Le elezioni di midterm non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale: darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi, agitando la sovversione e magari invocando l’Insurrection Act del 1807, come già più volte ventilato da Trump.

Da quando Donald Trump ha rimesso il comunismo al centro della politica americana, molti hanno collegato la nuova offensiva alle elezioni di metà mandato. Il ragionamento sembra semplice: spaventare i moderati e riportare alle urne una base repubblicana tentata dall’astensione.

È certamente uno degli obiettivi. Ma i primi dati suggeriscono che la nuova “red scare” – la paura rossa – potrebbe spostare poco. Funziona soprattutto dentro l’elettorato già trumpiano, molto meno tra indipendenti e giovani. Misurarne l’efficacia soltanto sul piano della comunicazione politica significa però immaginare elezioni normali: comizi, spot, social, poi milioni di cittadini che escono di casa e vanno serenamente a votare. Vinca il migliore.

È proprio quell’ultimo passaggio che oggi non può essere dato per scontato. Non saranno elezioni normali. Il comunismo non servirà soltanto alla propaganda elettorale. Darà un nome al “nemico interno” e forse l’appiglio giuridico per militarizzare città e seggi. Meglio dei campus universitari e delle marce di Minneapolis, il comunismo è il nome perfetto per indicare la sovversione e magari invocare l’Insurrection Act del 1807, cosa già da tempo ventilata da Trump senza molto successo.

Naturalmente ci vorrà il casus belli, e dovrà arrivare verso la fine di ottobre: si vota il 3 novembre. Fino ad allora è inutile perdersi in previsioni complottiste. Meglio osservare i segni.

Cambiare le condizioni del voto

Trump non cerca soltanto di cambiare per chi votano gli americani. Sta cambiando le condizioni nelle quali il voto sarà espresso, contato, contestato e infine certificato. Come ha dichiarato lui stesso il 4 luglio, quando questo lavoro sarà finito “i Repubblicani non perderanno più un’elezione per i prossimi cento anni”.

 I collegi vengono ridisegnati in corso d’opera per favorire maggioranze repubblicane. La richiesta di fornire al seggio prove documentali della cittadinanza sarà un efficace deterrente per molti, soprattutto poveri, anziani e immigrati. Lo stesso per le restrizioni imposte al voto postale.

Il presidente, poi, ha rimosso due commissari democratici dall’Election Assistance Commission, un organismo in teoria bipartisan istituito dal Congresso. Il Dipartimento di Giustizia ha ingiunto agli Stati di consegnare i registri elettorali per purgarli dai supposti non cittadini, individuandoli con metodi inadeguati. Il Department of Homeland Security ha minacciato di ritirare alle autorità locali che non collaborano alcuni finanziamenti federali, singolarmente quelli destinati alla prevenzione del terrorismo. Per il dopo voto, decine di studi legali incaricati dai Repubblicani sono già pronti a presentare centinaia di ricorsi per impedire o rallentare la certificazione dei risultati, contea per contea.

Dare un nome al nemico

La riscoperta del comunismo si inserisce in questa strategia più ampia e serve a dare un nome indifendibile ai disordini che potrebbero turbare il voto di novembre. Anche dopo, naturalmente. Ma qui concentriamoci sull’autunno caldo che si prospetta.

La categoria illustrata da Marco Rubio e Stephen Miller al vertice di Washington attraversa l’intero spazio del dissenso: dai collettivi antifascisti ai movimenti contro l’ICE, dalle occupazioni universitarie per Gaza ai democratic socialists. Finiscono nello stesso campo la sinistra del Partito Democratico, come il sindaco di New York Zohran Mamdani, e “Antifa” — poco più di un aggettivo, ma già da mesi designata ufficialmente come organizzazione terroristica. Poi black bloc, no global, Pro Pal, No Kings e tutta la galassia dei movimenti della sinistra transnazionale, qualunque cosa possa voler dire. 

Che siano davvero “comunisti” è secondario: devono poter essere descritti come parti dello stesso ambiente sovversivo. Naturalmente collegato a Cuba, noto centro del comunismo mondiale, che è la prossima pedina da abbattere.

