Lessico del populismo e della volgarità

Apriamo ai navigatori la rubrica ideata dal professor Zagrebelsky. L’intenzione è quella di raccogliere parole, espressioni, modi di dire usati in maniera difforme, a volte persino contraria al loro significato. Vi proproniamo dunque un’analisi di quelle espressioni che una volta significavano una cosa, o niente, ma che nell’attuale temperie politica vengono usate con tutt’altra connotazione. La raccolta darà come risultato il Dizionario del populismo.

Ecco, di seguito, le voci raccolte fin qui. Affidate ai commenti a questo articolo le vostre proposte. Oppure mandatele alla mail redazione@libertaegiustizia.it

Mettere (non mettere) le mani nelle tasche degli italiani di Gustavo Zagrebelsky

Condividere la memoria storica, di Sandra Bonsanti

Essere radicati nel territorio di Giuseppe Volpe

Esporre alla gogna mediatica di Giuseppe Volpe

Scendere in campo di Maria Grimaldi

La magistratura vuole sovvertire il voto di Elisabetta Rubini

Il presidente del Consiglio non ha poteri di Filippo di Robilant

Gli italiani non sono così cretini da non capire... di Valentino Casali

Vogliono sovvertire il voto degli italiani di Andrea Spanu

Siamo contrastati dai poteri forti di Andrea Spanu

Ghe pensi mì, lunedì di Citizen Journalist

Parlare il linguaggio della gente di Franco Bertini

Si è dimesso per senso di responsabilità di Filippo di Robilant

Non fare una macelleria sociale di Fernando Fratta

Teatrino della politica – basta con il di Santi Di Bella

291 commenti

  • IERI: i piemontesi s’imbattono nella “questione meridionale” e nel conflitto con lo Stato Vaticano,
    OGGI: lo Stato italiano deve affrontare la criminalità organizzata, la corruzione e il riemergere dell’influenza della Chiesa Cattolica nelle vicende politiche e istituzionali.
    DOMANI ? ….
    Per spiegare questo peccato originale è necessario rompere il nostro tabù nazionale, che bene si esprime con un lapsus, nella abituale confusione del termine cattolico con quello di cristiano, tanto nei discorsi comune quanto spesso anche nelle analisi degli esperti. Si rimuovono in tal modo cinque secoli di storia durante i quali gran parte della cultura europea ha assimilato, sia pure con varie modalità e contraddizioni, i principi e i valori della Riforma Protestante, aperta al progresso, mentre in Italia si è affermata al contrario una cultura derivata dalla Controriforma, chiusa ed involutiva.
    IL TABU’: noi siamo cattolici (apostolici e romani) prima ancora di essere cristiani. E se il cristianesimo costituisce uno dei fondamenti della nostra cultura-identità, occidentale, è altrettanto vero che il rapporto con l’autorità si presenta a noi italiani in modo perverso e conflittuale, vissuto ed agito non in un rapporto mediato da un ente terzo, lo Stato, ma attraverso la famiglia. Da una parte dunque una cultura che pone l’ individuo in rapporto diretto con il proprio Dio (l’autorità della fede) e in rapporto con i propri simili attraverso l’identificazione e il riconoscimento nello Stato (il Diritto), dall’altra una cultura dove l’individuo si relaziona con Dio attraverso i Dogmi della Chiesa (la fede nell’autorità) e con la società mediatamente il legame simbiotico della famiglia, vivendo lo Stato come un’entità estranea ed ostile.
    A tutti noi good night and good luck.
    Renato Frabasile

  • “BASTA PERSONALISMI”
    SB 10 Agosto 2010

    “ma come” dico io..ma, ma.. ma come si fa se è lui l’uomo che più ha incarnato tutta l’egocrazia dell’italiano medio , dall’alto della sua intelligenza e del suo potere (per magnetizzare appunto l’italiano medio) , ecco dico cio , che faccia (di cerone) ci vuole per dire questa frase pensiero statista ?

    vabbè è stato già scritto tutto da Asor Rosa e tutti gli altri che su questo “regime” hanno dimostrato che è peggio dell’altro, è quindi inutile che mi dilungo dopo centinaia di commenti precedenti che in sintesi denunciano ampiamente la totale schizofrenia di questo Potere e di questo Potere al controllo delle menti con la “neolingua orwlliana”, poi ci stupiamo della soceità violenta in cui viviamo, dove il bue dice cornuto all’asino , quando per primo il bue piu visibile ha voluto plasmare tutti gli altri asini secondo la sua persona=maschera delle peggiori =solo cerone?

    è tutto grottesco come nei quadri di Goya, e quello piu pertinente al momento è
    “si romperà la corda?”
    ( ndr si romperà la corda vocale di questa neolingua?)

