Una riflessione sul destino di un movimento ricordato non per le sue straordinarie intuizioni, entrate nelle politiche ONU e UE, ma per la violenza con cui lo si volle ridurre al silenzio. Una frattura che non smette di gettare un’ombra sulla nostra democrazia.

Il G8 di Genova è un anniversario che appartiene alla memoria della storia collettiva contemporanea. E che continua a interrogare il presente. A venticinque anni da quei giorni, la tentazione più diffusa è quella di ridurre Genova a una fotografia: Carlo Giuliani, la scuola Diaz, la caserma di Bolzaneto, le immagini delle cariche, le piazze invase dai lacrimogeni, le televisioni che trasmettevano in diretta una città trasformata in teatro di guerra. Ma Genova non è stata soltanto questo. È stata una cesura nella storia democratica della Repubblica, una frattura istituzionale, politica e culturale i cui effetti continuano ancora oggi a manifestarsi. Prima di Genova era nato un movimento anche nei territori più provinciali. Si ricordino le campagne di boicottaggio della multinazionale delle bevande più famosa del mondo in solidarietà con i sindacalisti colombiani uccisi e perseguitati. Rigoberta Menchú, premio Nobel per la pace, parlò nel quartiere della Montagnola e ci ammonì con una frase rimasta scolpita nella memoria: «Se prendi il potere, perdi il potere». Era un invito a diffidare della verticalizzazione della politica, a custodire l’autonomia dei movimenti sociali e a considerare la democrazia un esercizio permanente di partecipazione, non una semplice delega. In quella stagione si intrecciavano esperienze molto diverse. I centri sociali, le organizzazioni cattoliche, il sindacalismo internazionale, le reti femministe, le associazioni ambientaliste, le ONG, il commercio equo e solidale, i movimenti pacifisti. Per la prima volta il femminismo contemporaneo entrava pienamente dentro una critica complessiva della globalizzazione neoliberale. Le donne denunciavano come le disuguaglianze economiche, le guerre, il debito internazionale e la privatizzazione dei servizi colpissero in misura sproporzionata proprio il lavoro femminile, il lavoro di cura, la salute riproduttiva, la possibilità stessa di autodeterminarsi. La globalizzazione non veniva contestata perché metteva in relazione i popoli ma perché produceva una distribuzione radicalmente asimmetrica del potere e della ricchezza. Il movimento parlava di diritti globali quando quell’espressione appariva quasi utopica. Oggi molte delle sue intuizioni trovano spazio nei documenti delle Nazioni Unite, nelle strategie europee sulla sostenibilità, financo nei bilanci ESG delle grandi imprese. Eppure il destino pubblico di quel movimento fu segnato non dalle sue idee, ma dalla repressione. La morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla Diaz, le torture di Bolzaneto, le successive sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che hanno condannato l’Italia per violazione del divieto di tortura, hanno rappresentato uno dei momenti di maggiore crisi dello Stato costituzionale nel dopoguerra. Non soltanto per la gravità dei fatti, ma per ciò che essi produssero sul piano simbolico. Si incrinò un patto. Tra i cittadini e la tutela dell’ordine pubblico.
Lo Stato democratico fonda la propria legittimazione sul monopolio dell’uso legittimo, quando necessario per una tutela più ampia, della forza. Ma quel monopolio esiste soltanto se accompagnato dal controllo democratico, dalla proporzionalità, dalla responsabilità e dalla trasparenza. Quando questi elementi vengono meno, non è soltanto il singolo abuso a essere messo in discussione: è la credibilità dell’istituzione. Forse il lascito più profondo di Genova è proprio questo. L’aver costretto una generazione intera a interrogarsi sul rapporto tra sicurezza e libertà, tra ordine pubblico e diritti fondamentali, tra autorità e democrazia. Sono domande che non appartengono al passato. Le ritroviamo, quasi immutate, nelle cronache di questi giorni. Da una parte la vicenda del gioielliere Mario Roggero, condannato in via definitiva per aver inseguito e ucciso due rapinatori dopo che l’aggressione era terminata. Una parte consistente dell’opinione pubblica continua a considerarlo un simbolo della legittima difesa, sostenendo che lo Stato non sia più in grado di garantire sicurezza e che, di conseguenza, il cittadino debba poter supplire autonomamente alle sue funzioni. Dall’altra la morte di Abderrahim Fakir, avvenuta a Bologna durante un intervento di immobilizzazione. Anche in questo caso il dibattito si è ovviamente polarizzato tra chi difende l’operato degli operatori intervenuti e chi chiede che siano accertate fino in fondo eventuali responsabilità, soprattutto in relazione all’uso della forza e al rispetto dei protocolli.