 Così, se prima delle elezioni scoppiassero disordini, la cornice sarebbe pronta: non una protesta degenerata, ma una minaccia organizzata contro l’America.

Le piazze che cercano lo scontro

Le piazze americane contengono già gruppi che hanno fatto dello scontro una forma di identità.
Cominciamo dalla destra, che ha la maggior capacità di violenza politica, come indicano tutti gli studi disponibili. I più noti e meglio organizzati sono i Proud Boys (I ragazzi fieri). Nati come organizzazione nazionalista maschile, hanno costruito la propria presenza pubblica sull’aggressività e sulla ricerca del confronto con gli antifascisti. Non sono una milizia tradizionale, ma sanno spostare uomini, occupare lo spazio e trasformare una manifestazione in combattimento di strada. Alcuni dirigenti ebbero un ruolo organizzativo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e sono stati tutti graziati da Trump appena insediato nel gennaio 2025. Il messaggio era chiaro: chi aveva agito in suo nome non è stato abbandonato. 

Furono graziati anche i leader degli Oath Keepers (I custodi del giuramento), che il 6 gennaio mostrarono una notevole capacità di pianificazione degli scontri. Reclutano soprattutto fra veterani e forze dell’ordine. Nati nell’era Obama, sostengono che chi ha giurato fedeltà alla Costituzione possa rifiutare gli ordini di un governo “tirannico”, soprattutto in materia di armi.  

Un’altra organizzazione di rilievo nazionale è il Patriot Front (Il fronte patriottico), che lavora soprattutto sulla messinscena. Uniformi, volti coperti, scudi e marce brevi servono a mostrare ordine e forza numerica. La marcia del 4 luglio scorso a Washington, quando centinaia di uomini mascherati hanno sfilato nel cuore della capitale, ha dimostrato una reale capacità di mobilitazione e intimidazione simbolica.

A sinistra non esistono oggi formazioni paragonabili ai Proud Boys o al Patriot Front.
Non esiste neppure una struttura nazionale chiamata “Antifa”. Esistono gruppi locali, collettivi antifascisti e cellule anarchiche che talvolta usano questa etichetta. A volte sono identificati anche come black bloc, ma il termine indica una tattica, non un’organizzazione: abiti scuri, movimento compatto, volto coperto, spesso caschi da moto. Alcune frange cercano lo scontro, lanciano bottiglie incendiarie, danneggiano proprietà o attaccano la polizia. Molte delle persone indicate come Antifa dall’amministrazione, però, non hanno alcun rapporto con queste pratiche. Le analisi descrivono soprattutto gruppi locali di contro-mobilitazione. 

Tra questi il Rose City Antifa, attivo nell’identificazione pubblica dei neonazisti a Portland. Ci sono poi piccoli gruppi autonomi di autodifesa armata come i John Brown Gun Clubs, noti per fornire il servizio d’ordine a manifestazioni ed eventi antagonisti nell’area di Seattle-Tacoma. E sigle clandestine o intermittenti come Jane’s Revenge, comparsa nel 2022 dopo la revoca del diritto federale all’aborto e associata a incendi e vandalismi contro centri antiabortisti. I precedenti più importanti sono l’Earth Liberation Front e l’Animal Liberation Front, autori tra gli anni Novanta e Duemila di incendi e sabotaggi contro aziende e impianti ritenuti responsabili di distruzione ambientale o sfruttamento animale.

A sinistra, dunque, la struttura è più dispersa, ma la capacità di scontro non manca. Proprio questa frammentazione rende più difficile prevenire il conflitto. Un gruppo di destra annuncia una marcia, gli antifascisti organizzano la risposta, entrambi arrivano pronti a difendere il proprio spazio. Una provocazione, una carica, una vetrina infranta o un autobus bruciato producono in pochi minuti le immagini dell’insurrezione. A quel punto il problema non sarebbe soltanto l’effetto televisivo, ma ciò che lo scontro potrebbe autorizzare.

