Autonomia. Guadagnini: se l’autonomia differenziata fa un passo avanti, la sinistra ne deve fare due

Autonomia. Guadagnini: se l’autonomia differenziata fa un passo avanti, la sinistra ne deve fare due

di Rossella Guadagnini. Questo articolo è stato pubblicato su Micromega di febbraio 2024. Del disegno sull’autonomia differenziata si tratterà a Firenze, il 10 febbraio, nel convegno promosso da Coordinamento Democrazia Costituzionale, Libertà e Giustizia e Salviamo la Costituzione. I lavori avranno luogo dalle 9,45 alle 18 presso l’Auditorium di S. Apollonia, via S. Gallo 25, Firenze.

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La chiamano Spacca-Italia e “secessione dei ricchi”. Ma il vero risultato dell’autonomia differenziata – almeno per ora – è stato ricompattare la sinistra, anche rispetto ai pezzi più sperduti ai margini della galassia. Da anni non si vedeva un fronte così unito sia sul piano civile sia, ancor più, su quello politico. Non vogliamo esagerare, ma ha di certo un sapore di novità l’unità di intenti nel contrastare il ddl Calderoli, nato dal patto scellerato tra la presidente del Consiglio Meloni, che brama il premierato, e il Salvini di bossiana memoria che ne sostiene l’antico progetto costi quel che costi in barba a ogni ragionevolezza, anche a rischio di esaurire quel bacino elettorale che si era faticosamente costruito a sud. Ma i meridionali stavolta non ci sono cascati: le acciaierie del Nord hanno ritrovato il loro primo motore nella Padania, insieme al “doge” di Venezia, Luca Zaia, che sogna la sua gondola d’oro piazzata a decorare le Grandi Navi tra i canali e piazza San Marco. 

L’avvio della vicenda è stato lento e incerto: il Pd aveva contribuito largamente, nel 2001, a portare il Paese fino a questo risultato, non del tutto imprevedibile, col varo nel 2001 della cosiddetta riforma del Titolo V, con cui venne “costituzionalizzata” l’autonomia differenziata. Calderoli e sodali lo hanno sottolineato di recente nei propri interventi in aula, richiamando i dem che ora lo criticano e vantando il bollino di costituzionalità della sua riforma. La più avvertita in proposito è stata quella piccola parte della società civile che aveva subito subodorato i pericoli insiti nel progetto di un regionalismo avanzato.

In questi anni – almeno dalla gloriosa e misconosciuta vittoria contro il referendum Renzi-Boschi del 2016 – la società civile è stata spesso trascurata e abbandonata a sé stessa, tranne che in rare circostanze, sia sul piano di un possibile sostegno politico, che su quello dell’attenzione per le richieste dei diritti civili, le grandi questioni del fine vita, del gender, dovendo affrontare perfino le minacce revisionistiche sull’aborto. Ma quando associazionismo e volontariato camminano a braccetto costituiscono una leva potente, in un Paese come il nostro dove l’iniziativa politica scarseggia sui temi di interesse generale preferendo di gran lunga baloccarsi su argomenti di secondo piano. Gli inizi, si sa, sono sempre faticosi: così un solo soggetto – organizzatosi su base volontaria, quello che oggi sono i Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti e il relativo Tavolo esecutivo –  si è messo in moto già nel 2018, al tempo delle pre-intese sostenute dal governo Gentiloni, ribadite da Gelmini sotto l’ala di Draghi, firmate con entusiasmo da Lombardia, Veneto e pure da Bonaccini, già allora presidente dell’Emilia Romagna, con un occhio rivolto alla sedia vacante della segreteria del Pd, dopo le dimissioni di Letta. I Comitati – formati da cittadini di diverse provenienze regionali – hanno cominciato a opporsi sistematicamente, contestando l’iniziativa del regionalismo differenziato, in seguito tradotto nel famigerato disegno di legge Calderoli. Successivamente è intervenuto il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (Cdc), formato da giuristi, magistrati, costituzionalisti e avvocati, che aveva dato battaglia ai tempi della riforma costituzionale renziana.

“Il ddl Calderoli – sostengono i Comitati – è una picconata alla Costituzione, comportando nella pratica diritti diversi da regione a regione. Un disegno per la devoluzione della potestà legislativa, finora dello Stato, su ben 23 materie fondamentali, tra cui lavoro, sanità, infrastrutture, istruzione, ricerca”. Ci colpisce tutti nella vita quotidiana, senza distinzione alcuna, se non fosse che chi è più abbiente gode del privilegio di potersi rivolgere a strutture private grazie ai propri denari: scuole migliori, cure migliori, servizi migliori e dunque miglior livello di vita. Mentre la discussione sui cosiddetti Lep, i livelli essenziali di prestazione, ossia i servizi che andrebbero mantenuti sullo stesso piano in ognuna delle 20 regioni italiane, non trovano alcuna via di finanziamento in regioni con una spesa storicamente bassa, essendo per di più assente un meccanismo di perequazione. 

