La natura e il patrimonio culturale trasformati in asset destinati all’accumulazione di capitale per gli investitoti immobiliari. Da protesta ambientalista contro un resort di lusso, l’ennesimo, in un contesto naturale sulla costiera che ospita siti di nidificazione, le manifestazioni dei fenicotteri sono diventate molto di più.

In queste ultime settimane l’Albania è stata al centro di forti proteste, come migliaia di persone scese sul lungo boulevard di Tirana per protestare contro un grande progetto turistico legato alla famiglia Trump previsto lungo la costa di Zvërnec-Narta e sull’isola di Sazan. Questa mobilitazione è stata definita dalla stampa internazionale come la “rivolta dei fenicotteri”, gli uccelli migratori che popolano la laguna di Narta. Questa rappresentazione, tuttavia, coglie soltanto una parte del problema. La vicenda non riguarda esclusivamente la tutela di un ecosistema fragile, ma apre interrogativi più ampi sul modello di sviluppo che sta ridefinendo il territorio albanese e sulle modalità attraverso cui vengono assunte le decisioni che ne orientano le trasformazioni.

La protesta è infatti espressione di un disagio che si è accumulato negli ultimi anni di fronte a un processo di urbanizzazione sempre più guidato da grandi investimenti immobiliari e turistici. In questo contesto il territorio tende a essere considerato principalmente come una risorsa economica da valorizzare, mentre il paesaggio, la natura e persino il patrimonio culturale vengono progressivamente trasformati in asset destinati all’accumulazione di capitale. La finanziarizzazione del territorio e la crescente centralità della rendita immobiliare sono diventate componenti strutturali di questo modello di sviluppo, che trova nel turismo di lusso uno dei suoi principali motori.

Le coste albanesi rappresentano oggi uno dei laboratori più evidenti di questa trasformazione. Da Valona a Saranda, da Dhërmi a Ksamil, aree fino a pochi anni fa marginali rispetto ai circuiti globali degli investimenti sono diventate oggetto di una crescente pressione speculativa. Resort, complessi residenziali, marine turistiche e infrastrutture per il turismo internazionale stanno modificando rapidamente paesaggi e assetti territoriali, ridefinendo il rapporto tra spazio, economia e comunità locali.

La mobilitazione di Narta assume però un significato che va oltre la contestazione di un singolo progetto. Essa porta alla luce una questione eminentemente politica: chi decide il futuro dei territori e attraverso quali procedure. Negli ultimi anni, infatti, numerosi processi di trasformazione urbana e territoriale in Albania hanno visto una forte concentrazione del potere decisionale nelle istituzioni centrali in dialogo diretto con grandi società finanziarie internazionali, accompagnate da archistar mediatiche e potenti. Diversi osservatori hanno interpretato queste dinamiche come espressione di pratiche riconducibili a una forma di democrazia autoritaria, nella quale le procedure democratiche continuano formalmente a esistere, ma gli spazi effettivi di confronto pubblico e di influenza delle comunità locali risultano progressivamente ridotti.

Per comprendere pienamente ciò che sta accadendo lungo la costa, occorre quindi spostare lo sguardo verso Tirana. È nella capitale che, negli ultimi due decenni, si è consolidato il paradigma di sviluppo fondato sulla valorizzazione immobiliare, sulle grandi operazioni urbane e sull’attrazione degli investimenti privati. Molti dei meccanismi sperimentati a Tirana sono oggi estesi ad altre parti del Paese. Per questa ragione, il conflitto di Narta non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una più ampia discussione sul rapporto tra sviluppo, democrazia e controllo del territorio nell’Albania contemporanea.

Abbiamo chiesto a Doriana Musaj, urbanista e ricercatrice della Polis University di Tirana, e attiva nelle proteste che stanno riguardando il suo paese, di fornirci una lettura critica di quello che sta accadendo e del suo significato per le politiche future di un paese che sta negoziando l’adesione all’Unione Europea. Questa la sua articolata risposta.

