Trasformare la giustizia in uno strumento punitivo totalmente in mano all’esecutivo: è così che la destra approva nuovi reati e aggravanti, mentre da più parti arriva invece la richiesta di un’operazione contraria e cioè di depenalizzazione di tanti reati di scarso disvalore sociale.

Ormai da tempo siamo abituati al ricorso sistematico alla creazione di nuove figure di reato, spesso (anzi, quasi sempre) sulla spinta delle notizie di cronaca o, per meglio dire, sulla spinta del sentimento popolare-elettorale, ingolfando di fatto un sistema già compromesso per svariate ragioni.

Questo Governo è sicuramente, ce lo dicono i numeri, quello che più di tutti ha interpretato questo modo di concepire, o sfruttare, la giustizia e la legislazione penale, introducendo, a cadenza quasi mensile, nuovi reati o nuove circostanze aggravanti che inficiano severamente sulla pena di reati già esistenti.

Spesso sono reati inutili, perché di fatto sanzionano comportamenti già vietati dalla stessa legge penale (il primo di questa legislatura fu il reato contro i rave party), ma preziosi per esser spesi nei dibattiti televisivi o, ancor meglio, sui social network; altri sono invece talmente contrastanti con i principi sanciti nella Costituzione da far ritenere che la Consulta, quando verrà interpellata nel corso di un processo penale, li dichiarerà incostituzionali.

Tutto ciò in barba ai principi cardine del diritto penale costituzionalmente orientato, o sarebbe meglio dire, post totalitarismi, secondo il quale allo strumento dell’azione penale (non qui intesa in senso processuale ma sostanziale) si dovrebbe fare ricorso solo per fatti socialmente pericolosi per i quali non esiste altra sanzione se non quella penale.

Basta passare in rassegna tutti i reati e le aggravanti introdotti in questa legislatura per comprendere chi, nel pensiero meloniano, va colpito e punito: gli emarginati, i più deboli, i giovani, coloro che protestano (vedasi Decreto Sicurezza). 

Mentre da più fronti (avvocatura, accademia, magistratura) si sollecita da tempo una operazione di depenalizzazione di tanti reati di scarso disvalore sociale anche per sgravare Procure e Tribunali di attività poco rilevante (soprattutto a mente della situazione drammatica in cui versano, stante la ben nota carenza di organico), la strada intrapresa dal Governo Meloni e della maggioranza che lo sostiene è stata invece quella opposta.

Se a questo aggiungiamo che l’unica figura criminosa che in questa legislatura è stata abrogata è il reato di abuso d’ufficio, quindi un reato astrattamente attribuibile ad un c.d. colletto bianco, allora è intuitivo comprendere l’idea stessa che questa classe politica ha della giustizia: forte con i deboli e debole con i forti.

Ma non solo.

In questa legislatura abbiamo assistito anche ad un altro dato: l’uso sistematico del decreto legge, quindi lo strumento normativo d’urgenza, per introdurre nuovi reati. Poiché in democrazia forma e sostanza coincidono, la prima critica va mossa per l’aver sistematicamente spogliato il Parlamento della propria funzione e delle proprie prerogative. In materia penale, quindi parlando di restrizione della libertà dei cittadini, è il Parlamento a doversi assumere ogni responsabilità.

In questa legislatura, con il ricorso al decreto legge, il Parlamento è stato trattato come un semplice passacarte, ratificando quanto già approvato dal Governo, il quale a sua volta ha posto la fiducia alla conversione del provvedimento, spogliando le Camere anche della remota possibilità di discutere emendamenti od altro.

Ma vi è un altro dato: l’introduzione di nuovi reati o aggravanti ovviamente interessa solo i fatti materialmente avvenuti dopo la loro entrata in vigore, quindi non interessa il passato. Pertanto il ricorso allo strumento d’urgenza sta a significare che secondo il Governo Meloni sussiste una non procrastinabile necessità di punire, ad esempio, coloro che protestano pacificamente in strada. 

In conclusione, in questa legislatura abbiamo assistito a tanti tentativi, alcuni riusciti ed altri no, di trasformare la giustizia in uno strumento punitivo totalmente in mano all’esecutivo, nell’idea che chi protesta pacificamente debba esser punito mentre chi abusa della propria posizione all’interno della Pubblica Amministrazione, no.

Andrea Valentinotti, nato a Lugo il 24.09.1987, è avvocato penalista iscritto al Foro di Ravenna.
Autore nel 2022 del libro Repressione – storia della giustizia fascista, curatore nel 2025 della ristampa di Caino di Genuzio Bentini, è stato componente del coordinamento regionale di Bologna del comitato “Giusto dire no” per il referendum costituzionale del 2026.
Ha collaborato con l’Università di Bologna e di Urbino. È membro del comitato provinciale dell’ANPI di Ravenna.

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