  • E’ molto giusto ed interessante stigmatizzare questi elementi del linguaggio popupistico della destra. Purtroppo, è arrivato il tempo di metter mano alle specificità linguistiche del populismo di sinistra, che comincia pericolosamente a farsi strada. Almeno per evitare di “cadere dalla padella alla brace”(sic).

  • possibile duplicato

    fanghiglia cristiana
    L’editoriale del settimanale cattolico Famiglia Cristiana n. 35 del 25 agosto 2010 dedica un editoriale intitolato “La Costituzione dimezzata”, a firma Beppe Del Colle, a criticare la, chiamiamola così, insofferenza del dottor Silvio Berlusconi per le regole fissate nella nostra Carta.
    Lo spunto è offerto da una dichiarazione del Presidente del Consiglio circa il fatto che, ove si dovesse andare ad elezioni anticipate, egli ‘non si farà incantare da nessuno, tantomeno dai “formalismi costituzionali”.
    L’editorialista tratta poi brevemente del voto cattolico, che Berlusconi avrebbe diviso, e conclude affermando che “il berlusconismo […] se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto , con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il “metodo Boffo” (chi dissente va distrutto) è fatto apposta.”
    Una censura decisamente forte ed è comprensibile che altrettanto forti siano le reazioni. In un paese civile tra persone, o parti, responsabili ci si aspetterebbe, tuttavia, che la censura fosse respinta nel merito e la vivacità dei toni fosse contenuta a livelli di ordinaria polemica.
    Apprendiamo, in sintesi giornalistiche di ieri e di oggi, che il ministro Sacconi giudica il direttore di Famiglia Cristiana “accecato dalla sua faziosità”; il ministro Maria Stella Gelmini parla di “violenza del tutto gratuita”, il ministro Bondi si dice “disgustato [dalla] unilateralità politica, assenza di stile [!!!] e rinuncia alla moderazione” da parte del settimanale cattolico. Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, afferma che “tutta la stampa non deve forzare i toni. Neanche quella cattolica, come Famiglia Cristiana. […] E anche Avvenire.” Il leader di Comunione e Liberazione ci fa sapere che “la posizione di Famiglia Cristiana è vecchia, parziale. Parte da una visione moralistica…”
    Nulla di straordinario, sin qui. Non fosse che solista sopra questo coro emerge la voce de il Giornale diretto da Vittorio Feltri (che non è organo del PdL e sul quale il Presidente del Consiglio non ha alcuna autorità essendo il foglio, come è noto, di proprietà di suo fratello Paolo).

    Scrive il Giornale che “Famiglia (o Fanghiglia) Cristiana erutta ogni settimana contro Il Giornale e contro il premier coprendoli di insulti.” E lo farebbe “nell’illusione che così si alzino pure le tirature. Campa cavallo.” L’editoriale contestato sarebbe “L’ultimo anatema” del quotidiano cattolico il cui direttore avrebbe anche richiamato il caso Boffo “poco cristianamente a mo’ di clava.”
    Seguono un po’ di pseudo contestazioni nel merito del voto cattolico (non della questioncella dei “formalismi costituzionali”) per concludere che l’ “antifona” dell’editoriale di Famiglia Cristiana sarebbe: “I credenti fiduciosi nel Cavaliere sono dei deficienti. […] Sarebbe stato più saggio se si fossero intruppati nel caravanserraglio progressista [per] passare tutti i provvedimenti che fanno orrore al magistero della Chiesa: i matrimoni gay, la fecondazioni artificiale, il testamento biologico senza vincoli e, magari, per completare la festa, la eutanasia.”
    Sintesi: Censure al ‘Cavaliere’ uguale fango uguale istigazione all’eutanasia, presumibilmente di stampo nazista. Notevolissimo esempio di civile dialettica democratica!
    Ciliegina sulla torta è poi, oggi, un’intervista a “Il Fatto Quotidiano” del capogruppo del PdL al Senato, Maurizio Gasparri, dicendo “quello che pensa e sa” propone all’intervistatore Luca Telese il dilemma se il direttore di Famiglia Cristiana sia o meno un sacerdote. Il signor Gasparri in proposito “sa” che: “E’ molto difficile vedere don Sciortino in abiti talari; [durante le vacanze] è stato visto nei bar, in buona compagnia sempre allegro … eh eh; […] non ha mai tenuto messa nella chiesa di Marettimo; […] è stato anche ripreso dalle autorità ecclesiali”. Conclusione: “Se vive in questo modo […] non ha l’autorità di fare una battaglia politica contro di noi.”
    Ora, per non farla lunga, con commenti che dovrebbero essere superflui, il quesito che qui si propone è: “Qual è il livello di intelligenza e di sensibilità che il direttore de Il Giornale suppone nei suoi lettori e il signor Gasparri suppone negli elettori del suo partito per credere che simili reazioni non siano giudicate indecorose (per usare un eufemismo)? “ Evidentemente lo ritengono molto basso. E, disgraziatamente sembrano avere ragione.