Narta e la questione della democrazia territoriale, di Doriana Musaj

Gran parte del dibattito sulle proteste iniziate a Narta e Zvërnec e successivamente trasferitesi sul principale viale di Tirana si è concentrato sul progetto specifico che le ha innescate. Tuttavia, leggere il conflitto esclusivamente attraverso la lente di quel progetto rischia di far perdere di vista ciò che rende questo caso così significativo. Se si fosse trattato semplicemente di una controversia riguardante un resort turistico, sarebbe rimasta un conflitto locale, uno dei tanti che hanno accompagnato la trasformazione territoriale dell’Albania negli ultimi anni.

Invece, ciò che è iniziato su una stretta fascia costiera tra la laguna e il mare è evoluto in una più ampia mobilitazione civica nel cuore della capitale. Quello a cui assistiamo oggi è dunque qualcosa di più profondo. Per la prima volta dopo molti anni, non è soltanto un progetto specifico a essere messo in discussione. Ciò che viene contestato è il paradigma stesso che ha guidato lo sviluppo territoriale del Paese negli ultimi due decenni.

Per molto tempo lo sviluppo è stato presentato come un processo quasi autoevidente, mentre l’investimento è stato trattato come un bene pubblico in sé. La costruzione è stata considerata una prova del progresso e la trasformazione fisica del territorio una prova dello sviluppo. All’interno di questa logica, il dibattito pubblico si è raramente concentrato sui limiti dello sviluppo. La domanda non è stata se un territorio dovesse essere trasformato, ma quanto rapidamente e con quale intensità tale trasformazione potesse avvenire.

Tirana è stata il laboratorio più avanzato di questo modello. È lì che sono state sviluppate e sperimentate per la prima volta nuove forme di valorizzazione fondiaria, partenariati pubblico-privati, architetture iconiche e strategie di city branding. Molti dei meccanismi sperimentati inizialmente nella capitale sono stati poi estesi ad altre parti del Paese. Per questa ragione, i conflitti emersi a Tirana aiutano a comprendere quelli che oggi si stanno manifestando altrove.

Nel 2020 a Tirana viene demolito il Teatro Nazionale dopo due anni di proteste e sostituito da un nuovo teatro progettato dallo studio Bjarke Ingels Group (BIG), ancora in fase di realizzazione. L’edificio storico del 1939 era uno dei simboli della vita culturale albanese e fu demolito nonostante le proteste di artisti, cittadini e organizzazioni internazionali per la tutela del patrimonio.

Il Teatro Nazionale, quindi, non è stato semplicemente un conflitto attorno a un edificio; è stato un conflitto sui limiti della tutela del patrimonio. I dibattiti sugli spazi pubblici non sono stati soltanto dibattiti di progettazione urbana; sono stati dibattiti sul diritto alla città. Allo stesso modo, Narta non è semplicemente un conflitto riguardante un resort; è un conflitto sui limiti della tutela territoriale.

Questo conflitto è diventato visibile quando una fascia costiera tra la Laguna di Narta e il Mare Adriatico è stata recintata in vista di un progetto di sviluppo turistico su larga scala. La recinzione è stata percepita da molti come l’inizio del conflitto, mentre per le comunità locali ciò che da tempo era vissuto come parte di un territorio condiviso veniva improvvisamente sottoposto a un nuovo regime di controllo, accesso e utilizzo.

La recinzione è così divenuta il simbolo di qualcosa di molto più grande di una semplice barriera fisica. Ha trasformato una controversia urbanistica in un conflitto visibile sul territorio, sull’accesso e sull’appartenenza.

Ciò che rende Narta particolarmente significativa è il fatto che potrebbe essere il primo grande conflitto emerso dopo che il territorio protetto ha cessato di essere considerato principalmente come un limite allo sviluppo ed è invece diventato un oggetto di negoziazione. Il dibattito non riguarda quindi soltanto ciò che verrà costruito in una determinata area. Riguarda il significato stesso della protezione e chi abbia l’autorità di ridefinirne i limiti in nome dello sviluppo.

