insieme rappresentano circa un terzo della popolazione globale, del consumo globale di petrolio e del PIL mondiale, e questo evidenzia il peso politico ed economico della coalizione. Un’opportunità per costruire una nuova architettura delle relazioni internazionali, fondata su solidarietà tra le nazioni, tecnologie pulite e accessibili e un principio solido di giustizia ed equità. Parliamo di una trasformazione dell’ordine globale che non nasce dalla paura o dalla pressione economica, bensì dalla fiducia nella capacità di azione collettiva.

Uno degli elementi più innovativi del percorso è stato il lungo lavoro preparatorio. Per circa tre mesi, 12 settori tematici hanno lavorato da remoto elaborando documenti condivisi a partire da un format messo a disposizione dal Governo colombiano in cui si chiedeva di individuare i principali ostacoli alla riconversione, le soluzioni condivise, le proposte tecniche, le politiche concrete e una tabella di marcia per attuarle. Al processo hanno partecipato popoli indigeni, afrodiscendenti, movimenti sociali, contadini, di giovani, di donne, ONG, mondo accademico, governi subnazionali, sindacati, parlamentari e settore privato. Questi testi sono diventati la base delle sessioni della Conferenza, con l’obiettivo di costruire un documento capace di raccogliere analisi, visioni e proposte della parte maggioritaria della popolazione globale che rifiuta un mondo segnato da guerre, collasso climatico e povertà.

Parallelamente al programma istituzionale si è sviluppato il Vertice dei Popoli, che ha coinvolto oltre 900 organizzazioni sociali provenienti da tutto il mondo. Questo spazio auto-organizzato ha avuto un ruolo fondamentale nel consolidamento di un potere collettivo dal basso, definire contenuti politici autonomi e nel costruire una pressione dal basso sui governi. Il risultato è stata la pubblicazione della “Dichiarazione dei popoli per un futuro libero dai combustibili fossili”, un documento politico che senza ambiguità declina i 15 principi della transizione rapida, giusta ed equa. Questa dichiarazione afferma con forza che per affrontare adeguatamente il collasso climatico, le povertà e le guerre è necessaria una ristrutturazione completa del sistema economico, politico e sociale, allontanandosi dal capitalismo, dal patriarcato, dal razzismo e dall’estrattivismo per approdare a un ordine rigenerativo, democratico ed equo. Senza un cambiamento culturale non sarà possibile promuovere una nuova politica ecologica capace di rispondere con un approccio sistemico ai problemi che abbiamo dinanzi a noi e colpiscono già oggi la maggioranza della popolazione mondiale. Significa riconoscere che la liberazione degli esseri umani non è possibile senza la liberazione della Madre Terra e che solo garantendo i Diritti della Natura saremo in grado di garantire i diritti umani.

La Conferenza si è conclusa con alcuni risultati concreti. È stata annunciata la seconda Conferenza che si terrà nel 2027 nelle isole Tuvalu, co-presieduta dall’Irlanda. È stato istituito un Panel scientifico globale per la transizione energetica, guidato da Carlos Nobre e Johan Rockström, con oltre 50 studiosi internazionali, incaricato di fornire basi scientifiche alle future decisioni politiche. Sono stati infine definiti tre assi strategici di lavoro: 1) definizione di una roadmap includendo non solo la trasformazione del sistema energetico, ma anche della produzione e delle esportazioni. L’obiettivo è colmare un vuoto negli NDC, affrontando in modo più trasparente le emissioni legate ai Paesi produttori, con il supporto del panel scientifico e della coalizione DCP, in coerenza con i piani nazionali e regionali; 2) riformare la struttura macroeconomica e finanziaria, con attenzione a debito, fiscalità e sussidi, per superare le “trappole” che ostacolano la transizione. Questo lavoro sarà supportato dall’IISD e dal Centro di ricerca economica e politica; 3) affrontare il rapporto tra commercio, investimenti e decarbonizzazione, con l’obiettivo di promuovere sistemi commerciali più sostenibili e liberi dai combustibili fossili, analizzando i flussi ad alte emissioni e riequilibrandoli verso modelli meno impattanti, con il supporto dell’OCSE.

Alla conferenza ha partecipato su invito anche l’Italia, rappresentata da Francesco Corvaro, Inviato speciale per il cambiamento climatico dai ministeri dell’Ambiente e degli Affari esteri. Nel suo intervento Corvaro ha sottolineato come il passaggio dagli impegni all’attuazione sia necessario ma non sufficiente. Ha proposto la creazione di una nuova piattaforma diplomatica capace di coinvolgere i Paesi assenti, inclusi i principali responsabili delle emissioni. L’obiettivo, ha spiegato, è aprire un confronto diretto anche con chi nega le evidenze scientifiche del cambiamento climatico o resiste alla logica economica della transizione. Uno spazio per comunicare in modo chiaro e fermo – dice – i rischi che le loro popolazioni stanno affrontando, “popolazioni che i governi hanno il dovere fondamentale di proteggere, salvaguardare e a cui garantire un futuro prospero”. 

