Quel che è successo nel giorno della Festa della Liberazione, e poi nei giorni che ci separano dal Primo maggio, è di straordinaria gravità. I fatti sono noti. Due anziani partecipanti al corteo del 25 aprile di Roma, presi di mira per il solo fatto di portare al collo lo storico fazzoletto dell’ANPI, sono stati raggiunti da colpi di pistola ad aria compressa. Più tardi l’aggressore, un giovane della comunità ebraica di Roma, accusato di tentato omicidio, si sarebbe autoproclamato appartenente alla Brigata ebraica.
Nello stesso momento, a Milano, una marea democratica simile a quella che nel 1994 contribuì alla caduta del governo Berlusconi, veniva fermata per ore, costretta a sfilacciarsi in rivoli e a giungere con grande ritardo e alla spicciolata in piazza del Duomo. La testa del corteo era stata bloccata dalla Brigata ebraica, scortata da agenti della Questura all’incrocio dove istituzionalmente prendono posto i gonfaloni dei Comuni, lo striscione del Comitato permanente antifascista e l’Anpi. La presenza, tra quei manifestanti, di bandiere israeliane, iraniane e americane, insieme ai ritratti di Donald Trump e dello scià di Persia, veicolava nel cuore della commemorazione della Liberazione dal nazifascismo e dell’impegno costituzionale per la pace un visibile e provocatorio sostegno all’aggressione dell’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti.
La doverosa contestazione di popolo è stata trasformata mediaticamente in uno scontro tra opposte fazioni e in una criminalizzazione di chi si oppone allo sterminio di Gaza, fino a sfociare nella paradossale, abnorme, scandalosa accusa all’Anpi di incitamento dell’antisemitismo.
Un singolo ed efferato insulto antisemita riferito da un testimone, rimbalzato sulle prime pagine di tutti i giornali, ha provocato lo sdegno della Presidente del Consiglio, che ha parlato di «sindaci insultati, un anziano allontanato, la Brigata ebraica costretta a lasciare il corteo a Milano». Della provocazione che ha in parte sfigurato uno straordinario, festoso e democratico 25 aprile creando una situazione potenzialmente molto pericolosa, data la densità di persone e la mancanza di uscite dal percorso, non ha fatto cenno, così come non ha ritenuto di spendere una parola sui due iscritti all’Anpi colpiti a Roma da un giovane che, vestito in mimetica, era sulle prime sospettato di appartenere all’area dell’estrema destra.
Non una dichiarazione di vicinanza all’ANPI, ci risulta, è giunta dalle massime autorità dello Stato. È in questo clima che, nei giorni precedenti il 25 aprile, è stato votato l’ennesimo decreto sicurezza, che introduce un diritto penale del sospetto, tale da comminare un “fermo preventivo” fino a 12 ore a persone che “potrebbero” voler partecipare a una manifestazione.
Dare la nostra solidarietà all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia significa difendere il 25 aprile, la sua valenza democratica e unitaria, di memoria storica e di festa di popolo. Significa denunciare l’attacco a cui questa associazione è soggetta da tempo, per il suo valore di memoria e di attualizzazione dell’antifascismo, di celebrazione viva della lotta partigiana che fonda la Repubblica e la nostra Costituzione. E significa opporci a ciò che Partigiani e Costituenti vollero impedire: lo stringersi di una morsa capace di soffocare la libertà di espressione, manifestazione e partecipazione democratica.

