Quando decisi, nel 2011, di fare di Berlino non solo una città visitata e amata, ma un luogo dove trascorrere parte del mio tempo di vita, sapevo della sua storia contemporanea, ma molto meno di una sua peculiare caratteristica, quella di Città Stato.  Lo è diventata per ultima, Città Stato, nell’ordine del tempo, rispetto alle due che l’hanno preceduta, in Germania. Amburgo e Brema. Amburgo lo è diventata nel 1189, per decisione di Federico Barbarossa, nome ben noto a noi, in Italia. La sua apertura sul mare ne fece, e ne fa, una protagonista della storia, politica e commerciale, in particolare da quando, nel Cinquecento, divenne guida della Lega Anseatica. Anche Brema deve la sua speciale storia alla grande ricchezza raggiunta per il suo forte ruolo nella Lega Anseatica. Nel 1646, un istante prima della fine della guerra dei Trenta anni, l’Imperatore Ferdinando III d’Asburgo la decretò Libera Città Imperiale. La metteva al riparo da altre mire, nel caso le cose della guerra si fossero messe male. Divenne una Repubblica piccola, ma autonoma nel farsi le leggi e nel governarsi, e obbediva solo all’Imperatore, che era lontano, e non ai Principi e ai Vescovi, che erano vicini.  Ma Città Stato Brema lo diviene solo al Congresso di Vienna nel 1815. Fu una – rara – risposta “illuminata” all’imperialismo di Napoleone che aveva annesso all’Impero Francese tutte le città anseatiche, imponendo, inoltre, il Codice Napoleonico. Per Brema la Restaurazione – quasi una eccezione in Europa, in particolare se pensiamo al nostro caso italiano – fu un ritorno alla libertà, potenziata nel diventare Stato con un proprio territorio. La storia fa spesso improvvisate, e rimescola carte rimaste per secoli immobili. Precedenti storici li troviamo nelle poleis greche, nei Comuni medievali, per quanto riguarda l’area europea. Certo, città autonome ma non per questo pacifiche, come Tucidide ci ha ben spiegato, e come la storia dei Comuni medievali italiani ben dimostra. 

Berlino, la terza e per ora ultima Città Stato in Germania, lo è soltanto dal 3 ottobre del 1990, data de Die Wende, la riunificazione, una festa fino ad oggi molto sentita, con il motto Wir sind ein Volk, Siamo un unico popolo, che risuonò per la prima volta a Lipsia il 9 novembre 1989, e che ho trovato scritto e ripetuto infinite volte, in manifesti, pubblicazioni, in tante occasioni. Ma fino a quando, ci stiamo chiedendo, sentiremo e leggeremo Wir sind ein Volk, dopo l’esito bruciante delle elezioni in Sassonia-Anhalt, che, ha detto Angela Merkel, silenziosa quasi sempre, ma non in questi giorni, “mi ha fatto a pezzi il cuore”?  

Fino al 1990, come è noto, Berlino era divisa in due parti, e ben prima del Muro-  Mauer del 1961. Un muro che solo l’arte di Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino del 1987 è riuscito a trasformare in poesia. La storia di Berlino si intreccia con il diffuso e storico policentrismo tedesco, che la vede emergere con gli Hohenzollern del Brandeburgo, che diventarono all’inizio del XV secolo Principi elettori, a cui poi seguì un consistente e robusto salto, con l’annessione della Prussia, che diventò regno nel 1701, con Federico I incoronato re a Königsberg, la città di Kant. E il bello arriva qui, pagina che forse AfD ignora, e che non metterà nei futuri libri di scuola che, dice nel suo programma, vuole riscrivere. L’arricchimento del Brandeburgo Prussia fu favorito dall’accogliere molti ebrei ricchi, espulsi dall’Austria, e molti ugonotti, ottimi artigiani, espulsi dalla Francia per ragioni religiose.  Immigrazione, quindi, altro che remigrazione.  Forse AfD potrebbe rispondermi “ma erano di pelle bianca!”. Ma il vero imprevisto fu un Hohenzollern dedito sia alla guerra, specialità famigliare, che alle arti. Friedrich der Grosse fece di Berlino “l’Atene sulla Sprea”, così allora si disse. Fu amico dei Philosophes, introdusse a Berlino forme classiche, ad imitazione delle architetture greche e romane, la riempì di giardini. Fu inflessibile con i nobili, che richiamò al dovere della sobrietà e della onestà, e attento ai bisogni dei contadini, da sostenere, alfabetizzare, e da trattare con rispetto. Alla fine del Settecento quasi tutta la popolazione prussiana sapeva leggere e scrivere.  Friedrich era gay, con grande dolore del padre Guglielmo, e, a posteriori, dell’italico Vannacci. Ma, dirà AfD, “però era bianco ed era nato qui”. Tutte le religioni, proprio tutte, erano da lui riconosciute, altro dolore per i sovranisti contemporanei. Che potrebbero risponderci. “Sì, ma ebrei e calvinisti erano di pelle bianca, e non erano musulmani”. Già, anche questa è una questione dirimente, per AfD.

