Dopo la vittoria referendaria, in provincia di Ravenna è nata una “carovana” che promuove il dialogo attivo e la critica alla nuova legge elettorale. L’iniziativa mira a mantenere viva la partecipazione democratica attraverso un impegno costante che non si esaurisce nel voto, ma continua a vigilare contro derive autoritarie e ingiustizie sociali.

Indimenticabile, la sera del 23 marzo scorso. Felicità? Se non fosse che per questa parola, pur splendida, ho un certo sospetto, direi che in quelle ore mi sono ritrovata in una parte di popolo felice, ed io ero parte di questo popolo felice, che cantava, brindava, si abbracciava. Ci siamo ritrovati, con un tam tam improvvisato e veloce, in una piccola piazza, dal nome grande, piazza Unità d’Italia, custodita da due bassorilievi non grandi, ma ben visibili. Due formelle distinte, ma vicine. Cavour e Mazzini. Ne sarebbero contenti? Forse no, di essere vicini. Ma dell’Unità, certamente. Sta di fatto che in ogni caso avrebbero apprezzato l’esito del nostro grande, grandissimo lavoro. Cavour, di scuola inglese e liberale, Mazzini di scuola radicale e democratica. Ostili agli assolutismi, e favorevoli a Costituzioni e Parlamenti. Detto questo, a loro la nostra Costituzione deve molto.  

Una Costituzione che, il 23 marzo, abbiamo ancora una volta messa al sicuro, salvando l’autonomia della Magistratura. E, subito dopo, con l’analisi del voto – chi e come si era votato – cosa abbiamo visto? Che il No è dovuto in larga misura al voto delle donne e al voto dei giovani. Altro momento di felicità. Con una convinzione che in quelle ore, nel nostro mondo, si dava per scontata. E’ stata una mobilitazione nata dal basso, inaspettata, in forme inedite e con una forza mai vista prima, neppure in situazioni analoghe degli anni precedenti, dove, in un modo o nell’altro, alcuni partiti o grandi organizzazioni, con maggiore o minore convinzione, si erano posizionate. Mi riferisco al referendum del 2006, da noi vinto, pur fra grandi difficoltà. 

Per il referendum di marzo, invece, è stato il popolo sovrano, chiamato a raccolta dai quindici cittadini da noi definiti “meravigliosi” che hanno presentato un nuovo e più articolato quesito in Cassazione, a togliere dalle mani del governo, con una valanga di firme, l’esito referendario, non più plebiscito chiesto da un governo arrogante ma voluto per forza propria da chi non intendeva e non intende barattare la Costituzione con derive e avventure. 

La nostra inedita esperienza ha avuto subito, per fortuna, anche se non dall’inizio, il sostegno di ANPI, CGIL, ARCI e di altre importanti associazioni nazionali, senza dimenticare l’impegno diretto di alcuni partiti di opposizione. Abbiamo invece avuto, fin dall’inizio, una formidabile alleanza e collaborazione con il Comitato per il No dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) e con l’Avvocatura per il NO. Abbiamo lavorato fianco a fianco, in modo capillare, con grande attenzione al dialogo, al linguaggio rigoroso e rispettoso, mai vociante né aggressivo. Ci sentivamo forti, pur non sapendo come sarebbe andata a finire. La nostra forza? La convinzione di essere dalla parte giusta. In questo caso, dalla parte della Costituzione. Quante volte ho pensato, nei momenti di maggiore preoccupazione, quello che Oscar Luigi Scalfaro, che ci guidò, con Sandra Bonsanti, nel referendum del 2006, più di una volta ci ripeteva. Meglio perdere in piedi che vincere in ginocchio.  Se non ci fossimo mossi, se scoraggiati e silenziosi avessimo lasciato passare il plebiscito che, fino a dicembre, si dava per scontato a favore del governo, cosa sarebbe accaduto? Non solo avremmo perduto, ma avremmo perduto in ginocchio. Senza più la possibilità, forse, di rialzarci. Quindi, dopo tanto lavoro, fianco a fianco con i Magistrati e gli Avvocati per il NO, e in molte occasioni con partiti dell’opposizione, chi si è ritrovato, in piazza Unità d’Italia, il pomeriggio del 23 marzo? Il Comitato della società civile per il No, operoso in quasi tutte le località, grandi e piccole, della nostra provincia, i magistrati, gli avvocati, le associazioni, un popolo plurale, composto da femministe, ambientalisti, partiti, senza dimenticare il nostro sindaco, Alessandro Barattoni, uno dei primi, a livello nazionale, a dichiarare il suo No. 

In quelle ore, un pensiero, convinto. Questa inedita esperienza segnerà una discontinuità positiva anche nello spazio pubblico e politico. Sicuramente la strada intrapresa, unità costituzionale ad ampio raggio, sarà mantenuta e coltivata. Messaggi arrivavano dai vari territori, di attiviste e attivisti che dicevano «e adesso, avanti così». Continuiamo su questa strada, pensai subito, e lo vado ripetendo. Questa partecipazione così ampia e plurale, sostenuta da idealità forti –quelle che nei passaggi cruciali della nostra storia hanno visto donne e uomini dare tanto di sé – era dare un senso al proprio vivere, ed è stato un ben di dio per la politica. Come pensa chi, in preda alla fame, si trova di fronte a una tavola imbandita. Questa fu la nostra felicità, queste le nostre attese. 