Questo aiuta anche a spiegare l’ampiezza della mobilitazione civica. Molte persone non hanno reagito soltanto al progetto. Hanno riconosciuto un modello, una modalità decisionale già incontrata in altri conflitti urbani e territoriali, nei quali il dibattito pubblico spesso si svolge soltanto dopo che la direzione principale della trasformazione è già stata definita.

Per comprendere questa reazione, la tradizionale distinzione tra proprietà pubblica e privata non è sufficiente. Narta e Zvërnec non hanno mobilitato cittadini in tutto il Paese e nella diaspora perché questi rivendicassero la proprietà della laguna, della foresta o del paesaggio. Hanno mobilitato perché questi luoghi rappresentavano qualcosa che può essere compreso meglio attraverso il concetto di beni comuni.

Il loro valore non deriva soltanto dal loro status giuridico, ma anche dalla relazione collettiva che le comunità costruiscono con il territorio attraverso l’uso, la memoria, l’identità e il senso di appartenenza.

Tali relazioni non sono estranee al contesto albanese. Molto prima che emergesse il dibattito attuale, molti territori venivano vissuti e gestiti attraverso pratiche collettive di uso, accesso e responsabilità, ricordandoci che il rapporto tra comunità e territorio non è mai stato definito esclusivamente dalla proprietà.

È proprio qui che il simbolismo della recinzione acquista significato. Di per sé, essa era soltanto una struttura fisica. Simbolicamente, tuttavia, rappresentava qualcosa di molto più grande: il momento in cui una parte della società ha percepito di perdere non soltanto l’accesso a un territorio, ma anche il diritto di partecipare alla determinazione del suo futuro.

Se il fenicottero è diventato il simbolo di un territorio condiviso, la recinzione è diventata il simbolo dell’esclusione da quel territorio.

Per questa ragione, l’importanza di questo movimento non risiede soltanto nella sua opposizione a un progetto specifico. Ciò che viene espresso è una più ampia domanda di democrazia territoriale. Per molti anni, la democrazia in Albania è stata intesa principalmente come il diritto di eleggere i governi. I conflitti territoriali stanno portando in primo piano un’altra dimensione della democrazia: il diritto di partecipare alle decisioni che modellano i territori nei quali viviamo.

Per questo motivo, ciò che sta accadendo a Narta non dovrebbe essere interpretato come una reazione contro lo sviluppo. Al contrario, mette in discussione una concezione estremamente ristretta dello sviluppo. Per due decenni, il dibattito si è concentrato su ciò che dovesse essere costruito. Oggi emerge una domanda più fondamentale: chi decide che cosa viene costruito, dove viene costruito e in nome di chi viene costruito?

Questa potrebbe essere la questione più importante emersa da Narta. Non semplicemente ciò che accadrà a un resort o a un’area protetta, ma se esista ancora in Albania un territorio che non possa essere negoziato.

Se questa domanda rimarrà al centro del dibattito pubblico anche molto tempo dopo la conclusione di questo conflitto, allora Narta non sarà ricordata come il conflitto dei fenicotteri. Sarà ricordata come il momento in cui gli albanesi hanno iniziato a discutere seriamente il rapporto tra sviluppo, democrazia e beni comuni.


Doriana Musaj è urbanista e ricercatrice. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Pianificazione Urbana e Regionale ed è Direttrice del Dipartimento di Pianificazione e Ambiente presso la POLIS University di Tirana, Albania. La sua attività di ricerca si concentra sulla governance territoriale, le trasformazioni urbane, il patrimonio culturale, la pianificazione ambientale e le dimensioni politiche dello sviluppo spaziale nei contesti post-socialisti. Negli ultimi anni, il suo lavoro ha approfondito il rapporto tra pianificazione, democrazia, beni comuni e conflitti territoriali in Albania.

Romeo Farinella è professore ordinario di Progettazione urbanistica e Teorie dell’urbanistica all’Università degli Studi di Ferrara.
La sua ultima pubblicazione è Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali, Mimesis editore, Milano 2024.

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