Una riforma della Giustizia che non risolve i veri problemi della Giustizia

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Il 22 e 23 marzo 2026 siamo chiamati a esprimerci su una legge costituzionale che mira a colpire l’indipendenza della magistratura, senza affrontare nessuno dei problemi del “sistema giustizia” che gravano sui cittadini.

La grande illusione dei partiti leggeri

07 Ottobre 2018

Nadia Urbinati Consiglio di Presidenza Libertà e Giustizia

Un saggio degli americani Frances McCall Rosenbluth e Ian Shapiro Dagli anni Sessanta si è assistito a un processo di democratizzazione che ha caratterizzato non tanto le istituzioni quanto le associazioni della società, per esempio i partiti.

Un processo fatto di primarie e di altre forme di decentramento che ha creato l’ illusione per cui meno organizzazione significasse più democrazia. L’ esito è impietoso: le nostre democrazie hanno prodotto decisioni che forse sono più vicine all’ opinione popolare del momento e hanno consentito la selezione di politici più vicini al sentire popolare e al volere dell’ audience eppure… sono più cesaristiche e i suoi leader meno soggetti al controllo dei cittadini.

I partiti hanno adottato riforme interne (il PD ne è un esempio) con lo scopo appunto di diminuire al massimo l’ organizzazione per essere più vicini agli elettori.

Rovesciando la “legge ferrea dell’ oligarchia” si potrebbe pensare che partiti più liquidi o leggeri significhino partiti più democratici. Ma così non è. A partiti deboli è seguita una più debole democrazia. Questa è la linea guida del libro di Frances McCall Rosenbluth e Ian Shapiro, Responsible Parties: Saving Democracy from Itself (Cambridge University Press).

Combinando un metodo empirico e comparatistico con un metodo teorico, il volume propone diversi casi per dimostrare che partiti forti corrispondono a una democrazia forte, non solo perché più preferenze e interessi hanno in effetti più possibilità di essere rappresentati o avere voce, ma anche nel senso che la stessa partecipazione, elettorale e d’ opinione, ha maggior spazio o uno spazio meno aleatorio. Tra i casi raccolti da Robenbluth e Shapiro vi è anche l’ Italia, che per gli autori ha fallito nel corso degli ultimi anni il progetto di dare un assetto più funzionale al proprio sistema elettorale. E ha fallito, sostengono, anche per la presenza di vari fattori concomitanti: un pluralismo che ha ostacolato decisioni, una frammentazione delle dirigenze dei partiti, la presenza di leader poco saggi e ingombranti.

Al di là delle valutazioni sui singoli paesi e dell’ assunto astratto del modello Westminster come il più stabile (anche se in crisi proprio nel paese che lo ha inaugurato), il tema che questo libro graffiante e controcorrente ci propone è riassumbile in una massima che la vicenda italiana dimostra con disarmante facilità: il partito leggero non è il miglior amico della democrazia. Né lo è il movimento che coltiva l’ illusione di connettere e fare interagire i cittadini per mezzo di piattaforme digitali e senza un’organizzazione.

Il primo è una sicura ricetta per leader autoreferenziali; il secondo crea il potere insindacabile di un piccolo gruppo. In entrambi i casi l’ esito non è più democrazia ma la vulnerabilità della democrazia al potere di minoranze da un lato e del populismo dell’ uomo forte dall’ altro. Se, come sosteneva Robert Michels, l’ organizzazione è l’arma dei molti contro i pochi, «il grande paradosso è che partiti gerarchici sono vitali per una sana democrazia».

La Repubblica, 2 ottobre 2018

Politologa. Titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York.
Come ricercatrice si occupa del pensiero democratico e liberale contemporaneo e delle teorie della sovranità e della rappresentanza politica.
Collabora con i quotidiani L’Unità, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano e con Il Sole 24 Ore; dal 2019 collabora con il Corriere della Sera e con il settimanale Left.

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