  • Mi piacerebbe molto che venisse inserita tra le voci del “Dizionario”anche la voce “Viviamo in uno Stato di polizia”, usatissima (a sproposito) dai più varii politici, ma in special modo da Berlusconi.
    L’errore nel quale incorrono è tipico (non tanto degli studenti del primo anno di giurisprudenza, quanto) degli studenti delle scuole medie inferiori alle prese con l’Educazione civica. Almeno, fino a quando l’Educazione civica costituiva effettiva materia di insegnamento.
    Si confonde cioè lo Stato che tende a promuovere il benessere dei sudditi dall’alto (Federico il Grande in Prussia) ed in cui il termine “polizia” si riconnette a “polis” e “ius politiae”, con il diverso concetto di Stato autoritario (o, al più, con lo Stato assoluto nel senso più ampio, ma non “di polizia”).
    La scarsa conoscenza dimostrata da Berlusconi in materia costituzionale non è certo dimostrata qui e per la prima volta, poiché la sua carenza di conoscenze in tema di “forme di Stato” è forse quella che desta minor preoccupazione.
    Sottolineo che nel concetto di Stato di polizia storicamente inteso (Giuseppe II, Federico il Grande) la caratterizzazione della forma di Stato era costituita proprio dal riconoscimento ai governati della tutela giurisdizionale dei diritti nei confronti dello Stato – quantomeno sul piano patrimoniale.
    Pertanto risulta ancor più significativo il fatto che “certi” politici utilizzino il termine “Stato di polizia” per rimarcare invece quella che dovrebbe essere (a loro unico e solo avviso) una situazione di “carenza” di tutela giurisdizionale. Ovviamente, “carenza” di tutela che riguarda solo i loro interessi.
    Giudizio: bocciati! (e studiate, somari!)

  • Una voce degna di nota, e mai come oggi attuale, è anche “super partes”.
    Il concetto assume toni risibili proprio in merito alla definizione della situazione attuale del Presidente della Camera, fornita dal Presidente del Consiglio e dai suoi consorti.
    Cosa vuol dire infatti che un soggetto non è super partes se va contro il governo (cosa tutta da dimostrare), mentre sarebbe super partes se andasse “a favore” del governo?
    Questa non è neanche più una dimostrazione di ignoranza: è che certa gente pensa proprio che gli italiani siano stupidi. Almeno la maggioranza.
    Comunque ribadisco il giudizio: bocciati! (e studiate, somari!)
    Altro che eliminare il latino dai programmi: andrebbero raddoppiate le ore. E quelle di Educazione civica quadruplicate.

  • Porcata
    “Ho scritto una porcata”.
    Roberto Calderoli, 15 marzo 2006

    Dovrebbero le parole, se non fosse anestetizzata nel profondo la capacità di ascolto, comprensione, reazione dei possibili interlocutori, avere una relazione di corrispondenza con quanto significano.
    E una relazione di senso con la bocca o meglio la “mente” che le suddette “pensa” e comunica.
    Il meccanismo si è, in tanto pianificato, mediatico rumore, palesemente frantumato.
    E così succede che con contenuto scandalo, collettiva rassegnazione una “porcata”, definita tale dall’autore medesimo e non da un passante, diventi addirittura e resti Legge dello Stato.
    Legge Elettorale ossia architrave del sistema.
    Se un cuoco dicesse: ”la pietanza che ho preparato è orribile e velenosa”, gli astanti, anche i più distratti, avrebbero forse qualche sussulto.
    Menti addomesticate scuotono appena, appena il capo. Ormai use ad accettare qualsivoglia estremo evento o dichiarazione come simpatiche bizzarrie ed esotico folklore.
    Con strategico distacco e superiore spirito analitico i presunti conoscitori di architravi, da “professionisti” quali sono, soppesano la “porcata” e si interrogano strenuamente sulla necessità di interloquire amabilmente a qualche Festa (nel nome scolorata) o puntata di “Porta a Porta” con l’eccentrico, vociante e rubizzo ideatore.
    Nessuno smette di essere seduto a tavola.

