Limitare la partecipazione al voto, soprattutto dei potenziali elettori Dem, ma anche costruire una narrativa di sospetto che precede le elezioni: sono gli obiettivi delle manovre del presidente Trump, che vuole preparare il terreno a future contestazioni sui risultati.

Mettere in dubbio l’integrità del voto

Il 31 marzo 2026 Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che va letto come uno dei documenti più importanti della campagna repubblicana sulle regole del voto. Non riguarda soltanto il voto per posta. Riguarda chi decide chi può ricevere la scheda per il mail voting, attraverso quale lista, con quale verifica federale, sotto quale minaccia di sanzione amministrativa. Il lessico ufficiale è quello della difesa dell’election integrity: cittadinanza, sicurezza, codici a barre, buste tracciabili, prevenzione delle frodi. Il sottotesto è precisamente che il voto, in America, starebbe affogando in un mare di frodi.

La sostanza politica è questa: l’amministrazione vuole portare il mail voting dentro una catena federale di controllo, in cui Dipartimento della Sicurezza Nazionale, Dipartimento di Giustizia e Postal Service concorrono a stabilire quali schede possano essere spedite, ricevute e considerate legittime.

È da qui che bisogna partire. Il voto per posta viene trattato come una modalità sospetta in sé, un varco attraverso cui potrebbe entrare l’elettore sbagliato. Prima ancora che un voto sia espresso, il canale che lo rende possibile viene caricato di diffidenza. È una forma di contenzioso anticipato: non si aspetta il risultato per contestarlo, si prepara il terreno perché il risultato, se sgradito, appaia già contaminato.1

California: la frode come racconto politico

Il caso California è il più facile da capire, perché si inserisce nella geografia politica della nuova destra trumpiana. La California è lo Stato democratico per eccellenza, il grande laboratorio liberal, il luogo in cui l’alta partecipazione elettorale danneggia quasi sempre i repubblicani nazionali. Dopo le primarie del 2 giugno, Trump ha attaccato di nuovo il sistema elettorale californiano. Ha sostenuto che nello Stato non esistano seggi veri, che tutto avvenga per posta, che il voto postale sia una frode. È falso. La California spedisce una scheda per il voto postale a ogni elettore registrato, ma il voto di persona è sempre possibile. Nel 2024 milioni di elettori californiani hanno votato nei seggi. La menzogna non descrive il sistema. Serve a renderlo sospetto.

In California il mail voting viene trasformato in un marchio democratico. Non un modo per facilitare la partecipazione secondo una procedura adottata e regolata dallo Stato. Diventa la prova narrativa di un’elezione opaca, troppo lunga nello scrutinio, troppo aperta nella partecipazione, troppo favorevole a un elettorato urbano, giovane, istruito, multietnico. Ogni elemento ordinario del voto postale — schede spedite, firme controllate, tempi di conteggio, ballot drop boxes, voto anticipato — può essere convertito in indizio. Il sospetto non nasce da una frode accertata. Precede la prova e la sostituisce.

È una tecnica di manipolazione elettorale prima ancora che normativa. Non sempre occorre cambiare subito una legge. A volte basta cambiare il significato pubblico di una procedura. Se il voto per posta viene raccontato per mesi come frode, il giorno delle elezioni ogni ritardo diventa una manovra, ogni scheda arrivata all’ultimo un abuso, ogni scrutinio prolungato una sottrazione. La delegittimazione precede i tribunali. Prepara gli elettori, intimidisce gli amministratori, offre ai candidati sconfitti un linguaggio già pronto.2

Utah: il sospetto diventa principio generale

La California spiega solo una parte della storia. Il caso Utah è ancora più interessante perché rompe la lettura più semplice. Lo Utah è uno Stato repubblicano. Trump lo ha vinto largamente. Non è un laboratorio progressista né un bastione democratico. Eppure il presidente ha attaccato anche lì il voto per posta, sostenendo che il passaggio al modello all-mail, simile a quello del Colorado, spingerebbe lo Stato “a sinistra” e aprirebbe la porta ai brogli. Ha scritto che bisognerebbe “fermare lo Utah”.