A fronte di queste dichiarazioni, la presenza dell’Italia è apparsa debole e contraddittoria. Comunicata all’ultimo momento, priva di una delegazione politica di alto livello, senza una reale capacità decisionale e senza una linea pubblica riconoscibile, ha confermato una difficoltà ormai evidente: coniugare gli impegni internazionali con le scelte politiche interne e le posizioni geopolitiche assunte negli ultimi mesi. 

Questa incoerenza si riflette chiaramente nelle politiche energetiche nazionali. In Italia persiste una distanza significativa tra obiettivi climatici dichiarati e scelte effettive: il sistema resta fortemente ancorato ai combustibili fossili, mentre lo sviluppo delle energie rinnovabili continua a essere rallentato da incertezze normative, ostacoli autorizzativi e ritardi nelle connessioni. Non si tratta di un ritardo ma di un blocco strutturale che impedisce al Paese di costruire una reale indipendenza energetica, lasciandolo esposto agli effetti delle crisi e dei conflitti. La proroga al 2038 dell’uscita dal carbone rappresenta in modo emblematico questa linea. Presentata come misura emergenziale, è invece una scelta inefficace e anacronistica: le centrali a carbone non sono competitive, non rispondono ai tempi delle emergenze e comportano costi sociali e ambientali elevati. Non una soluzione ma un segnale di arretramento che pesa sulla credibilità internazionale dell’Italia e si traduce in un aggravio concreto per famiglie e piccole imprese.

A questa contraddizione interna si affianca quella sul piano internazionale. Corvaro propone nuove piattaforme diplomatiche per spiegare ai Paesi assenti a Santa Marta gli effetti delle loro scelte sulle popolazioni, lasciando intendere che ad esempio basterebbe parlare con gli Stati uniti per fargli cambiare idea sull’Accordo di Parigi e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo l’Italia si colloca dentro un quadro politico che legittima le posizioni assunte da USA e da Israele nell’escalation in Iran, considera legittima la violazione della sovranità del Venezuela e guarda con interesse al “Board of Peace”, a cui ha partecipato come osservatore non spendeno una parola sul genocidio del popolo palestinese e sugli interessi legati allo sfruttamento delle risorse energetiche. 

La partecipazione a Santa Marta, di fatto, non modifica le scelte a vantaggio dell’economia fossile nel nostro Paese, né le alleanze complici con governi genocidi, negazionisti climatici e guerrafondai. Allo stesso tempo, il Governo rafforza sempre di più le politiche autoritarie pensate – soprattutto – per criminalizzare chi oggi difende i territori dalla devastazione ambientale, dagli interessi delle multinazionali e da grandi opere che alimentano il modello estrattivo. Alla faccia dei popoli da proteggere. 

È in questo scenario che il percorso avviato a Santa Marta acquista un valore che va oltre la dimensione diplomatica. Perché, accanto alle esitazioni istituzionali, esiste già un’alleanza sociale che prova a costruire un’alternativa concreta in tutto il mondo. Lo hanno dimostrato le comunità, realtà sociali, sindacali e di base che si sono riunite e che hanno lanciato la Dichiarazione dei popoli per un futuro libero dai combustibili fossili.

Non è possibile ridurre la presenza italiana alle ambiguità del Governo perché sarebbe incompleto. A Santa Marta, infatti, l’Italia c’era anche – e soprattutto – attraverso la sua società civile. Una rete ampia e articolata che da mesi lavora al Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili: dalla scuola di ecologia integrale GEA a organizzazioni come LAV, Unione Inquilini, PeaceLink Taranto, Movimento No Tav, Rete dei Numeri Pari, StopRearm Europe, fino ai Missionari comboniani, Navdanya International e decine di comitati territoriali. Un fronte eterogeneo ma coerente, che mette al centro l’impegno in prima persona per giustizia sociale, ambientale ed ecologica, la difesa dei territori e la partecipazione democratica dal basso. Anche sul piano politico, alcuni segnali si sono visti. Alleanza Verdi e Sinistra ha aderito fin dall’inizio della Campagna italiana per il Trattato, sostenendone i principi e promuovendo il coinvolgimento degli enti locali. Il caso di Firenze, tra i primi comuni ad aderire, indica la direzione da seguire: portare la riconversione dentro le istituzioni territoriali, costruendo dal basso una politica più coerente con le sfide del presente.

È in questo percorso – dunque – che si colloca lo spazio della speranza. Non come attesa passiva, ma come processo già in atto: nella cooperazione tra governi, istituzioni locali, popoli e scienza che mettono insieme visione e costruzione di pratiche e politiche pubbliche. Santa Marta non è stata solo un luogo di confronto, ma è una prospettiva globale che ha già nella sua agenda i prossimi passi da compiere. Appuntamento alle isole Tuvalu nel 2027 per lavorare sugli impegni vincolanti.

Per saperne di più e sottoscrivere la campagna vai su www.geascuola.org/fuori-dall-era-dei-fossili

Elisa Sermarini è Presidente di Gea, associazione nata nel 2021 per promuovere e diffondere la visione, la cultura, le proposte e le pratiche legate alla Giustizia Ecologica e Ambientale. È componente dell’équipe della scuola Gea.

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