I 650.000 soldati italiani internati nei lager nazisti dopo l’8 di settembre 1943 furono privati di ogni diritto pure garantito ai prigionieri di guerra: le uniche visite consentite erano quelle dei repubblichini che provavano a convincerli ad aderire alla RSI facendo leva sulla fame e sulla fatica dei lavori forzati, sulla lontananza da casa e dalle famiglie. In 50.000 morirono nei lager.

Per questi valeva soprattutto, nella condanna del fascismo, il suo aspetto di negazione disumana di ogni valore spirituale, di ogni spirito di carità e di amore per il prossimo e quel culto della forza, quella infernale oppressione del regime nazista di cui il lager era lo specchio rivelatore.
Alessandro Natta, L’altra Resistenza 

Luogo di internamento, di sfruttamento e violazioni, di torture e di sofferenze, di fame e di malattia, gli Oflag e gli Stalag1 , divennero «scuole di democrazia» dove gli Internati Militari Italiani (IMI) raggiunsero la consapevolezza che trasformò «in giudizio critico la ribellione sentimentale contro il fascismo e in meditato fatto politico il nostro no». Così scriveva Alessandro Natta nel suo patito libro L’altra Resistenza; patito perché lo scrisse nel 1954 ma lo vide pubblicato solo nel 1997 per il rifiuto generale, anche dopo la fine della guerra, di parlare della vicenda degli oltre 650.000 internati militari italiani, di cui Natta fece parte. Persino la casa editrice del suo partito, il Partito comunista, Editori Riuniti, tenne nel cassetto quel testo che fu poi stampato da Einaudi, quarant’anni dopo. 

Con “L’altra Resistenza”, Natta voleva riconoscere – e a lungo non ci riuscì lui e non ci riuscì nessuno – il ruolo della resistenza senza armi di questa enorme massa di italiani, ufficiali e soldati semplici, tanti giovanissimi e con un basso livello di scolarizzazione e di cultura politica, nati e cresciuti nella propaganda del regime fascista, che l’8 settembre 1943, «lontani dalla patria, isolati», si rifiutarono di continuare a combattere al fianco dei nazisti, diventandone nemici tra i peggiori. Per questo, e anche per una questione di propaganda interna dell’alleato Mussolini, Hitler li degradò da prigionieri di guerra a Internati militari italiani, una definizione inventata per spogliarli delle tutele della Convenzione di Ginevra e per escluderli dall’assistenza della Croce Rossa Internazionale, negando loro quelle tutele minime previste pure in tempo di guerra. 

Le uniche visite che ricevettero, durante i venti mesi del loro internamento nei lager del III Reich, furono quelle dei connazionali, inviati dalla costituita Repubblica di Salò per cercare di convincerli a passare con loro con la promessa di cibo e di soldi, di libertà, di quell’anelato ritorno a casa e alle famiglie lasciate sole lontano. A quegli italiani che erano stati commilitoni e che rimanevano fratelli della stessa patria, gli inviati repubblichini promettevano persino un pasto luculliano pronto dietro l’uscio. I tentativi di persuasione giocarono sui ricatti morali e psicologici esercitati facendo biecamente leva sulle condizioni disperate in cui gli internati versavano nei lager nazisti. «Inutilmente Mussolini insistette», scrisse poi Giovanni Guareschi, anche lui IMI e autore di uno straordinario libro, Diario clandestino.

Degli internati, ridotti a pelle e ossa, pochissimi accettarono di andare a rafforzare quel Patto d’Acciaio e anzi lo indebolirono con il loro continuo “No” ribadito anche a quegli italiani arrivati per abbindolarli. In 50.000 morirono nei lager; gli altri, quelli che tornarono a casa, erano irriconoscibili e non riconosciuta fu per decenni la loro storia. 

Gli Internati Militari Italiani sono chiamati anche in un altro modo: Schiavi di Hitler. Perché, non volendo partecipare attivamente alla guerra nazifascista, vennero piegati a farne parte lavorando come manodopera senza compenso e senza orari, con pane acqua e patate e quelle poche calorie che bastavano per tenerli in piedi e operativi nell’economia di guerra, nei cantieri e nelle fabbriche, nei campi e in tutte le attività in cui servivano uomini, mentre quelli tedeschi erano a combattere.