Sarebbe metodologicamente scorretto assimilare vicende così differenti? La sicurezza è un diritto? Sono queste tematiche che attengono alla sicurezza? La sicurezza è di per sé un diritto esigibile o un prerequisito per il godimento degli altri diritti. Una riguarda un cittadino che esercita una violenza privata oltre i limiti consentiti dall’ordinamento. L’altra investe il comportamento di soggetti chiamati istituzionalmente a intervenire per garantire la sicurezza pubblica e sanitaria. Ciò che le accomuna è la domanda che pongono alla democrazia. Chi può usare la forza? Entro quali limiti? Quali controlli devono accompagnarne l’esercizio? Quando l’uso della forza cessa di essere tutela della collettività e diventa arbitrio? È esattamente il nodo che Genova aveva aperto. La Costituzione italiana non affida la tutela dei diritti alla forza, ma al diritto. La forza è uno strumento eccezionale, rigidamente delimitato dalla legge e sottoposto al controllo della magistratura, dell’opinione pubblica e delle istituzioni democratiche. Quando questo equilibrio si rompe, il rischio non è soltanto l’ingiustizia verso il singolo. È la progressiva erosione della fiducia collettiva nello Stato.

Negli ultimi venticinque anni questa erosione è stata alimentata da molte trasformazioni: la crisi economica del 2008, l’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, la diffusione delle piattaforme digitali, la polarizzazione algoritmica dei social network, la crisi della rappresentanza politica. Dentro questo contesto è cresciuta una cultura della sicurezza sempre più sganciata dalla cultura dei diritti. L’insicurezza economica, sociale e identitaria viene spesso tradotta in domanda di ordine. E l’ordine, troppo frequentemente, viene identificato con l’espansione del potere coercitivo anziché con il rafforzamento delle garanzie democratiche. È qui che Genova torna a essere attuale. Non come esercizio memoriale, ma come lente interpretativa del presente.Il movimento dei movimenti aveva certamente limiti, ingenuità, contraddizioni. Non possedeva un progetto politico unitario né una strategia istituzionale condivisa. Tuttavia aveva intuito qualcosa che oggi appare evidente: la globalizzazione economica avrebbe progressivamente sottratto potere decisionale alle democrazie nazionali, concentrandolo in organismi finanziari, grandi piattaforme digitali, multinazionali e attori privi di una piena responsabilità democratica. Per questo parlava di diritti globali. Non come slogan, ma come necessità costituzionale di un mondo interdipendente. Anche il femminismo di quella stagione comprese che non poteva più limitarsi alla rivendicazione dell’uguaglianza formale. Le relazioni di potere attraversavano il mercato globale, il lavoro di cura, le migrazioni, l’accesso alla salute, i conflitti armati, il cambiamento climatico. La questione femminile diventava questione democratica globale. Molte delle battaglie allora considerate radicali sono oggi patrimonio comune: la responsabilità sociale d’impresa, la sostenibilità ambientale, il consumo critico, la finanza etica, il commercio equo, il salario dignitoso nelle catene globali di produzione, la lotta ai paradisi fiscali, la tassazione dei grandi gruppi multinazionali. Forse il movimento perse sul piano organizzativo, ma vinse sul terreno culturale. Il paradosso è che le sue idee sono sopravvissute molto più dei suoi protagonisti.

Resta invece aperta la questione che Genova ci consegna ancora oggi: come custodire una democrazia capace di garantire contemporaneamente sicurezza e libertà, autorità e controllo, efficacia e diritti? Non esiste una democrazia matura che possa rinunciare a uno di questi termini. La forza senza diritto diventa arbitrio. Il diritto senza capacità di garantire sicurezza perde credibilità. La sicurezza senza libertà diventa paura organizzata. La libertà senza responsabilità si trasforma in privilegio. Forse è questa, venticinque anni dopo, la vera eredità di Genova. Non la nostalgia di una stagione politica irripetibile, ma la consapevolezza che una democrazia si misura sempre nel modo in cui esercita il proprio potere. E che ogni volta che rinuncia a interrogarsi sui limiti dell’uso della forza, finisce inevitabilmente per mettere in discussione se stessa.

Valentina Di Gennaro è consigliera comunale del Comune di Civitavecchia e Delegata alle Politiche di Genere. Laureata in Scienze pedagogiche e dell’educazione degli adulti e della formazione continua presso l’Università degli Studi Roma Tre, si occupa di pedagogia sociale, diritti, inclusione e politiche culturali.
Nel suo impegno istituzionale promuove percorsi dedicati alla cittadinanza attiva, alla memoria democratica, alla valorizzazione degli spazi pubblici e al contrasto delle disuguaglianze, con particolare attenzione ai temi dei diritti delle donne, dell’educazione e delle periferie urbane.

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