Il paradosso è evidente. In Utah più del novanta per cento degli elettori vota per posta. La vicegovernatrice repubblicana Deidre Henderson, che sovrintende alle elezioni nello Stato, ha difeso il sistema come sicuro, efficiente e capace di accrescere la partecipazione. La sua replica conta perché viene dall’interno del mondo repubblicano amministrativo, non dall’opposizione democratica. Henderson dice, in sostanza, che il modo in cui si vota non cambia per chi si vota. Rende solo più semplice votare.

Qui emerge una frattura. Da una parte ci sono amministratori statali, spesso repubblicani, che difendono procedure consolidate perché funzionano. Dall’altra c’è la leadership presidenziale, che guarda a quelle stesse procedure attraverso la lente della fedeltà politica e della narrazione della frode. Il voto per posta diventa un test di allineamento. Può funzionare, può essere popolare, può essere usato da elettori conservatori. Ma se contraddice la mitologia trumpiana del voto “pulito” come voto ristretto, controllato, fisicamente sorvegliato, allora diventa sospetto comunque.

Lo Utah rivela il tratto generale dell’offensiva. L’obiettivo non è solo colpire gli Stati democratici. È imporre un principio nazionale: il mail voting di massa va ridotto, disciplinato, subordinato a una verifica federale più dura. In California l’attacco ha un vantaggio partigiano immediato. In Utah sembra quasi autolesionistico. Ma dal punto di vista della costruzione del potere conta meno il guadagno locale e più l’affermazione del criterio. La procedura statale non basta più. La partecipazione elevata non è più un bene democratico, ma un rischio da contenere.3

USPS: dal postino al filtro elettorale

Il terzo tassello è il U.S. Postal Service. l 29 maggio, in attuazione dell’ordine presidenziale sull’integrità del voto, USPS ha pubblicato nel Federal Register una proposta di regolamento: gli Stati dovrebbero trasmettere al Postal Service i nomi degli elettori che ricevono schede per posta e i codici a barre associati alle buste per le elezioni federali. La proposta è sottoposta a consultazione pubblica per 30 giorni, dopo di che l’amministrazione Trump potrà eventualmente renderla definitiva.

La proposta di regolamento dell’USPS sposta il Postal Service da una funzione logistica a una funzione di filtro. Finora USPS era l’infrastruttura che trasportava l’Election Mail: buste, schede, plichi ufficiali, materiali elettorali. Il suo compito era consegnare, tracciare, accelerare, rendere riconoscibile la posta elettorale. Con le nuove regole, tutti gli Stati dovrebbero fornire al Postal Service le liste degli elettori che ricevono schede per posta e i codici collegati alle buste di andata e ritorno. Se non si adeguano, USPS potrebbe rifiutare la consegna.

Qui la questione diventa istituzionale. USPS non è un dipartimento ministeriale. Non dipende dal Department of Commerce, né dal Department of Transportation, né da Homeland Security. È un’agenzia indipendente del ramo esecutivo, regolata da una propria struttura di governance. Il Postal Service è guidato da un Board of Governors, i cui membri sono nominati dal presidente degli Stati Uniti e confermati dal Senato; sono loro a scegliere il Postmaster General. L’attuale Postmaster General e CEO è David Steiner, scelto nel 2025 da un Board ormai più allineato alla nuova Casa Bianca trumpiana, dopo mesi di pressioni politiche sul Postal Service e nel pieno del dibattito su ristrutturazione, tagli e possibile privatizzazione di alcune funzioni. 

Ex CEO di Waste Management ed ex membro del board di FedEx, cioè di un colosso privato concorrente del servizio postale pubblico, Steiner è stato contestato da sindacati e democratici come segnale di una possibile ristrutturazione aziendalista di USPS. Alcune fonti notano che uno USPS “snellito” e meno protetto nella sua missione pubblica può diventare più facilmente anche uno strumento di controllo elettorale. 