«Le pagine di Auschwitz e di Buchenwald fanno impallidire le nostre, di Fullen e di Wietzendorf. Altri avevano impresso a fuoco sulla carne un numero: per noi bastava la cartella segnaletica del delinquente. La fame fu comune e atroce, ma abbiamo ancora vergogna della nostra fame pensando al crematorio di Birkenau. I nostri morti non li contammo a milioni, solo a decine di migliaia. Morirono ancora ‘uomini’», puntualizzò Natta, non confondendo le atrocità nazifasciste che si consumavano nei vicini campi di sterminio. Fascisti che ebbero un ruolo attivo non solo nei rastrellamenti di ebrei, rom, omosessuali, minoranze e oppositori politici, ma che si prestarono dunque perfino per andare in giro tra propri connazionali per tentarli e persuaderli, guardandoli negli occhi svuotati e tra le ossa sulle quali poggiava la pelle stremata, presentandosi invece pasciuti e curati, con le uniformi nuove e pulite e la promessa di un ritorno alla vita umana. Perché è questo ciò che fecero i Repubblichi di Salò ai loro stessi fratelli, agli italiani che Mussolini stesso dichiarò, in un capovolgimento di senso, di disprezzare in quanto «traditori» tanto da sentirsene «disonorato».

Rendere omaggio agli uomini di Salò, nel giorno della Liberazione e in qualunque altro giorno della Repubblica democratica, significa tradire, di nuovo, quei 650.000 italiani che resistettero, senza armi e senza forze. E le cui ferite del corpo e dell’anima nessuno mai prese in cura, in un esercizio di rimozione individuale e collettiva che ha prodotto una confusione dei ruoli e dei valori. 

Da marzo 2025, quando è stato pubblicato da Castelvecchi, ho molto girato l’Italia in decine di posti con La luna al suo comando, il libro che riporta la testimonianza di uno di quei 650.000 internati militari italiani, Felice Magliano, un uomo semplice, pastore e contadino del Cilento, San Giovanni a Piro, in provincia di Salerno. Una testimonianza che ho raccolto nel dicembre 2021 quando lui aveva 108 anni ed era ancora lucido e pieno di quella passione democratica che da metà degli anni ‘80 lo aveva portato a riaprire quella ferita, in modo istintivo e naturale, e a raccontarla prima ai nipoti e poi a chiunque lo volesse ascoltare. Un racconto prima familiare e poi sempre più collettivo fino ad arrivare ad inserirsi in quell’enorme lavoro di ricostruzione della Storia della Resistenza senza armi di quei 650.000 militari che dissero No a Hitler e Mussolini.

Una Storia rimasta nel silenzio per anni, con colpevole compartecipazione di ogni parte politica, come la vicenda del libro di Natta dimostra: disprezzati come traditori dai post fascisti, sospettati di tradimento e tradimenti dagli antifascisti.
Una Storia riemersa a livello pubblico a partire nel primo decennio del 2000, prima con una commissione di italo-tedesca promossa dalla storica Gabriele Hammermann e poi con il riconoscimento delle Medaglie d’Onore da parte della Presidenza della Repubblica, le prime volute da Carlo Azeglio Ciampi, e con la deposizione delle pietre d’inciampo anche per gli IMI.
Una Storia che tuttavia molte famiglie stanno scoprendo tardi, trovando documenti sepolti e nascosti dagli stessi internati una volta tornati a casa: c’è chi ha trovato un lager pass sepolto nel cassetto degli antichi attrezzi da lavoro del papà; chi ha scoperto un documento dell’internamento del nonno dietro un quadro rimasto appeso tutta la vita nel suo soggiorno; chi ha messo tra le foto sul comò quella del tesserino del lavoro forzato; chi ha ereditato un diario scritto a mano con financo disegni e spartiti, racconti e barzellette, lezioni di latino o di medicina della sopravvivenza, ché quella cosa che diceva Natta della scuola di cultura democratica era vera, passava anche da una intensa pratica delle arti a qualunque livello, compresi i canti d’amore e le serenate, come fu per Felice Magliano.