  • “giustizialista” è il nome del partito di juan peròn, il dittatore argentino. In italia invece la parola è usata impropriamente per bollare magistrati e giornalisti che indagano sugli scandali dei potenti, cosa che non ha niente a che vedere con il modello politico di peròn

  • Inserirei la voce “abbassare i toni”, frase usata spesso in modo ipocrita. Se sono un “potente” che promuove gli interessi della propria fazione, compio o parecipo alla realizzazione di atti, leggi che danneggiano direttamente o indirettamente chi potente non è (in poche parole “faccio i fatti”, altra frase di moda) potrò sempre accusare chi, danneggiato, sbraita inascoltato di inasprire il clima sociale ed invitarlo ad “abbassare i toni”. Spesso ad “abbassare i toni” si potrebbe contrapporre “abbassare i fatti VOSTRI”.
    Tutto ciò senza alcuna indulgenza per tutti gli atti violenti e sconsiderati.

  • Un’osservazione che riguarda la lingua italiana : ho notato che è invalso l’uso durante le trasmissioni televisive di qualsiasi natura, di “piuttosto che” non usato con il suo reale significato di opposizione ma esattamente il contrario, ossia con il significato di “e anche”. Non so cosa abbia dato origine a questo errore lessicale ma l’ho sentito pronunciare anche da persone colte.

  • Direi che una parola che ha tutti i diritti per essere inserita nel lessico della modernità è TERMOVALORIZZATORE. Un sostantivo che non esiste in nessun dizionario e la cui funzione è quella di occultare la più semplice verità: gli INCENERITORI nuocciono alla salute, sono antieconomici e nessuno si sognerebbe di costruirne uno se una sciagurata legge del ’92 non avesse trasformato un mostro ecologico in succulenta opportunità di profitto. Profitto per pochi, danni incalcolabili per una comunità!

  • Il governo votato dal popolo sovrano

    Questa espressione viene troppo spesso usata per giustificare qualsiasi strapotere del governo sulle altre istituzioni (Presidente della repubblica, Parlamento ecc.) ma è falsa nella costituzione vigente, che prevede l’elezione del parlamento e non del governo.

  • Il Popolo è sovrano?
    Berlusconi è sovrano!

    Il Popolo Ceceno è sovrano?
    Putin è sovrano!

    Il Popolo Libico è sovrano?
    Ghedaffi è sovrano!

    E la lista è lunga.

    Chi si difende per avere più libertà
    oramai è considerato un terrorista,
    altroché Sovranità!

  • “NON METTERO LE MANI NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI”

    Con questa frase ha ingannato operai e pensionati.
    Infatti, prima del 2002 la minima aliquota IRPEF era al 18%, Gov.Prodi)

    Riforma IRPEF del 2002 (Maroni) fortemente voluta da Berlusconi per SEMPLIFICARE,
    Minima aliquota IRPEF al 23%
    (Vedere Agenzia delle Entrate)

    Pensionati e Operai prima di votare gli slogan
    controllate bene le vostre TASCHE, dal 2002
    ci trattengono il 5% in più di trattenute.

    E quando passa Berlusconi mettetevi le mani
    in TASCA per sorvegliare il vostro portafogli,

    Altroché “Non metterò le mani nelle TASCHE degli Italiani”
    Le TASCHE ce le hai sfondate!

    Operai e Pensionati svegliatevi!
    Un saluto a tutti i lettori.

  • “Le radici celtiche”: l’invenzione della tradizione è antica quanto la costruzione delle etnie, ma qui si va contro il minimo buon senso. Quali “radici celtiche” si possono attribuire ai siciliani, napoletani, toscani, abruzzesi, calabresi, molisani e pugliesi che popolano maggioritariamente il Nord? Sarebbe solo una trivialità politica se simili invenzioni della tradizione non fossero già state propinate agli Italiani dalla “Difesa della Razza”.

  • possibile duplicato

    super partes (Fini, Presidente della Camera)

