Manipolare le elezioni nell’era di Trump. Parte prima: il gerrymandering

08 Maggio 2026

Ottorino Cappelli Docente politica comparata

Questo contenuto fa parte dello speciale America Watch dell’osservatorio Autoritarismo

A sinistra una caricatura dell’Ottocento che raffigura il disegno a “salamandra” dei collegi elettorali attribuito al governatore Elbridge Gerry, da cui deriva il termine gerrymandering. A destra una reinterpretazione in era trumpiana elaborata con l’AI.

Trump non può permettersi di perdere le midterm del prossimo novembre. Una Camera ostile bloccherebbe l’agenda legislativa e riaprirebbe il fronte dell’impeachment. È uno scenario che il presidente teme come la peste.

Ma i segnali non sono rassicuranti. Guerra, inflazione, Epstein files hanno eroso il consenso; la maggioranza repubblicana traballa; il fronte MAGA mostra crepe. Le politiche più aggressive — deportazioni, attacco a media e università — hanno galvanizzato l’opposizione. Ad ascoltare i sondaggi il voto di novembre appare un passaggio ad alto rischio per Trump.

Ma se il trumpismo è un progetto di trasformazione “rivoluzionaria” del regime, deve impedire ad ogni costo che il processo elettorale lo metta in discussione. La stessa incertezza del voto diventa una minaccia esistenziale. E quando l’esito è incerto, si manipolano le regole.

Ridisegnare i collegi: il gerrymandering

Il metodo più antico di manipolazione elettorale è ridisegnare i collegi. Negli Stati Uniti questa pratica prende il nome di gerrymandering, una crasi tra il nome del governatore Elbridge Gerry e la forma a “salamandra” della mappa dei collegi che egli avallò all’inizio dell’Ottocento per favorire il proprio partito. Il principio è semplice. Poiché in un sistema uninominale basta una maggioranza relativa per ottenere il seggio, i confini dei collegi vanno disegnati in modo che i propri elettori potenziali siano sempre un po’ sopra quella soglia.

L’occasione per farlo è il redistricting, il ridisegno periodico necessario a mantenere l’equilibrio demografico tra i collegi, che devono avere tutti lo stesso numero di elettori. Per prassi avviene dopo il censimento decennale e il prossimo avrebbe dovuto essere nel 2030. Nell’estate del 2025, però, in diversi Stati si è aperta una fase di ridisegno anticipato, fuori calendario e a ridosso delle midterm del 2026. Partito dal Texas repubblicano, su impulso diretto di Trump, questo si è esteso, per ritorsione, alla California democratica per poi propagarsi ad altri Stati di entrambi gli schieramenti. Non è un aggiornamento tecnico, ma un intervento sulle regole del gioco alla vigilia del voto.

Che cos’è il gerrymandering

Un “buon” gerrymandering richiede una conoscenza precisa della distribuzione degli elettori sul territorio. Occorre sapere dove risiedono i propri e quelli dell’avversario — tra città e aree rurali e, nelle città, tra quartieri, isolati, strade. È sulla geografia che si costruiscono maggioranze prevedibili.

Questa conoscenza si fonda sui dati: risultati elettorali passati, modelli di comportamento elettorale, sondaggi locali. Su tale base si sviluppano due forme intrecciate di gerrymandering, una partitica e una “razziale”.

La prima utilizza, oltre ai dati sopra citati, un’informazione preziosa: le registrazioni richieste dagli Stati per convocare i cittadini alle primarie del “proprio” partito. Per molti elettori sono così noti nome, indirizzo e affiliazione politica. Questo consente un partisan gerrymandering piuttosto preciso.

La seconda integra i dati disponibili con quelli del censimento federale, che mappa la distribuzione delle comunità etnico-razziali. Poiché queste tendono a concentrarsi sul territorio, l’informazione può contribuire ad affinare il racial gerrymandering.

Sono strategie da sempre controverse. Poiché Il racial gerrymandering è stato a lungo uno strumento di esclusione, soprattutto contro gli elettori afroamericani, il Voting Rights Act del 1965 ha vietato l’uso discriminatorio di criteri razziali nel disegno dei collegi. Ma – non senza qualche ambiguità – consente collegi pensati per garantire rappresentanza alle minoranze. 

Quanto al partisan gerrymandering, la Corte Suprema lo ha indirettamente consentito, ritenendolo non justiciable. Disegnare i collegi in modo da favorire un partito, è considerata una questione squisitamente politica, non di rango costituzionale.