Ma, a stretto giro, le attese si sono viste disattese. Le attese di tanta società civile di mantenere viva l’unità, l’impegno comune, il lavoro in rete di persone spesso “rinate” alla politica, anche con le grandi associazioni e i partiti. Invece, il giorno seguente – il 24 marzo! – come se nulla fosse, i partiti di opposizione si sono sentiti vincitori del No, in esclusiva. Come è possibile? Non sanno, i partiti, che questo referendum, da soli, presi come erano da una inerzia incomprensibile, non lo avrebbero vinto? Miopia? Digiuno totale di psicologia sociale e di lettura del contesto? Noi, ancora accesi dalla forte idealità che ci ha sostenuto in circa tre mesi di lavoro di intensità rara, ci siamo ritrovati a oscillare fra stupore, incredulità, rabbia. L’urgenza delle primarie. Ma scherzate o dite sul serio? Intanto, dai territori, continuava ad arrivare la stessa domanda. E ora? Che facciamo?

Sono passate alcune settimane. La Pasqua, la festa del 25 aprile, il Primo maggio ci hanno aiutato a riprendere fiato. Ma, a partire dall’inizio di maggio, persone della società civile che sono state colonne portanti dei Comitati del No in varie località della nostra provincia, d’accordo con un ex magistrato, Roberto Riverso, e un avvocato del No, Andrea Valentinotti, con noi in un numero incredibile di iniziative referendarie, si sono messe in movimento. Movimento, una specialità da noi coltivata ormai da più di venti anni. Un paio di incontri per pensare insieme e per scrivere un nostro Manifesto: Dopo la vittoria del No. Non tiriamo i remi in barca.  

In barca, però, via terra non si va. Allora ci siamo fatti carovana. Con una precisa intenzione. Resistere alla tentazione della autoreferenzialità, vista l’inerzia dei partiti, e non solo. Critichiamo l’autoreferenzialità dei partiti, ma non dobbiamo cadere noi nello stesso vizio. Quindi, abbiamo rivolto l’invito alla massima collaborazione a tutte le realtà associative e politiche della provincia di Ravenna, impegnate con noi nella campagna referendaria. Per prima cosa, abbiamo inviato il nostro Manifesto a ARCI, ANPI, CGIL, non dimentichi della concreta reciproca collaborazione. Abbiamo avuto il loro apprezzamento. A seguire, abbiamo invitato anche i partiti di opposizione impegnati per il No alla nostra prima iniziativa pubblica, la prima tappa della carovana, a Ravenna, il 26 giugno. Il primo oggetto di studio e discussione, la legge elettorale truffa. Perché lo è, truffa. E come possiamo opporci, noi, cittadine e cittadini? Con il prezioso contributo del già magistrato Carlo Sorgi e dell’avvocato Andrea Valentinotti – con i quali, fra l’altro, stiamo dando vita al Circolo di Libertà e Giustizia della Romagna – sempre efficaci nel dare spiegazioni e chiarimenti con linguaggio giuridico rigoroso e alla portata. Tutti i partiti invitati, il 26 giugno, erano presenti, ma silenziosi.

La carovana, per spiegare la TRUFFA, si è fermata a Massa Lombarda, il 30 giugno. A Russi, il 9 luglio. A Bagnacavallo, il 13 luglio. A Fusignano, il 22 luglio. Ad ogni incontro, nonostante, in alcuni casi, un caldo assassino, una significativa presenza di cittadine e cittadini, partecipi, attenti, dialoganti. Con interventi che hanno alternato rabbia, sfiducia, ma richiesta, in molti casi, di politica nella quale potere avere, di nuovo, e finalmente, fiducia. E ci ringraziano, e ci chiedono di continuare. Lo faremo, e ripartiremo, in settembre. La collaborazione con ANPI c’è, fin dall’inizio. E con ARCI. La CGIL ci assicura, a partire da settembre, attenzione e collaborazione. I partiti, nella loro espressione territoriale, in questi ultimi giorni sono usciti dal silenzio e ci scrivono. Sono d’accordo con il nostro Manifesto e ci chiedono incontri per valutare modi e tempi di collaborazione. Con sincera attenzione, vedremo se per vera convinzione o per proforma. 

Questa è la storia della nostra carovana ravennate, fino ad oggi. Per affrontare un tempo tempestoso e tragico, di guerre insensate che tormentano il mondo; e, in Italia, illegittime difese teorizzate come giustizia, con il governo, Vannacci e Musk che apprezzano, e vite che valgono niente, come quella di Fakir. Nell’ultima tappa anche di questo abbiamo parlato. Di Fakir e di Bologna, e delle tante associazioni che non rinunciano al diritto di manifestare, in piedi e in pace.

Maria Paola Patuelli è stata insegnante di Storia e Filosofia nei licei di Lugo e di Ravenna. Figlia di Silvia Bazzocchi, staffetta partigiana, e di Nello Patuelli, partigiano, ha raccontato la storia della sua famiglia in Polvere e perle (Pendragon 2018). Un altro suo libro è 1989 metamorfosi del rosso fra comunismo e femminismo.

È stata consigliera comunale e assessora alla cultura a Ravenna ed è coordinatrice nazionale dei Circoli di Libertà e Giustizia.

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