Infatti la proposta dell’USPS di Steiner tradisce una intenzione manipolatoria. Il postino non porta più soltanto una scheda decisa dallo Stato secondo le sue regole. Porta una scheda agganciata a una lista autorizzata, a un identificatore, a una verifica federale. La consegna materiale del voto viene condizionata alla cooperazione amministrativa dello Stato. Basta un file incompleto, una lista contestata, un codice non corrispondente, una trasmissione tardiva, perché il diritto astratto al voto per posta incontri un ostacolo concreto.

La Casa Bianca presenta il meccanismo come modernizzazione: buste sicure, codici a barre, liste di cittadini verificati, uso dei dati della Social Security Administration e del programma SAVE del Department of Homeland Security. Ma la modernizzazione può diventare strozzatura. Il problema non è la tracciabilità in sé. Molti Stati usano già strumenti tecnici per seguire le schede. Il problema è chi controlla la soglia. Se l’infrastruttura federale può decidere quali schede viaggiano e quali no, il voto per posta non dipende più solo dalle regole statali. Dipende anche dalla conformità dello Stato a requisiti fissati dall’esecutivo. È una questione di centralizzazione del controllo elettorale nelle mani politiche dell’esecutivo federale.

Non a caso la proposta è finita subito nel contenzioso. Il punto giuridico è enorme: la Costituzione assegna agli Stati l’amministrazione delle elezioni federali, mentre il Congresso ha poteri specifici di regolazione. Il presidente non avrebbe titolo a inserirsi nello spazio tra le amministrazioni statali e l’infrastruttura federale di USPS. Ma potrebbe provare ad acquisirlo sostenendo di voler proteggere la sicurezza del voto.

Il voto postale diventa così il punto in cui convergono le principali linee della manipolazione elettorale: accesso al voto, liste elettorali, cittadinanza, potere delle corti, pressione sugli amministratori locali, costruzione del sospetto pubblico. Il SAVE Act sponsorizzato da Trump e ancora in discussione al Congresso agirebbe sulla registrazione e sulla prova documentale di cittadinanza. L’ordine presidenziale sul mail voting agisce sulla consegna materiale della scheda. Due livelli diversi, stessa direzione: definire prima del voto quale elettorato sia pienamente legittimo e quali canali di partecipazione siano politicamente accettabili.

Per questo la battaglia sul voto per posta non va trattata come una disputa tecnica. È uno dei passaggi più concreti della conquista trumpiana dello Stato. Il voto resta, ma il suo percorso viene sorvegliato, rallentato, reso sospetto, esposto al rifiuto amministrativo. L’elettore non viene escluso con un divieto frontale. Può essere scoraggiato, confuso, costretto a verifiche aggiuntive, spinto a diffidare della propria scheda prima ancora di compilarla.

Le elezioni di midterm del 2026 si giocheranno anche su questo. Non solo nei collegi ridisegnati, nelle primarie controllate, nelle campagne milionarie, nei tribunali pronti a intervenire dopo il voto. Si giocheranno nel tragitto di una busta. Non nel gesto solenne con cui si abolisce il voto, ma nel punto esatto in cui si decide se una scheda può viaggiare e dove può arrivare.4


  1. Ensuring Citizenship Verification and Integrity in Federal Elections”, White House Presidential Executive Orders, 31 marzo, 2026 ↩︎
  2. Joe Garofoli. “Here’s the real reason Trump wants to crack down on California’s elections”. San Francisco Chronicle, 20 giugno 2026 ↩︎
  3. Jasper Ward. “Trump says ‘we should stop’ Utah mail-in voting”. Reuters, 18 giugno 2026 ↩︎
  4. David Shepardson, Susan Heavey. “US Postal Service seeks to require states to submit lists of voters”. Reuters, 29 maggio 2026 ↩︎

Ottorino Cappelli insegna Politica comparata nell’Università di Napoli L’Orientale.
Il suo ultimo libro è Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono, dove ci portano (Editoriale Scientifica, 2026). Sfoglia il libro su rivoluzioneamericana.it/

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