”Non bisogna prendere in giro gli italiani, noi contesteremo questo progetto scellerato”, ha esclamato il leader del M5s Giuseppe Conte, davanti al Pantheon il 16 gennaio scorso, intervenendo alla manifestazione romana organizzata dai Comitati. Poco dietro, c’è Elly Schlein ad ascoltarlo. E qualche metro più in là, al centro della piazza, si vede anche Nicola Fratoianni. Secondo Conte “non ci sono neppure i fondi per riequilibrare e assicurare la possibilità che le regioni, dove già si arranca, continuino a correre con lo stesso passo delle altre. È un progetto scellerato, perché quando tu passi al principio che la ricchezza, laddove si produce, là rimane, vuol dire che hai spaccato e distrutto l’unità nazionale”.

Elly Schlein non è stata da meno nell’esprimersi contro il progetto: “Ci batteremo in Parlamento e nel Paese. Questo è un governo antimeridionalista, lo dimostra una riforma che spacca l’Italia, che ha bisogno di essere ricucita. Tutto va nella direzione di smantellare il nostro ordinamento istituzionale”, ha ribadito. “Il Partito democratico oggi contrasta questa riforma Calderoli”, ha sottolineato, a voler cancellare le ombre del passato. Queste le affermazioni dei due maggiori partiti di opposizione.

“Sette mesi di discussione in commissione Affari costituzionali sul ddl Calderoli e le irrilevanti modifiche che ne sono conseguite non hanno cambiato la sostanza dell’autonomia differenziata disegnata dal governo e approdata all’aula del Senato”. In questo caso è Christian Ferrari a parlare, componente della Segreteria nazionale della Cgil. “A partire dai Lep, la cui definizione serve a ben poco se, come espressamente previsto, non vengono stanziate le risorse necessarie per garantirli effettivamente in ogni territorio. Utilizzeremo tutti gli strumenti democratici a disposizione per contrastare il progetto”. “Questo percorso verso l’Ad comporterà un aumento del divario tra Nord e Sud ed è un siluro contro la sanità pubblica”. Così Pierino Di Silverio, segretario nazionale dell’Anaao Assomed, il sindacato dei medici e dirigenti del Servizio sanitario nazionale, che interviene in avvio della discussione in Senato del ddl Calderoli.

Per l’ex sindaco di Napoli ed ex presidente della Campania, Antonio Bassolino, “l’autonomia è un fatto negativo non solo per il sud, ma per tutto il Paese perché l’Italia è già troppo divisa e quindi non c’è bisogno di autonomia differenziata”. E sono numerosi i primi cittadini del meridione, riuniti nella rete Recovery Sud, che danno voce alla protesta: “Ogni sindaco che amministra la cosa pubblica nel mezzogiorno sa quanto sia difficile garantire quello che chiedono i cittadini e ciò che servirebbe alle future generazioni, in un contesto di totale difficoltà socio-economica e di gravi carenze amministrative”. Poi ricordano che la proposta di revisione del Pnrr, avanzata dal ministro Raffaele Fitto, “colpirà soprattutto le regioni del Sud, che subiranno un taglio di 7,6 miliardi, la metà dei 15,9 che si prevede di ridurre”.

Il 23 gennaio, mentre il Senato dà il via libera al ddl Calderoli, dagli scranni del Pd, parte il coro con l’inno di Mameli. È la protesta dell’opposizione, che poco prima aveva sventolato in aula il tricolore, mentre i leghisti tenevano in mano il vessillo col Leone di San Marco. I numeri di Palazzo Madama sono chiari: l’assemblea ha approvato in prima lettura “il ddl n. 615 d’iniziativa governativa, sull’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario”. A favore si sono registrati 110 sì, 64 no e 3 astenuti.

Intanto nella piazze d’Italia, i presìdi organizzati dai Comitati No Ad sono molto partecipati sia a nord che a sud, in 28 città anche all’estero: Trieste, Venezia, Torino, Varese, Como, Brescia, Milano, Pavia, Genova, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Bologna, Ancona, Viterbo, Roma, Latina, Frosinone, Avellino, Napoli, Potenza, Bari, Catanzaro, Vibo Valentia, Catania, Enna, Trapani e Francoforte. Per l’occasione è stato consegnato a Prefetti e Uffici regionali il documento che motiva le ragioni di una protesta iniziata più di 5 anni fa e di una mobilitazione che, da allora, è continuata costantemente. Tuttavia la strada è ancora lunga e in salita per evitare la costruzione di 20 staterelli entro i confini di uno Stato che già fu “delle piccole patrie”, secondo una idea di Paese che nulla ha da spartire con una concezione realmente federalista. Ed è, invece, molto più vicina all’Italietta dei campanili e dei podestà, dal Medioevo al fascismo. Forse è a causa di questi nostalgici ricordi, che i patrioti di Fratelli d’Italia si ingegnano a sostenere una riforma che sminuzzerebbe “la Nazione”, rendendola incapace di affrontare le grandi sfide internazionali che ci attendono?