    Da sempre nel mondo i contrasti politici si nutrono di slogan. Alcuni sono, o vorrebbero essere, delle semplici ingiurie all’avversario (‘Comunista!’, ‘Fascista!’); altri aspirano a condensare in una formula delle gravi o gravissime censure giuridicamente ben fondate. Lo slogan attualmente di moda in Italia è quello di accusare chi detiene una carica istituzionale di non essere ‘ super partes . E’ un’accusa che è stata rivolta al Presidente della Repubblica, alla Corte Costituzionale (o, meglio, alla sua composizione), alla magistratura (anche se non tutta, pare) e recentemente è stata scagliata contro il Presidente della Camera Gianfranco Fini per reclamarne le dimissioni ovvero per sollecitare una improbabile ‘mozione di sfiducia’.
    L’accusa di parzialità per chi ricopra un così alto incarico sarebbe davvero ignominiosa se le motivazioni variamente addotte non si condensassero in un ossimoro risibilissimo, ovvero: “Fini non è imparziale perché non è parziale come avrebbe dovuto essere”. Così condensata l’accusa, uno può essere preso da vertigini e varrà dunque la pena di spiegare un po’ meglio perché questo è ciò che dicono (o confessano senza rendersene conto) gli accusatori.
    Il presidente di assemblea parlamentare (Camera e Senato) ha il dovere di garantire l’ordinato svolgimento dei lavori e, nel farlo, non deve privilegiare alcuno schieramento: è questo che, in sintesi, significa essere super partes . Per cercare di garantire che il prescelto sia all’altezza del compito la nostra Costituzione prevede che, al primo scrutinio, il candidato alla Presidenza della Camera debba ricevere almeno i due terzi dei voti dei componenti dell’assemblea. La Costituzione prevede, peraltro, che la percentuale dei voti necessari diminuisca con il succedersi di votazioni senza esito; dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei presenti. Gianfranco Fini è stato eletto, il 30 aprile 2008, al quarto scrutinio ricevendo 335 voti su 611 votanti.
    Fini fu dunque, pare lecito affermare, eletto dallo schieramento di maggioranza e qui sta il peccato originale. Non dell’eletto, bensì dei suoi elettori. In una concezione padronale o comunque estremamente meschina della politica gli attuali sollecitatori delle sue dimissioni devono aver fatto una pensata di questo genere: “Fini l’abbiamo eletto noi. Lo abbiamo eletto perché è dei nostri. Dovrà comportarsi come uno dei nostri, diversamente, come ce lo abbiamo messo, in quel posto, ce lo togliamo.“ E’ un po’ come se la squadra di calcio di Collemarcio fosse riuscita a far designare un proprio sostenitore come arbitro della partita contro Casalbruciato e si aspettasse che questi, da arbitro, fischiasse solo i falli degli avversari, inventandosene pure di inesistenti se necessario. Alla faccia della lealtà sportiva o, nel caso più preoccupante che ci occupa,della civiltà giuridica.
    Mantenendoci nell’esempio sportivo dovrebbero essere la squadra e i tifosi di Casalbruciato a protestare, inveire e proporre ricorso contro l’arbitraggio iniquo, se fosse tale; non certo la squadra o i tifosi di Collemarcio se l’arbitraggio fosse corretto.

    Col che arriviamo al punto passando però prima per una brevissima digressione. Dal 1976 al 1994 è stata attuata una prassi secondo la quale la presidenza di una delle assemblee parlamentari ‘spettava’ al maggior partito di opposizione. Dal 1979 al 1992, per tre legislature consecutive, fu presidente della Camera la comunista Nilde Iotti. Forzando l’esempio calcistico era un po’ come dire: “Beh, la partita di andata la arbitra uno dei nostri e quella di ritorno uno dei vostri. Eventuali errori saranno in qualche modo compensati”. E’ un po’ ingiuriosa, come sintesi, ma conto di essere perdonato per la finalità unicamente esplicativa. Quella sana convenzione fu abbandonata ed ora abbiamo entrambi i presidenti di assemblea dello stesso schieramento. Pazienza (?).
    Chiusa la digressione arriviamo, come preannunciato, al punto che è dunque, e banalmente, il seguente: il presidente Fini è, nel suo comportamento in aula, super partes o no? Il presidente Fini, anche fuori dall’aula, si è macchiato di comportamenti previsti come reato che lo rendano incompatibile con la sua funzione o no? Il presidente Fini è impedito nell’esercizio delle sue funzioni da gravi patologie fisiche o mentali che ne turbino l’equilibrio o no? Se il presidente Fini è corretto in aula, e non ostano le altre casistiche elencate, i suoi rapporti con la maggioranza che lo ha proposto e votato sono del tutto irrilevanti. Il presidente della Camera non vi è eletto per fare gli interessi di uno schieramento; non è un funzionario del padrone delegato a gestire, nell’interesse di questi, una filiale decentrata. Chi pensa questo intende l’intero apparato istituzionale come qualcosa di cui è possibile appropriarsi e dunque come qualcosa che può essere asservito a una parte. Come può costui o, meglio, come possono costoro sentirsi legittimati a accusare altri di non essere super partes . L’idea stessa di imparzialità risulta estranea all’apparato mentale di persone simili. E se una cosa non sai cos’è è irrazionale mettersi a discettarne o, peggio ancora, a proclamartene giudice.
    Ma in Italia si può ancora fare appello alla razionalità? Pare proprio essere diventata un optional. Siamo ormai in un paese in cui lo slogan del padrone ingrassa il cavillante. Conforta, anche se davvero poco, sapere che l’obesità sfocia quasi sempre in patologie gravi per chi ne è affetto. Intanto c’è che stringe la cinghia sempre di più, super partes o non super partes.

