Parlamento e Consulta indeboliti: il premierato che c’è già

Articolo pubblicato su La Stampa
Donatella Stasio, 27 Mag 2024

Titolo originale Parlamento svuotato, Consulta in ostaggio: viviamo l’anteprima del premierato forte

Dalle parole e dagli atti della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni emerge la concezione privatistica delle istituzioni, dalla Corte al Parlamento. Così scrive Donatella Stasio

«È stato molto più interessante fare il parlamentare di opposizione che di maggioranza» confessa il costituzionalista Roberto Zaccaria nel suo libro Un professore chiamato presidente (Odoya editore). E, in effetti, era ancora così quando Zaccaria è stato deputato, perché in quegli anni (2004 -2013) ancora sopravviveva un Parlamento degno della nostra tradizione costituzionalistica, sebbene già in crisi. Crisi di poteri, cominciata a cavallo degli anni Novanta insieme alla crisi dei partiti, e progressivamente peggiorata, fino a toccare il fondo in questa legislatura, scandita da continui decreti legge (62 in 19 mesi, quasi uno a settimana), discussi in una sola Camera e ratificati dall’altra; da maxiemendamenti in aperta violazione del dettato costituzionale (l’articolo 72 vuole che i provvedimenti siano esaminati articolo per articolo); da montagne di voti di fiducia che umiliano i parlamentari costringendoli a dire solo sì o no; da “confluenze” di decreti legge in altri decreti in fase di conversione (già 7 i casi), secondo una tecnica definita dalla Corte costituzionale «anomala» e tale da «pregiudicare la chiarezza delle leggi e l’intellegibilità dell’ordinamento, principi funzionali a garantire certezza nell’applicazione concreta della legge» (ordinanza n. 30 del 2024).

Mai nessun premier aveva usato il linguaggio di Meloni

Donatella Stasio

Il Parlamento, concepito dai Costituenti come primo e robusto argine contro quello strapotere del governo sperimentato durante il regime fascista, oggi non c’è più, non conta più nulla, tanto che, tra Montecitorio e Palazzo Madama, corre questa battuta: «Il premierato, di fatto, esiste già».
Tanto basterebbe a chiedersi se, prima di rafforzare i poteri del premier, non sia doveroso rafforzare quelli del Parlamento, restituendogli le sue prerogative e ripristinando in concreto la separazione dei poteri, principio fondante della democrazia costituzionale. A meno che – e il sospetto è più che legittimo – non si punti a voltare definitivamente pagina con il sistema dei contrappesi disegnato dalla nostra Costituzione antifascista, pluralista, europeista.

Di questo sbilanciamento dei poteri già in atto si è parlato pochi giorni fa alla Camera, proprio in occasione della presentazione del libro di Zaccaria, che prima di diventare parlamentare è stato presidente della Rai per quattro anni, dal 1998 al 2002. Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha ascoltato silente la garbata ma ferma requisitoria dell’ex Segretario generale di Montecitorio Mauro Zampini contro un Parlamento piegato a un governo «pigliatutto» (copyright Nello Rossi), ancor di più nella prospettiva del premierato forte cavalcato da Giorgia Meloni, destinato a svuotare il Parlamento di quei poteri concepiti dai Costituenti sia per legittimare la nascita dei governi sia per alzare le “barricate” contro eventuali sconfinamenti dei governi stessi. Poteri del Parlamento e del Capo dello Stato, ma anche della Corte costituzionale e dei giudici indipendenti, tutti nati con la stessa funzione di “barriera” a un capo del governo pigliatutto.

Le modalità della progressiva appropriazione indebita del Parlamento ad opera del governo sono documentate in numerosi dossier parlamentari, dei quali dà conto Marco Rogari sul Sole 24 Ore: dal fenomeno delle “confluenze” all’inondazione di decreti legge, spesso in formato “omnibus”, fino al “monocameralismo alternato” per cui, a turno, la Camera o il Senato approvano una legge, e il secondo ramo si limita a ratificare le decisioni prese dal primo.

Ma i sintomi di questa appropriazione indebita sono anche altri. Li abbiamo visti, ad esempio, quando i presidenti delle commissioni Affari sociali e Affari costituzionali della Camera hanno fatto ripetere votazioni in cui la maggioranza era stata battuta (rispettivamente, sulla commissione d’inchiesta sul Covid e sull’autonomia differenziata), con la scusa della “concitazione” al momento del voto, facendo saltare le più elementari regole del gioco parlamentare. Il costituzionalista Salvatore Curreri si chiede, a ragione: «Se l’opposizione non può nutrire neppure la remota speranza di approfittare degli incidenti di percorso della maggioranza, perché questa può sempre sovvertire l’esito delle votazioni, che cosa ci sta a fare?».

Grazie ai numeri di cui dispone in Parlamento, i poteri del governo sono già fortissimi e, nelle relazioni internazionali, sostanzialmente incontrollati.

Donatella Stasio

Ancora. Dall’11 novembre 2023 la Corte costituzionale aspetta che il Parlamento in seduta comune elegga il/la giudice in sostituzione dell’ex presidente Silvana Sciarra. Nonostante la sollecitazione, a marzo, del presidente Augusto Barbera di fronte alle alte cariche dello Stato, in sette mesi sono state convocate appena quattro sedute, tutte andate a vuoto, evidentemente perché la premier Meloni – che a gennaio aveva pubblicamente rivendicato la sua prerogativa di “dare le carte” in questa “partita” – ritiene di poter tenere in ostaggio ad libitum il Parlamento e la Corte (secondo indiscrezioni, la maggioranza punterebbe a uno slittamento a dicembre, quando scadranno altri 3 giudici). Anche in passato ci sono stati ritardi e nomine plurime, ma mai si è arrivati a pacchetti di 4 giudici (mettendo a rischio, nell’attesa della sostituzione, la funzionalità della Corte, che non può lavorare sotto la soglia di 11 giudici). Ma soprattutto, mai nessun premier aveva usato il linguaggio di Meloni. Sono proprio le sue parole a rendere più grave che in passato l’attuale ritardo, perché tradiscono una concezione privatistica delle istituzioni, dalla Corte al Parlamento. Eppure, tutto ciò avviene nel silenzio e nell’indifferenza dei vertici delle due Camere, mentre in passato, di fronte a ritardi prolungati, ci sono stati richiami e convocazioni ad oltranza.

Potremmo definire tutto questo (e molto altro) “prove tecniche di premierato forte”: grazie ai numeri di cui dispone in Parlamento, i poteri del governo sono già fortissimi e, nelle relazioni internazionali, sostanzialmente incontrollati. «O la va o la spacca», ha detto Meloni da Trento, confermando l’intenzione di andare a un corpo a corpo politico e istituzionale pur di incassare l’elezione diretta del premier. Con un paradosso per chi crede davvero alla favola che, scegliendo il premier pigliatutto, i cittadini conteranno di più: oltre al Parlamento, al Quirinale, alla Consulta e alla magistratura, il premier si piglierà, infatti, anche i diritti dei cittadini, senza incontrare più alcuna “barriera”.

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