Nella pratica, però, dimensione etnico-razziale e politica restano intrecciate. Elettori bianchi nelle aree suburbane più affluenti votano spesso repubblicano; minoranze afroamericane e latino-americane, più presenti nei centri urbani e nei quartieri svantaggiati, tendono a sostenere i democratici. Non è una regola assoluta, ma una regolarità osservabile. Disegnare collegi che penalizzano il voto democratico riduce spesso anche la rappresentanza delle minoranze, e viceversa.

Un po’ di tecnica

Due sono le tecniche classiche del gerrymandering: concentrare gli elettori potenziali di un partito in poche circoscrizioni dove prevalgono con ampio margine (packing), oppure distribuirli in molte, dove restano regolarmente sotto la soglia di maggioranza (cracking).

La logica si chiarisce con un esempio. La figura mostra un territorio di 64 elettori divisi tra Blu (democratici) e Rossi (repubblicani). Come in molte città americane, il centro urbano tende a concentrare elettori Blu — minoranze e fasce sociali più deboli — mentre periferie e suburbia mostrano una composizione più mista, con una forte presenza di elettori Rossi, spesso più affluenti. Su questa geografia interviene il “disegnatore”.

Nei tre esempi il territorio è diviso in quattro collegi di egual peso demografico, ciascuno con 16 elettori. La distribuzione degli elettori Blu e Rossi nello spazio resta identica; cambia solo il tracciato dei confini. Nel primo esempio (competitive), i collegi sono politicamente equilibrati: otto elettori Blu e otto Rossi. Ogni elezione è incerta e dipende dalla capacità dei candidati di sottrarre una porzione anche minima di elettori agli avversari.

Il packing altera l’equilibrio disegnando un collegio in modo tortuoso (“salamandra”) per includere gli elettori di un solo partito. Quel seggio sarà vinto dai Rossi con largo margine, mentre negli altri i Blu domineranno stabilmente. Il risultato è tre seggi ai democratici e uno ai repubblicani.

Il cracking fa l’opposto: include gli elettori Rossi in più collegi dove ottengono maggioranze minime ma sufficienti (ad esempio 9-7), mentre i Blu sono concentrati in un solo collegio dove vincono con ampio margine (11-5): una concentrazione elettoralmente inefficiente, perché a parità di distribuzione territoriale, pochi voti ben collocati valgono più di molti voti concentrati. Il risultato è tre seggi ai repubblicani e uno ai democratici.

Qui sta l’efficacia del gerrymandering: manipolare la geografia del voto per predeterminare l’assegnazione dei seggi.

La guerra delle mappe e le midterms 2026

Come si diceva, la guerra del redistricting anticipato si apre in Texas. Nell’estate 2025 il parlamentari repubblicani propongono una nuova mappa congressuale che garantisce loro fino a cinque seggi in più alla Camera. I democratici si “autoesiliano”, lasciando lo Stato per far mancare il quorum. Ma alla fine devono cedere e la mappa passa. Una corte federale la sospende per possibili violazioni del Voting Rights Act (alcuni collegi sembrano disegnati con criteri razziali), ma la Corte Suprema ne consente l’uso, rendendola operativa per il 2026.

La rappresaglia democratica arriva dalla California. Qui la legge affida il ridisegno a una commissione indipendente, ma il governatore Gavin Newsom decide di scavalcare per via referendaria. La nuova mappa approvata dagli elettori nel novembre 2025 assegna ai democratici un guadagno fino a cinque seggi. Il piano viene impugnato dai repubblicani per sospetto uso di criteri razziali a favore degli elettori latino-americani. La corte federale respinge il ricorso e la Corte Suprema ritiene di non intervenire, consentendo l’utilizzo della mappa per le midterms del 2026.

A questo punto la razza diventi un’arma retorica e legale per entrambi i campi.

Un altro fronte è la Virginia. Il 21 aprile 2026 un referendum promosso dalla nuova governatrice democratica, Abigail Spanberger, approva di misura una mappa molto “ambiziosa”. In uno stato tradizionalmente in bilico, l’equilibrio democratici-repubblicani passerebbe da 6–5 a 10–1. I ricorsi repubblicani hanno sospeso la certificazione del referendum per presunte irregolarità del voto in una contea e la decisione della Corte Suprema statale è attualmente pendente.