  • “Portare a casa il federalismo” è un’altra espressione (ab)usata dai leghisti per indicare la conquista del fantasma verbale a cui si appellano fin dalla loro nascita politica. Il lessico testimonia la tendenza (tutta “italiana”, in senso negativo) a considerare come orizzonte del mondo ciò che coincide con il perimetro della “nostra”casa , del “nostro” territorio, del “nostro” particulare. Un pò come gli esseri umani allo stato primitivo o come gli animali in uno scenario darwiniano….-Cordialmente AP

  • Detesto chi, per fare sfoggio di cultura che (evidentemente) non ha, usa l’espressione “una tantum” per intendere “una volta ogni tanto”! Cavolo, cercate sul dizionario di latino, o se non lo avete, su google!
    Significa una volta soltanto!

  • Certa gente dice: “ammesso e concesso”, ma che significa?
    I modo di dire è “ammesso e non concesso”!

  • Pingback: Zagrebelsky a Modena: l’impegno di LeG | Libertà e Giustizia

  • Luca Giuberti scrive qui (12 settembre 2010 alle 09:05) “direi che una parola che ha tutti i diritti per essere inserita nel lessico della modernità è TERMOVALORIZZATORE […].”
    Sono d’accordo anche se non so se colgo l’intenzione di Luca.
    Per quel che mi riguarda termovalorizzatore è un notevole esempio di linguaggio fuorviante. In qualche modo si vuol far passare l’idea di qualcosa che è positivo, qualcosa di cui dovremmo rallegrarci ovvero che, nei fatti, dalla combustione di rifiuti venga recuperata una parte del calore. Gli inceneritori, insomma, non sprecano totalmente l’energia che impiegano. Notevole consolazione!
    Alla stessa stregua, in tempi infausti, potremmo dire che erano in funzione gli strego- o ereticovalorizzatori considerando che ai roghi di quegli infelici il pubblico poteva riscaldarsi.
    E che dire della buona vecchia cultura contadina che, spargendo il letame nei campi, si era scoperta coprovalorizzatrice?
    Girando in rete si possono trovare forme innovative e, a loro modo, poetiche di ‘smaltimento’ dei defunti: tanatovalorizzazione?
    Si spera che non si arriverà mai a definire oncovalorizzatori gli ospedali per la cura dei tumori. Ma non si può mai dire.
    E’ storia vecchia l’abuso della lingua.
    Uno degli esempi più notevoli è per me il discorso che William Shakespeare ha messo in bocca ad Antonio per commemorare Cesare.(Giulio Cesare .- Atto III – Scena II). Antonio non fa altro che definire ‘uomini d’onore’ Bruto e gli altri congiurati. Ma nel rendere questo omaggio apparente alle loro qualità civili, Antonio narra al popolo i fatti, o la sua versione dei fatti, della vita di Cesare. E il popolo, nella tragedia shakespeariana, si rivolta contro gli ‘uomini di onore’. Parole per ingannare e per irridere, parole per narrare, per sollecitare il senso critico, nel caso specifico per muovere all’azione.
    Credo che abbiamo bisogno di parole che ‘narrino’, che dicano, spieghino quanto più esattamente possibile le cose, che ci consentano di riflettere sulla sostanza di esse. Un termovalorizzatore è un inceneritore, E’ necessario incenerire ciò che non si può, o non si vuole o non si è capaci di progettare come riutilizzabile o riciclabile. Il termovalorizzatore non è altro che un monumento alla cultura dello spreco e dell’obsolescenza programmata.
    Ma quanto alle parole fuorvianti, in generale, c’è da constatare, tuttavia, che probabilmente è largamente diffusa la consapevolezza che le parole dei nostri politici sono fatte, quando va bene, per non dire e, ordinariamente, per mentire. Lo si sa ma in qualche modo sembra essersi diffusa la rassegnazione al fatto che comunque solo questo, come cittadini, ci è dato di poter ottenere: nuove parole perché tutto resti uguale (o per mascherare la deriva verso il peggio).
    E’ il caso di scuotersi da questo torpore, da questa rassegnazione. Altrove ho suggerito come ‘azione politica’ che in occasione di ogni dibattito cui capiti di assistere si chieda agli oratori con insistenza, addirittura con petulanza: “Cosa significa quello che ha detto? Quale impegno concreto sta assumendo con le sue parole? Entro quando e come verificheremo se queste parole si sono trasformate in fatti concreti? E’ consapevole che, ove ciò non avvenisse, lei dovrà dimettersi in quanto bugiardo o incapace?” Eccetera.
    Vogliamo chiamarla “demovalorizzazione”? In fondo le bocche di troppi sono recentemente piene della proclamazione della “volontà popolare”. Siamo di gran lunga in ritardo nel far intendere ai nostri ‘rappresentanti’ (!!??) che il popolo intende la propria volontà (e i propri bisogni) in modo diverso da come lo intendono loro.
    Ammesso che ne siamo convinti.