In questo anno, in più di trenta incontri, alla voce di Felice Magliano si sono aggiunte quelle di decine e decine di parenti, attraversati dal bisogno di cercare e condividere piccoli o grandi frammenti di una vicenda privata collettiva: figli, abiatici, nipoti, anche una nuora venuta a mostrare i fogli matricolari; una figlia a leggere gli scritti del padre; un’altra figlia a condividere il ricordo di quel padre carabiniere che un certo giorno, all’improvviso, le raccontò una sola volta e solo a lei, quando aveva dieci anni, dell’internamento; un’altra figlia ancora a confidare la difficoltà di prendere in mano quelle carte del padre internato e leggerle ora che lui non c’è più; un’altra a leggerle ad alta voce per tutti; la coppia che inizia a capire solo ora, sentendone parlare, a cosa si riferiva lo zio quando parlava dei suoi mesi in Germania dopo l’Armistizio. Ci sono associazioni ma anche gruppi spontanei, pagine su internet e sui social in cui si confrontano tra loro gli eredi di questa sconosciuta Storia, che cercano informazioni, dettagli e, nel socializzare, conforto, se non sollievo.

Con i se e con i ma non si fa la Storia, dicono gli storici, e però la domanda è lì, conseguente alla riflessione di Natta sul processo di democratizzazione che si sviluppo all’interno dei lager. La domanda è: se si fossero ricostruite a suo tempo, con loro ancora vivi, le ragioni e le riflessioni di quella moltitudine enorme che furono gli Internati Militari Italiani, non sarebbe stata una scuola di democrazia per tutti noi? Raccogliere i loro ricordi e le loro memorie ed elaborarle con la loro viva voce, per scrivere insieme questa pagina della Resistenza, non sarebbe stata occasione di formazione di una consapevolezza democratica collettiva più solida? Una consapevolezza della Storia della propria famiglia, quelle eredi dei 650.000 internati militari, e della patria.

Forse, se fosse andata così, nessuno, e men che meno la seconda carica dello Stato – Ignazio La Russa, 21 aprile 2026, come in occasione di ogni 25 aprile: «Quando ero ministro della Difesa, nessuno mi obbligava, ma andavo a rendere omaggio al monumento che c’è al cimitero di Milano ai partigiani e portavo una corona, poi andavo al Campo 10 dove sono sepolti molti ignoti, diversi caduti della Repubblica Sociale italiana» – oggi potrebbe mettere sullo stesso piano gli onori a chi fece la Resistenza, con le armi e senza armi, per liberare la propria patria e chi invece li perseguitò, uccise e provò a ingannarli, provando a prenderli, i loro fratelli italiani, per fame e per sfinimento. Questo sì, il vero tradimento. 

  1. Gli Offizierslager (Oblag) e gli Stammlager (Stalag) erano i campo del III Reich dove vennero internati gli Internati Militari Italiani: i primi erano riservati agli ufficiali, i secondi per i sottufficiali e per i soldati semplici. Alcuni Stalag avevano sezioni riservate per gli ufficiali. ↩︎

Lorella Beretta è giornalista freelance e scrittrice. È responsabile della comunicazione di Libertà e Giustizia.
Dal 1994 al 2012 è stata redattrice e conduttrice a Radio Popolare.

È autrice del libro “La luna al suo comando, storia di Felice Magliano Internato Militare Italiano”, (2025, Castelvecchi editore, collana Papaveri Rossi) con prefazione di Liliana Segre e nota introduttiva di Gianfranco Pagliarulo.

Nel 2022 ha scritto il capitolo «Politiche razziali dell’acqua, dal Sudafrica a New York» che è parte del libro collettivo Gli Stati Generali dell’Apartheid edito da Castelvecchi editore, collana Lupicattivi.
Nel 2020 ha preso parte con un capitolo sulla rappresentazione degli immigrati e dell’immigrazione sui media italiani nel libro “Ero straniero. Seminare accoglienza, raccogliere futuro” di Don Virginio Colmegna e Simona Sambati per Derive e Approdi editore

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