Il campo delle iniziative repubblicane si allarga. In Missouri una nuova mappa riduce di un seggio la rappresentanza democratica. Un altro seggio salta in North Carolina, dove il governatore democratico non ha potere di veto. In Ohio, una mappa approvata nell’ottobre 2025 può valere fino a due seggi repubblicani in più.

Non tutte le offensive riescono. In Indiana i deputati locali repubblicani, in larga maggioranza, puntano alla “soluzione finale” – passare da un vantaggio 7–2 a 9–0. Il piano fallisce per l’opposizione di una dozzina di senatori, sempre repubblicani: troppo visibile nella sua logica manipolativa, inviso anche a molti loro elettori e destabilizzante per gli equilibri locali. Trump reagisce attaccando furiosamente i dissidenti e sostenendo contro di loro sfidanti a lui fedeli nelle primarie statali.

Altri casi passano per i tribunali. In Florida la mappa imposta dal governatore Ron DeSantis punta a sottrarre quattro seggi ai democratici, portando la delegazione a 24–4 per i repubblicani. È un gerrymandering apertamente partitico, ma con una implicita dimensione razziale: alcune modifiche incidono su aree a forte presenza afroamericana o latina. La mappa si colloca nella zona grigia tra partisan e racial gerrymandering e viene contestata per violazione delle leggi statali. La partita giudiziaria è ancora aperta.

Ma il caso più dirompente arriva dalla Louisiana. Lo Stato manda sei deputati al Congresso, di cui uno solo democratico, eletto in un collegio a maggioranza afroamericana. È un caso di forte sotto rappresentazione delle minoranze. Ricorsi in tal senso vengono accolto dai tribunali federali, che ingiungono al legislativo statale di rispettare il Voting Rights Act. Una nuova mappa prevede così un secondo collegio afroamericano. Il 29 aprile 2026 la Corte Suprema approva accoglie il ricorso di un gruppo di elettori bianchi e ne blocca l’applicazione: il nuovo collegio, disegnato con la classica forma “a salamandra” che collega comunità afroamericane molto distanti (in rosso nella figura), viene giudicato un uso incostituzionale della razza nel redistricting, anche se motivato da esigenze di rappresentanza delle minoranze.

La decisione restringe fortemente il Voting Rights Act e rende molto più difficile distinguere racial e partisan gerrymandering, soprattutto nel Sud dove voto afroamericano e voto democratico coincidono spesso. L’impatto travalica la Louisiana. Subito dopo la sentenza, i governatori repubblicani di Alabama, South Carolina e Tennessee annunciano iniziative per ridisegnare le mappe prima delle midterms, con l’obiettivo di smantellare i collegi “razziali”. Altri Stati del Sud valutano mosse analoghe. Il vantaggio potenziale per il GOP può crescere di 3–5 seggi. Si apre così una nuova fase di redistricting nel Sud, dove razza e politica, storia e geografia si sovrappongono.

Conclusioni

La guerra delle mappe ha tempi stretti. Le nuove circoscrizioni devono essere definite prima delle primarie, che tra maggio e luglio selezionano i candidati nei singoli collegi. Inoltre la risposta democratica all’assalto repubblicano — una vera e propria rappresaglia sullo stesso terreno — rende incerto l’esito: non è detto che queste operazioni riescano a produrre una maggioranza repubblicana solida alla Camera nel 2026.

Il danno istituzionale, però, è già rilevante e proietta i suoi effetti oltre questa tornata, fino alle elezioni del 2028. Il ridisegno anticipato dei collegi piega le regole alla convenienza politica del momento. Prassi consolidate vengono violate e l’antico sistema del gerrymandering viene ormai apertamente applicato su scala sistemica. 

Il rischio riguarda il nucleo stesso della democrazia. Qualche mese fa un autorevole rapporto internazionale segnalava l’arretramento degli Stati Uniti, declassandoli da democrazia liberale a “semplice” democrazia elettorale – la soglia minima perché si possa impiegare quel termine. Oggi anche questa definizione appare meno solida.

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

Supportaci

Difendiamo la Costituzione, i diritti e la democrazia, puoi unirti a noi, basta un piccolo contributo

Promuoviamo le ragioni del buon governo, la laicità dello Stato e l’efficacia e la correttezza dell’agire pubblico

Leggi anche

Newsletter

Eventi, link e articoli per una cittadinanza attiva e consapevole direttamente nella tua casella di posta.

×