Se a Facebook non piace la parola “democrazia”

È stato necessario dirlo, denunciarlo, farlo finire su siti e giornali. Facebook aveva di fatto bloccato la pagina Ridateci la nostra democrazia che LeG e Valigia Blu gestiscono insieme per la campagna contro la legge elettorale detta Porcellum. Sei giorni di silenzio salvo poi dare laconiche spiegazioni su quanto accaduto. A noi amministratori della pagina, dopo numerose sollecitazioni e richieste di chiarimenti, è arrivata una mail. Dice, più o meno, che è colpa nostra, abbiamo sbagliato ad usare un nome generico per quella pagina, che bisognava dare un titolo più specifico, di modo che risultasse chiaro chi ne era il promotore.

Ridateci la Democrazia non è un titolo che piace a Facebook, preferivano fin da subito una cosa tipo Ridateci la democrazia di LeG o quella di Valigia Blu. La cosa suona strana: perché nelle indicazioni generali, quando si apre una pagina sul social network, questo dettaglio non è spiegato. Perché poi bloccare la pagina se dobbiamo cambiarne il nome? Non era meglio mandare un semplice avviso: cambiate il nome, altrimenti saremo costretti a bloccare la pagina? Non c’era possibilità di equivoco, però, perché nello spazio delle informazioni c’era tutto: i promotori, il loro sito, le finalità. Allora perché non bloccare la pagina facebook della Costituzione? Anche quella non è nemmeno specificato che sia della Repubblica italiana.

Ora dicono è una questione di titolo. Abbiamo dovuto cambiarlo per riottenere la libertà di scrivere e informare. Non c’era del resto altra soluzione: ma davvero un’azienda privata come facebook può fare quel che crede senza essere tenuta a renderne conto?

Forse, ma è solo un sospetto, la risposta, anche se non è quella che ci aspettavamo, è arrivata perché abbiamo sollevato il polverone. Perché del caso si sono occupati giornali, blog e siti internet.

Il fatto è che a noi interessa la democrazia, tutta quanta, non solo quella di LeG o di Valigia Blu, per cui il titolo giusto della pagina è: Ridateci la nostra democrazia. Un conto è moderare, un conto censurare. E forse è arrivato il momento di affrontare il tema della democrazia nel web con un certo rigore. Una nuova battaglia di cui dovrà farsi carico LeG?

4 commenti

  • Oh perbacco! Se piace a me? Piace sì e gradirei che piacesse anche all’amico che, inopinatamente, questa estate, tentò di bannarmi dal sito di LeG per il mio eccesso di verve. Diciamo che la democrazia, per rispondre a Facebook, dovrebbe godere del self-control.
    Celestino Ferraro

  • Questo succede quando si scambia uno strumento di svago e “cazzeggio” (mi si passi il termine) per uno “spazio di democrazia”.
    Se vuoi solo raggiungere più gente possibile puoi andare su Facebook, come puoi andare a fare un comizio in un casinò o in un cinema a luci rosse.
    Va anche bene, ma basta essere consapevoli che quando si va a parlare in un casinò o in un cinema a luci rosse, non ci si puà attendere un gran chè dall’uditorio.
    Analogamente se si va su Facebook si sa che si va in uno spazio PRIVATO che non ha alcuna ambizione civile o culturale: ambisce solo a realizzare un utile economico.
    Facebook è un luogo “PRIVATO” e, come tale, è “aperto al pubblico” solo fintantochè il propiretario non decide a suo capriccio di chiudere la porta.
    Si cerchi piuttosto di far capire a più gente possibile che Facebook e, in generale, la mitica “rete” sono unicamente uno spazio aperto al pubblico ma NON SONO per ciò stesso un “luogo di democrazia” più di quanto possa esserlo l’atrio di una stazione ferroviaria o la toilette di un autogrill.
    Ciò detto, ritengo importante e scarosanto dare la massima pubblicità al fatto avvenuto; non foss’altro che per far capire a più gente possibile la vera natura di strumenti e spazi come quello in questione.

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