Il discorso di Lorenzo Dellai a Montecitorio

dellaiSignora Presidente, colleghe e colleghi, noi riteniamo che la governabilità senza vera rappresentanza diventi un arido primato dei puri numeri sulla politica. Per questa ragione noi non possiamo assolutamente votare a favore di questa legge. Il punto per noi è questo e solo questo. Abbiamo sostenuto le nostre idee intorno alla legge elettorale, non abbiamo partecipato ad alcuna coda delle primarie del Partito Democratico e poco ci interessa quanto oggi la stampa scrive a proposito di chi questa coda delle primarie avrebbe vinto o avrebbe perso. Questa legge, confusa, brutta, di dubbia costituzionalità, fa perdere solamente il Paese, del quale pretenziosamente ha preso in gergo il nome. Noi non sappiamo se, per contro, la vittoria dei numeri registrata in quest’Aula corrisponda ad una vera vittoria politica. La larga maggioranza per le riforme della quale si è parlato nelle votazioni decisive si è dimostrata molto più ristretta della maggioranza politica che sostiene il Governo, mentre quest’ultima esce da questo passaggio certamente meno coesa e motivata. Il futuro dirà se ne è valsa la pena. Per quanto ci riguarda vogliamo ricordare che il 31 gennaio abbiamo deciso di ritirare la nostra pregiudiziale di incostituzionalità su questa legge solamente nella dichiarata speranza che quest’Aula non sarebbe poi stata un luogo di ratifica, di decisioni prese altrove e avrebbe invece esercitato il proprio ruolo esaminando senza diktat esterni le proposte di modifica. Questa speranza, signora Presidente, colleghe e colleghi, è andata assolutamente delusa. Non è cambiato il rapporto squilibrato fra voti e seggi dal quale deriva un premio di maggioranza esagerato. Non è cambiata l’irragionevole articolazione delle soglie di sbarramento, che nella loro bizzarra diversificazione rendono ineguale il valore del voto dei cittadini. Non è cambiata la natura bloccata delle liste, che impedisce ai cittadini di scegliere le persone degne della loro fiducia attraverso le preferenze o i collegi uninominali. Non è cambiato il meccanismo che rende del tutto casuale l’attribuzione dei seggi nelle varie circoscrizioni. Non è stata raccolta l’istanza di adeguati meccanismi per la parità fra donne e uomini, perché si sono bocciate sia le quote riservate sia le preferenze di genere. Non è cambiato il divieto di apparentamento dopo il primo turno, che avrebbe dato al ballottaggio il senso di un vero e proprio secondo turno, ispirato alla logica delle coalizioni costruite alla luce del sole. Non è stata colmata la vistosa lacuna riferita al conflitto di interessi, cosa piuttosto grave a fronte di un sistema elettorale che, di fatto, concentra tutto il potere in capo a chi vince. Un solo punto è stato modificato: si è stralciato l’articolo 2 e così la nuova legge si applicherebbe solo alla Camera. Questa modifica è stata presentata come garanzia che la legislatura non finirà prima che sia approvata la modifica della Costituzione sulla natura elettiva del Senato. Ne prendiamo atto, anche se la questione del rapporto fra legge elettorale e modifiche costituzionali viene così solamente sospesa, non certamente risolta. Anzi, noi non vorremmo che questa soluzione si traducesse in una seconda forzatura nei tempi e nei contenuti riguardante proprio le modifiche costituzionali, delle quali molto si è discusso in termini evocatori sulla stampa e, immaginiamo, nei privati colloqui, ma delle quali nulla ad oggi si è incominciato a discutere in Parlamento.  Il nostro giudizio fortemente negativo, dunque, è più che motivato e non ha nulla a che vedere con la nostalgia del passato, di un passato che, semmai, possiamo ricordare come una stagione nella quale i partiti erano grandi per radicamento nella società e non per effetto di meccanismi elettorali favorevoli perché orientati a ridurre la concorrenza. E neppure ha nulla a che vedere il nostro giudizio con la presunta difesa dei piccoli partiti. Vorremmo, anzi, che si ponesse fine a questa litania. Ci fa venire in mente l’usanza dei capri espiatori che gli ebrei offrivano in sacrificio nel giorno dello Yom Kippur, dopo aver caricato simbolicamente su di loro il peso di tutti i propri peccati.
Il nostro giudizio su questo provvedimento deriva piuttosto da una profonda e seria preoccupazione, che si stia procedendo ad una radicale trasformazione del nostro modello di democrazia parlamentare senza che ciò sia dichiarato in modo chiaro e trasparente. È legittimo che, sotto la spinta dei cambiamenti sociali, le democrazie mutino la propria struttura e la propria filosofia. Noi, peraltro, rimaniamo convinti che non vada disperso il valore comunitario della nostra democrazia, che non è stata pensata e costruita in forza di un rapporto esclusivo tra individuo e potere, ma come articolazione plurale di culture politiche e di formazioni sociali. Noi pensiamo che questa caratteristica della nostra democrazia debba certo evolvere in ragione delle nuove esigenze imposte dai tempi, ma non debba essere cancellata. Naturalmente un Paese può decidere di cambiare registro, ma ciò deve avvenire in modo esplicito. Tutti devono essere consapevoli, perché, solo così, i cambiamenti, anche radicali, non corrono il rischio di essere avventure. Invece, qui si parte da uno schema di legge elettorale di tipo proporzionale e lo si forza in modo assolutamente irragionevole per ottenere effetti fortemente maggioritari. Si agisce in un modello di tipo parlamentare, ma si creano le condizioni per una evoluzione marcatamente presidenzialista. Sembra che questa, infatti, sia la prospettiva che di fatto si percorre, con il corollario degli appelli diretti al popolo senza mediazioni con i corpi intermedi e nel quadro di una evoluzione del sistema dei partiti: pochi, leggeri, identificati in una leadership personale. Nulla di illegittimo o di eversivo, ovviamente. Ma, se questo è il disegno lo si deve dire senza reticenze.

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