Una grande offesa fu, per Berlino, Napoleone conquistatore, che entrò in città attraversando la Porta di Brandeburgo, che era stata costruita come simbolo di pace, e volutamente, a imitazione del Partenone, per volontà del re Federico Guglielmo II, nel 1791, mentre la Rivoluzione francese era in corso. Una offesa che accese fuochi nazionalistici e vendette, fino al II Reich tedesco proclamato da Bismarck a Versailles nel 1871. Un insulto alla Francia, una offesa insanabile, a conferma della potenza dei simboli. E la Francia non perdonò. La Germania a sua volta non perdonò, nel 1914. E fu punita e umiliata, nel 1919. Il terribile circolo vizioso di umiliazioni e vendette. La più tragica, il nazismo vincente. Per chi – è il mio caso – trova nella cultura tedesca, da Kant in avanti, passando per Beethoven, Goethe, Thomas Mann, Rosa Luxemburg, Hannah Arendt, Gunther Anders, e mi fermo qui, per non allungarmi in un continuum infinito, un necessario alimento, il nazismo resta il più grande e tragico mistero. Bastano umiliazione e risentimento a spiegarlo? No, non mi basta. E l’interrogativo ritorna, oggi. Bastano risentimento, paura, sfiducia a spiegare AfD, il suo attuale successo, e il suo bisogno di cancellare sensi di colpa, e che colpa? Non credo.

Con Bismarck Berlino diventa capitale del II Reich, ma non Città Stato. Il resto della storia tedesca è universalmente noto. Quella di Berlino, non sempre. Durante la guerra fredda, Berlino è capitale della DDR, mente la capitale della Germania Ovest è Bonn. Il grande balzo di Berlino è quindi l’esito della caduta del Muro, e della riapertura della Brandenburger Tor, diventata veramente e finalmente, in quel momento almeno, simbolo di pace. E, per questo, meritò il dono di Città Stato. In realtà, in quel momento si pensò che anche la storia potesse ripartire, in un mondo pacificato. Il mio, in quel momento, fu un diverso sentire, in realtà. L’equilibrio nel mondo si era rotto. Non avevo fiducia in un equilibrio che si riposizionasse da solo. Uno dei due poli, dissolto. Eraclito docet. Quando viene meno uno dei poli opposti, caos. Mi piaceva il muro? No, assolutamente. Ma non avevo fiducia nella saggezza dei vincenti. Chi, poi, aveva vinto?

A Berlino, comunque, con Der Wende, si ebbe una fioritura straordinaria di cultura, come fu negli anni Venti, e di urbanistica, libera di inventare nuove forme e destinazioni, nei tanti spazi lasciati vuoti dai bombardamenti, o incompiuti dalla DDR. Città Stato, uno dei sedici Länder, un proprio territorio, proprie leggi, un proprio Parlamento, un Borgomastro che è anche Kanzler. Città multi etnica, per interesse e per scelta. Un Parlamento Rosso Verde – SPD, Verdi, Linke – che tanto mi piaceva, quando qui arrivai, fino all’ultima tornata elettorale. Dal 2023, il governo berlinese si è spostato al centro, CDU e SPD. Il vento stava soffiando in altre direzioni, dopo il Covid e l’aggressione russa all’Ucraina. Abbiamo visto immediatamente un peggioramento, qui a Berlino, a partire dalla funzionalità e dai prezzi dei mezzi pubblici, che erano fino a quel momento un vanto per la qualità della vita della città.  

Il 20 settembre in Meclemburgo e Pomerania Anteriore – siamo sempre a Est – e a Berlino Città Stato si va al voto.  A Berlino potrò votare per la Circoscrizione, come è possibile fare dal 1992. I risultati avranno rilevanza e ricaduta nazionale. Certo, Berlino non è la Germania, ma dice molto, in ogni caso. Così come non poco hanno detto le numerose manifestazioni anti AfD in tante città, dopo il voto in Sassonia-Anhalt.  Ed era assai affollata la grande manifestazione a Berlino, domenica 13 settembre. Fra le decine di migliaia, tanta gioventù, che invitava alla non astensione e a un voto antifascista. C’è movimento, c’è partecipazione. L’esito non è scritto. 

Ma cresce in me la convinzione che il nostro fermo antifascismo, il nostro opporci alle torsioni autoritarie, vada accompagnato da un continuo lavoro di quotidiane pratiche democratiche, di studio, di informazione, di discussione. Parole scambiate in presenza. Un vero ritrovarsi, non da soli in passivo ascolto di voci lontane e irraggiungibili. Il voto è necessario ma non basta. Come e perché tutto questo – il virare al bruno – è accaduto, e sta accadendo, in Germania, in Italia e in Europa? 

Un quesito al quale è impossibile sottrarsi.

Maria Paola Patuelli è stata insegnante di Storia e Filosofia nei licei di Lugo e di Ravenna. Figlia di Silvia Bazzocchi, staffetta partigiana, e di Nello Patuelli, partigiano, ha raccontato la storia della sua famiglia in Polvere e perle (Pendragon 2018). Un altro suo libro è 1989 metamorfosi del rosso fra comunismo e femminismo.

È stata consigliera comunale e assessora alla cultura a Ravenna ed è coordinatrice nazionale dei Circoli di Libertà e Giustizia.

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