La voglia di rilanciare, a questo punto, è grande. L’ampia protesta, politica e popolare contro il ddl Calderoli ha avuto il merito di compattare la sinistra, dicevamo in principio, unico evento positivo e propositivo del nuovo anno, tra crisi economica e due tragiche guerre, una peggiore dell’altra. E ciò è avvenuto nell’arco istituzionale e non: Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra, Sinistra Italiana, Unione Popolare, Rifondazione comunista, Pci, si sono schierati con sindaci e sindacati, scuola e medici, istituzioni economiche di alto profilo, da Confindustria a Bankitalia, dalla Corte dei Conti a Svimez, e perfino religiose come i vescovi della Cei che hanno espresso viva preoccupazione, per dire un chiaro no a un progetto eversivo, anticostituzionale nei suoi esiti concreti, pericoloso per la stabilità dell’Italia. Lo stesso Ufficio Parlamentare di Bilancio ha evidenziato che per tentare di sanare i divari tra Nord e Sud e tra territorio e territorio all’interno delle singole Regioni sarebbe necessario uno stanziamento minimo di 90 miliardi di euro, cifra che nessun governo è in grado di stanziare.

“Che l’esecutivo sia rimasto sordo a tutte le indicazioni fornite dagli organi competenti è scandaloso e, per fermarlo, non rimangono che il Parlamento e una forte mobilitazione popolare”. Tavolo e Comitati No Ad stanno già pensando a due iniziative a stretto giro: la prima da svolgersi al nord per far comprendere come financo le regioni settentrionali sarebbero danneggiate dall’autonomia differenziata. A Milano si terrà un convegno il 24 febbraio su tre temi caldi: i contratti collettivi nazionali, i Lep e le privatizzazioni. L’altro evento è in calendario per il 16 marzo a Napoli con una grande manifestazione in cui convergeranno i sindaci dei centri grandi e piccoli del Meridione.

Intanto il ddl Calderoli è arrivato perfino in Europa, grazie a una petizione discussa il 22 gennaio scorso: rappresentati dalla portavoce Marina Boscaino e da Franco Russo, politico ed ex parlamentare, i Comitati hanno discusso con la Commissione apposita del Parlamento Europeo la petizione 0342-23 contro l’autonomia differenziata, dichiarata ammissibile nel dicembre scorso. L’iniziativa si è conclusa in maniera positiva, tanto che la petizione è rimasta ‘aperta’, il che significa che la Commissione europea dovrà rispondere per iscritto al Parlamento europeo su rilievi e critiche che i Comitati hanno rivolto al ddl Calderoli; il quale va contro la Carta dei diritti, varata a Nizza nel 2000 e assunta dal Trattato di Lisbona, e contro le politiche di coesione proprie dell’Ue. L’auspicio è che si avvii un dialogo tra il Parlamento europeo e il Parlamento italiano, perché questo rifletta a fondo e blocchi il disegno di autonomia differenziata.

Anche il Coordinamento per la difesa della Costituzione si mobilita: la presidenza ha firmato una nota in cui si ricorda la possibilità – messa in luce dall’ex presidente della Consulta, Ugo de Siervo – di un ricorso alla Corte Costituzionale, che potrebbe essere presentato in via principale da parte di una o più regioni, subito dopo l’entrata in vigore della legge. Inoltre, come è stato affermato anche da forze dell’opposizione nelle dichiarazioni di voto in Senato, è aperto il percorso per un referendum abrogativo per il quale, nella massima unità possibile, “il Cdc si impegna fin d’ora a lavorare”. “Serve una resistenza popolare contro questa legge, bisogna spiegarne i danni agli italiani: le regioni devono andare alla Consulta e poi fare il referendum”, sostiene il costituzionalista Massimo Villone, presidente del Cdc. “Da 20 anni andiamo avanti col falso mito della locomotiva del nord”.

“Ora occorre – ricordano dai Comitati – una vasta ripresa del lavoro sui territori per informare i cittadini che avrebbero diritti diversi a seconda dei luoghi di residenza e far comprendere come una propaganda distorta faccia apparire invece il ddl un evento positivo per tutti”, un disegno che – nei progetti degli amministratori favorevoli – avvantaggerebbe (peraltro solo in parte!) alcune regioni tenacemente attaccate alla visione di un Grande Nord, allargato ai Paesi europei vicini e sganciato dal resto di uno Stato a due velocità, con il meridione considerato solo zavorra pesante. Adesso è necessario spiegarlo nel modo più esplicito, altrimenti rischiamo di non poter neppure circolare sulle strade italiane per le prossime vacanze: perché l’Anas, tanto per dirne una, di chi sarebbe, del nord o del sud d’Italia?

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