    .

  • Beata Ignoranza- Maristar Gelmini “ipse dixit”: -…..ossia il maldestro tentativo di far credere a quest’Aula e al Paese che il fenomeno del precariato, che ha le sue origini negli anni Ottanta, quando la scuola è stata utilizzata come un grande ammortizzatore sociale, sia di responsabilità di questo Governo e ad esso debba essere addebitato. In realtà, non credo che lei non sappia, onorevole Di Pietro, che….
    …. vi sono precari che «stallano» in graduatoria da dieci-quindici anni ……

    Analizziamo il significato del verbo STALLARE …per capire il neologismo e la trasposizione fatta dalla Ministra di Brescia, avvocato in Reggio Calabria

    Significato di stallare:

    1°-da(stàllo)1 non com.Di quadrupedi,dimorare in una stalla

    2°-Riferito ad animali.Sistemare gli animali nella stalla

    3°-stallare da “stàllo”= termine MARINARO-
    -Manovrare le vele e le ancore per opporre resistenza all’azione violenta del vento o del mare
    -Contrastare l’azione violenta del vento o del mare, manovrando con le vele e le ancore:s. il vento,le onde,la corrente

    4°- stallare da stàllo-(aus. essere)-AERonautico = Andare,essere in stallo
    - In un aereo o in un aliante, diminuzione della portanza alare determinata dal distacco della corrente del fluido dal piano dell’ala,che può provocare la caduta a vite del velivolo

    *Suppongo che la “Beata Ignoranza”… si riferisca

    -alla”CADUTA /DIMINUZIONE”della quota numerica degli addetti /insegnanti al comparto scuola…
    o a BIPEDI fermi a dimorare nella STALLA di Arcore?

  • @ maria rosa 24 settembre 2010 alle 03:14
    Per ‘stallo’ esistono anche i seguenti significati.
    http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/S/stallo_1.shtml
    • 2 Nel gioco degli scacchi, situazione che si verifica quando il re muovendo finirebbe sotto scacco e tuttavia non si può muovere alcun altro pezzo, per cui la partita viene dichiarata patta
    • 3 fig. Situazione ferma, bloccata: uno s. nelle trattative
    Particolarmente interessante la possibile derivazione dello ‘stallare’ dalla posizione nel gioco degli scacchi.
    Ne deriverebbe che i precari sono dei ‘re’, la qual cosa non potrà che far loro piacere, anche se si tratta di re senza regno e senza privilegi (al contrario!).
    Ne deriverebbe, altresì, che contro di loro è stata giocata una partita tendente a dar loro scacco matto ma che si è conclusa alla pari per ingordigia o imprevidenza o incapacità dell’ avversario o degli avversari .
    Il che darebbe agli ‘stallati’ il diritto di iniziare una partita nuova, facendo tesoro di quella così conclusa (?). E dopo “dieci, quindici anni” forse sarebbe il caso di decidersi. Chi è che si sottrae a una nuova tenzone?
    Da notare che gli scacchi sono un gioco ‘a somma zero’: uno vince e l’altro perde (salvo, appunto, le patte che non soddisfano nessuno, se non, eventualmente, il più debole dei due giocatori).
    Che l’ardito neologismo della ministressa abbia queste radici? E’ lecito pensarlo, credo, considerato che la signora appartiene a uno schieramento che divide i cittadini in bianchi e neri, amici e nemici, questi ultimi da abbattere senza pietà.
    La fregatura di cui la ministressa, da mamma, dovrebbe essere consapevole è che, chiunque ‘vinca’ nella partita della scuola, a perdere saranno gli studenti della scuola pubblica e le loro famiglie. Certo, chi ha la possibilità di far educare i figli in una scuola privata non ha di queste preoccupazioni e, anzi, può rallegrarsi di qualsiasi strategia che ripristini o amplifichi percorsi elitari per la ‘classe dirigente’ e disagi gravi (è un eufemismo) per la plebe che abbia la vanità di istruire la propria progenie.
    Sarebbe sensato, tuttavia, che chi persegua simili scenari non faccia il Ministro della Pubblica Istruzione, caso mai il Ministro della Distruzione della pubblica istruzione e delle democratiche aspirazioni ad essa e ad un’elevata qualità di essa.
    Sarebbe sensato. Ma forse è insensato, ormai, sperare in cose sensate nel nostro Paese.

