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Il futuro radioso della radio

09 Febbraio 2017

Vincenzo Vita

Chissà se riprenderà quota l’antico slogan “Via l’Italia dalla Nato”. Certamente –e con maggior realismo- è bene che per lo meno si chieda al Ministero della difesa di lasciare il canale 13 Vhf, altrimenti la radio digitale locale non decolla. Troppo esigue e diseguali, infatti, sono le risorse tecniche a disposizione della dirompente rivoluzione in corso. La Norvegia ha aperto le danze, alle ore 11,11 dello scorso 11 gennaio (il simbolismo dei numeri non è uno scherzo), avviando una transizione che si concluderà alla fine dell’anno. Con maggiore saggezza rispetto alla sorella televisione, dove il digitale si è caricato di significati ideologici o strumentali (do you remember Rete4?), la radio ha uno stile diverso: non aut aut, bensì et et.

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La modulazione di frequenza continua a vivere e, sulla spinta soprattutto delle auto dotate ormai normalmente del Digital audio broadcasting, nonché della trasversalità tecnologica del Dab, la terra promessa si avvicina. Di questo si è parlato nel bel convegno (“L’emittenza locale nella radio digitale”) promosso dalle associazioni Aeranti-Corallo, che rappresentano una parte assai significativa del settore. Oltre a numerosi esperti cui si devono interessanti contributi chiarificatori, e dopo le introduzioni di Marco Rossignoli e di Luigi Bardelli, al dibattito hanno preso parte il Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Cardani e il sottosegretario Giacomelli.

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Da entrambi sono venute rassicurazioni proprio sulle frequenze, pur con l’ammissione delle pastoie e dei ritardi. Regolamento per i contributi –pronto dal luglio del 2016 e soggetto a 23 passaggi burocratici- e impegni pianificatori pur legati all’esile filo della durata della legislatura sono stati punti sottolineati con nettezza. Sarà vero? Si capirà nelle prossime settimane, benché la storia passata non deponga a favore. Quando si parla di frequenze si prende la scossa, tale e tanta è storicamente la resistenza passiva frapposta da Rai e Mediaset.

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La Rai in particolare, dopo la sigla di un accordo di collaborazione con le associazioni nel luglio del 2007, è l’oggetto principale dei desideri. E giustamente, perché il servizio pubblico “allargato” dovrebbe comprendere pure il sostegno dell’innovazione tecnologica, di cui il Dab è segmento cruciale. Un po’ a sorpresa Giacomelli ha parlato ai margini del convegno di una ripresa di amorosi sensi tra Rai-Way e Ei Towers, dopo le recenti astiose polemiche. Ma qualcosa si muove, forse, in vista di qualche novità nell’affare Mediaset-Vivendi. Forse qualcosa si capirà pure nel testo in fieri della Convenzione tra lo Stato e la Rai, al momento ferma in qualche cassetto.

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Rossignoli, nella relazione, ha opportunamente sottolineato che la radio è ascoltatissima (36 milioni nel giorno medio, di cui 15 sintonizzati anche sull’emittenza locale) ed è fortissima nel pubblico a maggiore “contaminazione” tecnologica, vale a dire quello che va dai 14 ai 24 anni. La durata media dell’ascolto è di 149 minuti al nel day time, che diventano 182 tra coloro che utilizzano i nuovi dispositivi tecnici. Il Dab, dunque, è una chiave di accesso alla crossmedialità e non solo una radio aggiornata. Lo standard originariamente pensato dal progetto europeo “Eureka” e avviato nel 1994 è già nella fase evolutiva del Dab plus. Afferriamo il tempo. Che il digitale diventi nella radio una grande infrastruttura nazionale, senza discriminazioni tra locale e nazionale. Prima che passi il treno dei desideri.

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il manifesto, 8 febbraio 2017

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