Mezzo secolo dopo il 1968: tre letture

Mezzo secolo dopo il 1968: tre letture

Il pezzo che trovate di seguito, di cui sono orgoglioso ma che non è mai stato pubblicato, ha un’indubbia rilevanza per oggi.

Il testo è stato preparato per l’ultimo pannello della mostra alla Biblioteca Nazionale: “E tutto sembrava possibile – Il ’68 in Italia tra realtà e utopia – Firenze novembre 2018 – febbraio 2019″, ma non ha mai fatto parte del catalogo (non per responsabilità degli organizzatori).

Le straordinarie mobilitazioni globali di questi giorni lo rendono particolarmente attuale.

A distanza di mezzo secolo dal ‘68, quale giudizio storico possiamo esprimere su quell’anno straordinario? O, meglio ancora, su les années ‘68, per usare l’espressione francese che abbraccia, in modo semplice e conciso, il periodo più ampio che precede, segue e comprende il fatidico 1968.

Diamo prima uno sguardo alle opinioni dei protagonisti. A breve distanza dagli eventi, chi aveva partecipato maggiormente alle mobilitazioni di quel lungo, apparentemente interminabile, particolarissimo maggio strisciante italiano, con quei sogni di cambiamento che la mostra vuole testimoniare, ha maggiormente sofferto dei suoi esiti fino a parlare chiaramente di sconfitta. Anche se non si trattò di un punto di vista unanime, fu certo una percezione assai diffusa.

Nei primi anni 70 sono stato ospite per qualche mese in un piccolo appartamento nel cuore di Milano, affittato da una sindacalista giovane e dinamica, Luisa Morgantini, della FIM-CISL poi confluita nella FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici). Una casa con la porta sempre aperta, dove continuo era il via vai e le discussioni politiche si susseguivano fino a tarda notte (non esattamente la stessa vita da cui provenivo, quella del mondo accademico inglese). Nella sua piccola FIAT 127, il sedile posteriore sempre pieno di volantini, Luisa mi portava in giroper l’ hinterland milanese operaio, nella fase della sua massima espansione. In Italia nel solo 1972, infatti, 4 milioni e mezzo di lavoratori erano coinvolti in attività sindacali di vario genere. La loro forza numerica era così grande, così apparentemente omogeneo il loro punto di vista, da sembrare impossibile che potessero fallire nel gettare le basi di una società radicalmente diversa e più equa. Inoltre, moltissimi studenti di scuola ed università erano dalla loro parte.

Molte le ragioni del fallimento, alle quali possiamo qui solo accennare.  La congiuntura favorevole per il movimento operaio durò, tra alti e bassi, per tutti gli anni ‘70.  Ma, nel 1980 la vittoria della FIAT nella vertenza contro i sindacati, che vide  30-40.000 tra dirigenti, capisquadra, impiegati e operai marciare per Torino il 14 ottobre chiedendo di poter rientrare nella fabbrica, significò la fine del maggio strisciante.

Da allora ha avuto inizio il grande riflusso, fino al momento in cui il “sole nero della malinconia” – per dirla con Gérald de Nerval – ha proiettato i suoi raggi, come mai prima, su quelli che avevano creduto di avere intravisto uno squarcio di paradiso per poi perderlo subito dopo.

Questo è stato un primo modo di guardare al 1968 e agli anni che sono seguiti: come all’indiscussa disfatta di un movimento dalle aspirazioni rivoluzionarie ma privo di coesione politica come di chiarezza di intenti e che non è riuscito a capire fino in fondo le trasformazioni che stavano accadendo in Italia e nel mondo, compito più difficile di tutti.

Un gruppo, piccolo ma significativo, di militanti rifiutò di accettare questa sconfitta e si rivolse al terrorismo, come ad una scorciatoia. I ‘compagni che sbagliano’ influenzarono in modo profondamente negativo la scena politica e sociale del tempo ed accrebbero la sensazione, già diffusa, che tutto fosse perduto.

Tuttavia, col passare degli anni, l’idea di fallimento si è offuscata ed è stata sostituita da interpretazioni più sfumate e non prive di speranze. Il politologo americano Sidney Tarrow, nel suo importante volume intitolato Democrazia e disordine (ed. italiana 1990), ha sostenuto un’interpretazione di questi anni di tipo ciclico. Il ‘disordine’ che avevano creato era il sintomo di un maggiore coinvolgimento di normali cittadini nella cosa pubblica, dell’emergere di nuovi attori politici, “poiché quando si calmò la polvere del disordine, divenne chiaro che i confini della politica di massa erano stati estesi”. Se guardiamo all’elenco delle riforme degli anni ‘70, stilato dalle donne de “Il giardino dei ciliegi”, questa interpretazione riformista acquista una forza ragguardevole. Vi si trovano venti leggi che coprono l’intero ambito dello stato sociale, dei diritti dei cittadini e delle questioni di genere, tra cui figurano la riforma del diritto di famiglia (1975) e l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale del 1978.

Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio. E questo ci porta alla terza, ed ultima, interpretazione. In breve: il processo che i marxisti avevano identificato come l’avvicinarsi della rivoluzione era stato di fatto un allontanamento. Non solo il 1980 vide il declino delle organizzazioni operaie in Italia, ma anche il trionfo di un neoliberismo giovane ed aggressivo, che, tra 1989 e 2008, eserciterà la sua egemonia su scala globale. Non si tratta solo di elementi di un sistema economico, ma della capacità di estrapolare, dal movimento degli anni ‘70, elementi di cultura e di consumo che esercitano un grandissimo fascino. Colin Campbell ha fatto riferimento al “moderno edonismo immaginativo autonomo”, Luc Boltanski all’adattamento della critica de les années ‘68 a un nouveau capitalisme, Sergio Labate alla seduzione romantica delle passioni neoliberiste. Tutto ciò era molto distante dalla classe operaia dell’hinterland milanese dei primi anni ‘70…

Tre interpretazioni dunque per uno stesso anno: la prima, soggettiva, basata sulla convinzione di un fallimento epocale; la seconda, istituzionale, per cui il disordine sarebbe stato preludio alla riforma; e la terza che vede come fondamentale nella cultura del capitalismo il momento in cui i suoi professionisti gettano via i cappelli a bombetta e i completi gessati per offrire al mondo un volto nuovo e seducente.

Nel 2008 questo sistema globale è entrato in crisi pesantemente a causa della cupidigia delle sue banche e del livello di drammatica iniquità dei mercati del lavoro sempre più transnazionali. Molte delle riforme degli anni ‘70, dalle importantissime rivendicazioni di genere, di stato sociale, di servizi alle famiglie, sono gravemente e progressivamente minate, in una sorta di riforma ciclica al contrario.

Quanto ancora questi processi potranno continuare relativamente indisturbati? Quanto, prima di una nuova rivolta? E quanto avremo imparato, sempre che qualcosa abbiamo imparato?

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