Legge elettorale: l’emendamento della maggioranza e la maggioranza che non c’è

15 Luglio 2026

Francesco Pallante Costituzionalista

Questo contenuto fa parte dell’osservatorio Autoritarismo

Immagine generata con AI

Le leggi elettorali non si scrivono sotto la dettatura dell’ultimo sondaggio. I nodi politici devono essere sciolti sul piano politico. Pensare di risolverli sul piano giuridico, manipolando la legge elettorale in modo sempre più contorto, è indice di ingenuità.

La clamorosa caduta della maggioranza nelle votazioni parlamentari sulla proposta di legge elettorale ha un significato che va al di là dell’episodio in sé.

Certo, la presidente del Consiglio e il suo partito avevano a tal punto caricato di valore politico l’iniziativa legislativa in materia elettorale – configurata come l’introduzione di un premierato di fatto – da rendere impraticabile il tentativo di sfuggire alle responsabilità del disastro compiuto. Tanto più, considerato l’oggetto specifico del voto: la finta reintroduzione delle preferenze al fine strumentale di rendere più appetibile agli occhi dell’opinione pubblica una legge elettorale smaccatamente di parte. Un caso da manuale in cui i suonatori partirono per suonare e tornarono suonati.

Tuttavia, il voto contrario all’emendamento governativo assume un significato più profondo se si considera che a risultare sconfitta è stata una delle più ampie maggioranze parlamentari della storia repubblicana. Impossibile, in proposito, dimenticare le responsabilità delle opposizioni, che, presentandosi divise alle elezioni del 2022, regalarono alla destra quasi tutti i collegi uninominali: sicché, pur avendo ottenuto, in termini di consenso reale, solo il 44 per cento dei voti, la coalizione meloniana si è ritrovata a poter contare su quasi il 60 per cento dei deputati e dei senatori. Un risultato da sogno, irripetibile – data la resipiscenza delle opposizioni – senza l’introduzione di un abnorme premio di maggioranza: esattamente l’obiettivo perseguito da Meloni.

Rilevatrice, in proposito, è l’argomentazione spesa a sostegno dell’introduzione della nuova formula elettorale: il fine – così ha sostenuto la premier, tentando di nobilitare la propria iniziativa di parte – è quello di evitare «la palude» nell’interesse di tutti, dato che, con numeri più circoscritti, governare sarebbe impossibile per chiunque. Ebbene: proprio la batosta parlamentare subita nei giorni scorsi – oltre che il fallimento della destra su tutti i principali dossier della legislatura – dimostra la fallacia di tale argomentazione. La verità è che si può trafficare con le leggi elettorali a piacimento, al fine di assicurarsi astronomici vantaggi numerici sulle controparti, ma se, in un certo momento, l’azione dell’esecutivo s’imbatte in questioni politiche che dividono la coalizione, non c’è maggioranza, per quanto ampia possa essere, che tenga.

Occorre dire l’ovvio? I nodi politici devono essere sciolti sul piano politico. Pensare di risolverli sul piano giuridico, manipolando la legge elettorale in modo sempre più contorto, è indice di un’ingenuità pari a quella di chi crede che il prestigiatore riesca davvero a indovinare la carta leggendo nella mente di chi l’ha estratta dal mazzo. Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale, eppure pensiamo ancora che scrivere una formula su un pezzo di carta, o di silicio, possa cambiare una cosa (il pluralismo politico) nel suo opposto (l’unità politica): evidentemente, l’antica matrice magica del diritto è dura a morire.

Sullo sfondo, ad aleggiare è la tanto ambita stabilità. Ma, di nuovo, come si può pensare che un meccanismo giuridico come il premio di maggioranza possa rendere politicamente coese, e dunque stabili, coalizioni nate soltanto per conquistare il premio stesso? Viene in mente il gatto che piroetta su stesso, irretito dalla propria coda. Un’attitudine più radicata e diffusa di quanto s’immagini: è sufficiente pensare alla paternità delle due leggi che hanno esasperato la logica maggioritaria sino all’incostituzionalità – il Porcellum, voluto dalla destra berlusconiana, e l’Italicum, voluto dal partito democratico renziano – per rendersi conto che a subire il fascino delle proprie estremità non sono soltanto i gatti che vivono sul Colle Oppio.

Due insegnamenti sarebbe, in conclusione, auspicabile venissero trattati da quanto accaduto. Il primo: le leggi elettorali non si scrivono sotto la dettatura dell’ultimo sondaggio (basta l’arrivo di un Vannacci qualsiasi a far saltare tutto), ma avendo in mente un’idea di come dovrebbe svolgersi il confronto politico. Il secondo: le società plurali si governano affrontando apertamente le divisioni che il pluralismo porta con sé, dando voce alle diverse posizioni e operando ricomposizioni compromissorie. È già accaduto, al tempo delle contrapposizioni ideologiche radicali, non c’è alcun motivo per escludere possa accadere di nuovo. In questo, la spersonalizzazione della politica – il ritorno dei partiti a discapito dei leader – sarebbe di grande aiuto (è un fatto: le contrapposizioni personali sono più implacabili di quelle ideali).

Chi poi volesse combinare i due insegnamenti, otterrebbe un’indicazione precisa: che la prossima legge elettorale sia una legge proporzionale.

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino.
Tra le sue pubblicazioni: con Gustavo Zagrebelsky, Loro diranno, noi diciamo; Vademecum sulle riforme istituzionali (Laterza 2016); Per scelta o per destino? La Costituzione tra individuo e comunità (Giappichelli editore Torino 2018), Contro la democrazia diretta (Einaudi 2020), Elogio delle tasse (Edizioni Gruppo Abele 2021).

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