«Ciò che abbiamo appreso alla dura scuola della nostra vita politica moderna è il fatto che la civiltà umana non è per nulla quella cosa ormai saldamente fondata, che una volta supponevamo essa fosse».

Girando per il centro di Milano capita sovente di imbattersi in curiosi presidi dell’Esercito Italiano, simili a certe  improbabili messe in scena “attualizzanti” d’opera lirica. Che cosa ci faccia ad esempio un gigantesco blindato che da lontano pare un carro armato, con intorno tre soldatini armati fino ai denti, in divisa mimetica, nel mezzo di una pacifica Piazza XXV Aprile completamente pedonalizzata, a cosa possa servire proprio lì, fra i ristoranti e i parrucchieri, sotto l’arco modesto di Porta Garibaldi, sarebbe un mistero se non fosse un’ovvietà. Perché naturalmente è solo una virile esibizione di muscoli sovrani e sovranisti, a severo monito dei dissenzienti di ogni sorta. E anche se dalle nostre parti assume un aspetto ridicolo, è un vero e proprio fenomeno. Manifesta, cioè, una verità. Militarizzazione e involuzioni autoritarie sono in relazione intrinseca, due facce della stessa medaglia. Da un lato il lento precipizio in cui si preparano le guerre non può che indurre qualunque governo alle cosiddette strette securitarie: basta vedere come stanno trattando i manifestanti a sostegno della Palestina in Gran Bretagna, sotto un governo laburista. Dall’altro lato la vocazione delle destre estreme è di per sé militarista e in ultima analisi bellicista, basta vedere come ondeggi paurosamente il governo Meloni per aver ultimamente preso un paio di posizioni decenti, dalla sospensione dell’associazione per la difesa con Israele al distacco rispetto alle uscite teocratiche di Trump. Stranamente il nesso fra le due cose sfugge oggi a una parte della sinistra, spaccata in due proprio sulla valutazione del ritorno della guerra in Europa e in definitiva sull’idea di guerra “giusta”. Certo, è spaccata anche la destra, qui e altrove nel mondo, ma per motivi che non hanno nulla a che fare con valutazioni più o meno accurate di “giustizia”, ma solo con l’idolo che ha generato e continua a generare mostri, lo Stato-nazione e la sua supremazia. 

Ursula Hirschmann, la moglie di Eugenio Colorni e poi, dopo la sua uccisione da parte di un manipolo fascista a Roma nel ’44, di Altiero Spinelli, scrisse una straordinaria lettera a Natalia Ginzburg in risposta a un altrettanto mirabile articolo di quest’ultima sull’attentato dell’OLP alla squadra olimpica israeliana nel 1972. Ursula andava così a fondo nell’esplorazione della potenza arcaica e tribalistica del crescente nazionalismo che percepiva già allora crescere nel ventre della società israeliana, da allargare fino al nostro presente la sua visuale. «Chi ha meditato sui nefasti risultati del nazionalismo passato e presente, non può che predire, con melanconica monotonia, che anche in Israele esso darà i frutti avvelenati che ha dato dappertutto: successi vistosi, ferite meno vistose ma profonde, spirito di rivincita, vendette e così via fino a nuovi genocidi».

È bello che entrambi i testi siano stati riportati all’attenzione pubblica nel corso di un incontro dell’associazione Mai Indifferenti alla Casa della Cultura a Milano il 15 aprile. Ginzburg, Hirschmann, Colorni – e Spinelli. Dalla diaspora ebraica, ma anche dalla profondità della memoria tragica del Novecento e della speranza nella costruzione di un’altra Europa e di un vero ordine mondiale di pace, quella sera pareva si rigenerasse la ragione pratica. La si percepiva vibrare, insieme alla commozione, nella voce di Renata Colorni – la figlia di Ursula e di Eugenio – mentre leggeva la lettera di sua madre. 

Recentemente Nadia Urbinati ha descritto il processo oggi in corso di decostituzionalizzazione della politica, qualificando come “brutalismo” la rottura di ogni vincolo giuridico all’arbitrio dell’esercizio di una forza tecnologicamente immane, ma asservita al solo accumulo di potenza, che piega a interessi privatistici le politiche pubbliche. 

Ricorda molto un passo un passo tratto dall’opera pubblicata postuma, nel 1946, Il mito dello Stato di Ernst Cassirer che, fuggito dalla Germania perché ebreo nel 1933, dopo aver insegnato a Oxford e in Svezia, si era trasferito dal ’41 negli Stati Uniti, insegnando prima a Yale e poi a Columbia University fino alla morte nel 1945: «Ciò che abbiamo appreso alla dura scuola della nostra vita politica moderna è il fatto che la civiltà umana non è per nulla quella cosa ormai saldamente fondata, che una volta supponevamo essa fosse. […] La nostra scienza, la nostra poesia, la nostra arte e la nostra religione non sono che una superiore mano di vernice sopra uno strato molto più antico, che arriva fino a una grande profondità. Dobbiamo essere sempre pronti a violenti sconvolgimenti, che potranno scuotere dalle fondamenta il nostro mondo culturale e il nostro ordine sociale». Ancora una volta?

Filosofa, ha insegnato alle università di Ginevra e di Milano San Raffaele. Ha fondato  la rivista internazionale “Phenomenology and Mind”, il Centro di Ricerca Persona. Ha pubblicato numerosi libri, ultimo Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione (Laterza 2024).

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