Dalla città militarizzata al seggio circondato

Trump ha già evocato la militarizzazione delle città governate dai democratici. Nel settembre 2025, davanti ai vertici militari convocati a Quantico, disse che alcune città avrebbero potuto diventare “training grounds” (campi di addestramento) per le forze armate e parlò di una “invasione” interna. Non era una metafora isolata. Guardia Nazionale e Marines erano già stati impiegati a Los Angeles. Poi è arrivata Minneapolis.

È in questo quadro che va letto il dibattito sull’ICE ai seggi. Dopo che Steve Bannon aveva annunciato agenti pronti a “circondare” i luoghi del voto, la Casa Bianca negò piani formali senza escluderli per il futuro. Il DHS ha poi assicurato che ICE non verrà dispiegata attorno ai seggi, a meno che concrete esigenze di sicurezza lo richiedano.

Quell’“a meno che” dice tutto. La decisione non deve essere presa oggi; può arrivare quando un’emergenza renderà pensabile ciò che oggi sarebbe illegale, controverso o troppo vistoso. Scontri, perimetri di sicurezza, strade chiuse, Guardia Nazionale, polizia e agenti federali potrebbero trasformare l’accesso materiale al voto.

Molti possono voler evitare un seggio circondato da agenti federali. Un immigrato può temere controlli prolungati, anche se è regolarmente naturalizzato. Chi vive con familiari senza documenti, può temere che un fermo coinvolga l’intero nucleo.

Eventuali disordini, inoltre, possono sospendere le procedure di voto anche solo in alcuni seggi, per qualche ora. Chi viene allontanato dovrà tornare, assentarsi di nuovo dal lavoro, riorganizzare la cura dei figli. Alcuni ritorneranno, altri rinunceranno. Nessuno sarà stato cancellato dalle liste o privato formalmente del voto. L’interruzione ne avrà aumentato il costo fino a espellerne una quota.

Se poi disordini più severi avvenissero in città democratiche, quartieri neri o ispanici, zone universitarie e comunità di immigrati, l’effetto sarebbe dirompente. Non servirebbe convertire milioni di elettori con la propaganda anticomunista. Basterebbe che gli scontri tra “comunisti”, “fascisti” e polizia rendessero più difficile votare in pochi luoghi decisivi. I voti che non si contano, non contano.

Osservare le condizioni mentre si costruiscono

Non sappiamo se andrà così, chi provocherà eventuali scontri o come reagirà il governo. Possiamo però osservare le condizioni mentre si costruiscono. A pochi mesi dalle midterm cambiano le regole del voto. Le città democratiche diventano terreno operativo per polizia e forze armate. La destra militante torna visibile dopo la riabilitazione di alcuni protagonisti del 6 gennaio. La galassia “antifascista” ha ripreso combattività dopo le grandi manifestazioni per Gaza, i No Kings Days e gli incidenti di Minneapolis. Intanto, una parte sempre più larga dell’opposizione viene ricondotta sotto l’etichetta di “comunista”.

La nuova paura rossa potrebbe spostare pochi voti. Potrebbe però dare un nome alle condizioni nelle quali il voto rischia di non svolgersi serenamente e liberamente. Potrebbe determinare chi e quanti usciranno di casa per andare alle urne e ciò che incontreranno sul loro percorso.


Per le iniziative dell’amministrazione USA volte a trasformare le regole del voto rimandiamo agli altri articoli dello speciale America Watch.
Per alcune interessanti inchieste sull’universo dei gruppi organizzati di destra e di sinistra in America, vedi:

Shaila Dewan e Alan Feuer, “9 Accused of Antifa Ties After a Violent ICE Protest Begin Trial in Texas”, The New York Times 24 febbraio 2026.

“Proud Boy Enrique Tarrio: MAGA Has Figured Out How to ‘Play Dirty’”, The Atlantic, 18 settembre 2025.

Natalie Reneau, Stella Cooper, Alan Feuer e Aaron Byrd, “How the Proud Boys Breached the Capitol on Jan. 6: Rile Up the Normies”, The New York Times, 17 giugno 2022

Isaac Arnsdorf, “Oath Keepers in the State House: How a Militia Movement Took Root in the Republican Mainstream”, ProPublica, 20 ottobre 2021.

Luke Mogelson, “In the Streets with Antifa”, The New Yorker, 25 ottobre 2020.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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