  • @ giuseppe volpe ‘marcuse’ – 24 settembre 2010 alle 10:33

    Ti ringrazio per quanto di tua conoscenza sull’uso del termine “stallare” in materia del Gioco degli scacchi. Grazie!

    La “lettura del seguente brano” è vivamente consigliata a Maristar Gelmini , ministressa della Pubblica D’Istruzione, perchè, se Lei non lo sa…. – Neppure i gabbiani stallano!
    *Per quanto tempo gli insegnanti dovranno stallare?

    da: “Il gabbiano Jonathan Livingston”
    di Richard Bach

    Era di primo mattino, e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato. A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata.
    Ma lontano di là soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston. Si trovava a una trentina di metri d’altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco, si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscìo lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali. Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo… d’un paio… di centimetri… quella… penosa torsione e… D’un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù.
    I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non….”stallano mai”.
    Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore.

    http://www.scribd.com/doc/15018616/Richard-Bach-Il-Gabbiano-Jonathan-Livingston-wwwanimaliberanet

    PS
    C’è da riflettere, signora Ministra!

    “Stallare”, per i gabbiani è una vergogna, è un disonore.

    —————————————————————–
    Ma forse la Ministra “della soppressione delle TRE IIIiiiiii!!!” si è ricordata dell’inglese appreso a Reggio Calabria, dove espletò il”praticantato da avvocato per accedere all’esame di stato e diventare finalmente avvocato”.
    Lì, in terra di Calabria, tra un peperoncino ed una soppressata, apprese anche il significato di “stallare”, perchè è lì che lei “stallò” in attesa dell’esame!

    1° “Stall” in inglese vuol dire condizione o situazione di inazione forzata, senza soluzione.

    Oppure ha preso “direttamente” la traduzione inglese del vero italiano:
    - Procrastinare, che significa “rimandare”.

    -e che ha come Sinonimi: temporeggiare, rinviare, indugiare, posporre, protrarre, rimandare.

    Etimologia: procrastinare deriva dal latino “pro” che significa “avanti” e “crastinare” che significa “domani” quindi pro-crastinare significa letteralmente “rinviare a domani”.

    La traduzione in inglese di procràstinare è: “to procrastinate”, “to pospone”, “to stall”.

    -L’accezione più comune per “stall” è però “stallo” inteso come:

    stallo aereodinamico: per il significato si rimanda a wikipedia.
    situazione o momento di stallo, impasse (situazione complicata dalla quale non si sa come uscire; termine francese talvolta erroneamente scritto “empasse”).

  • Avvocato dell’accusa

    “Il PM deve essere l’avvocato dell’accusa”: sembra ovvio a un esame superficiale che come c’è l’avvocato della difesa, ci debba essere quello dell’accusa, in assoluta parità di fronte a un giudice terzo. Dolosamente si equivoca sul fatto che un PM, posto che interpreti correttamente il proprio ruolo, non è l’avvocato dell’accusa, bensì è l’avvocato dei cittadini, quello che deve tutelare gli interessi della collettività e il suo obbiettivo deve essere la verità che verrà poi accertata dal giudice. L’avvocato della difesa ha il dovere professionale di far assolvere il suo cliente anche se è convinto della sua colpevolezza; se così non facesse verrebbe meno alla sua deontologia professionale. Il PM invece non è pagato per far condannare nessuno: se si convince che l’imputato è innocente ne chiederà l’assoluzione. L’obbligatorietà dell’azione penale da parte di una figura indipendente, soggetta solo alla legge e che possa disporre della polizia giudiziaria, dà concreta attuazione al principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini. Se il PM non avesse capacità di iniziativa e di indagine e si limitasse a sostenere l’accusa per conto delle forze di polizia non sarebbe più un magistrato, ma un funzionario dello Stato e in questo modo ci si avvierebbe verso uno stato di polizia, con tutto il rispetto per le forze dell’ordine italiane, che comunque dipendono dal potere politico. Occorre domandarsi se c’è più garantismo in un sistema che veda la polizia sola promotrice dell’azione penale rispetto a quello che affida questo ruolo a un soggetto indipendente dotato di cultura giurisdizionale.

  • “non mettere le mani nelle tasche degli italiani”
    Certo non potete dato che ci avete tolto i pantaloni…siamo in mutande
    Giuliano L’ Aprostata le ha sbattute in faccia a quelli che hanno ancora i pantaloni…Una minaccia?.. una profezia?..

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