La discussione tra i partiti su primarie e leadership è fuorviante: la priorità dovrebbe essere costruire insieme un programma credibile per il Paese, capace di unire le forze e parlare a chi oggi non si riconosce nell’offerta politica.

È possibile che il risultato nettissimo del referendum  abbia intontito la maggioranza, ma è invece sicuro che ha lasciato indenne la minoranza (genericamente “campo largo”) nell’ostinazione a marciare divisi per, illusoriamente, colpire uniti nelle prossime elezioni. Colpire uniti si può solo se c’è un obbiettivo comune e che viene percepito come tale da chi è chiamato a votare: lo è stato nella forma di quesito referendario che, sia pure non semplice nella formulazione, era e veniva percepito come un blocco unico di fronte al quale dire Si o No. Può certamente esserlo se c’è il blocco di un programma comune e percepito come tale e nella formulazione e per come l’elettorato lo vede e vi partecipa a costruirsi nel tempo precedente le elezioni. 

Nulla di questo viene messo in cantiere: il dizionario del campo largo si ferma a dove si legge “primarie” e non arriva nemmeno poco più in là dove c’è scritto “programma”. La marcia delle diverse componenti del campo largo appare incentrata o sulla discussione di chi dovrà essere il/la leader di una coalizione o sulla discusione di una programma più o meno definito per ciascuna delle componenti. La preoccupazione principale, al di là di parole di circostanza, è differenziarsi dalle altre componenti così da aumentare, per ambizioni di partito e personali, le possibilità di sottrarre e appropriarsi i voti delle altre componenti anziché preoccuparsi dell’unica cosa che conterà: cercare di attirare voti sul campo largo, i voti di chi in precedenza non ha votato o ha votato per l’attuale maggioranza. La denominazione stessa di “campo largo” diviene inadeguata a questo stadio pre-elettorale perché indica solo e genericamente una sorta di struttura senza indicare per cosa esiste: “Programma comune” deve esserne lo scopo e la denominazione. Un programma comune richiede un tavolo comune, una commissione “inter-partiti” da formare subito, non tra mesi e mesi (e se dovessero esserci elezioni anticipate questa necessità diverrebbe urgenza). Insieme occorre comincino a prioritizzare I temi cominciando da quelli che sono ad un tempo rilevanti per il paese (lavoro, economia, sanità etc.) e più facili su cui raggiungere un accordo programmatico. Quelli meno facili e più suscettibili di dissenso sono da posporre nella discussione così da permettere che si cominci costruendo come prima cosa un solido corpo programmatico comune: sui temi meno facili si estenderà la discussione per definire  un denominatore comune. Ognuno dei partiti utilizzerà i propri canali e meccanismi di partecipazione per interagire con i cittadini e fare affluire verso il programma comune le loro istanze e proposte. Non sembrerebbe fuori luogo se l’insieme di questo processo fosse catalizzato e coordinato nel solo ruolo di presidente della commissione programmatica interpartiti da una personalità politica di spicco accettabile da tutti e destinata a farsi da parte per la scelta via primarie (strumento peraltro pericoloso perché necessariamente sottolinea differenze anziché convergenze) o altra procedura di chi guiderà la piena campagna elettorale.

Purtroppo  non vedo niente di tutto questo neanche allo stadio di abbozzo. Andiamo avanti purché ben distinti e separati e nell’imminenza delle elezioni appiccicheremo con un accordicchio di coalizione i nostri diversi programmi: di fronte a questa che finora appare essere la strategia preferita nel campo largo coloro che non hanno votato nelle elezioni precedenti ma hanno votato al referendum torneranno a non votare alle prossime elezioni e chi ha votato per l’attuale maggioranza tornerà, magari storcendo il naso, a farlo. Qualche primissimo sondaggio post-referendum conferma questa ipotesi. Non so se i vari responsabili del campo largo si rendano conto che perdere le elezioni e consegnare nuovamente il parlamento all’attuale maggioranza  vorrà anche dire che la Costituzione  scritta – come è stato detto – dai bisnonni e salvata nel referendum dai giovani nipoti, finirà per essere inevitabilmente manomessa e snaturata da nonni e genitori rivelatisi in parte reazionari, in parte indifferenti e in parte progressisti purtroppo inadeguati alle realtà del paese.  

Ex-presidente della International Epidemiological Association. Già Direttore dell’Unità di Epidemiologia Analitica, International Agency for Research on Cancer, Lione, Francia. Direttore di ricerca in epidemiologia, Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, Pisa.

 

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