Coscienza e responsabilità

Coscienza e responsabilità

 (tempo esecutivo) Viviamo un tempo esecutivo. “L’esecutivo” vorrebbe tutto. “Il legislativo” e “il giudiziario” dovrebbero essere nulla. Se vogliono contare qualcosa, sono d’impiccio. Il loro dovere è di adeguarsi, di allinearsi, di mettersi in riga. L’esecutivo deve “tirare diritto” alla meta, cioè deve “fare”, deve “lavorare” (e più non domandare). Il legislativo e il giudiziario, se non “si adeguano”, costringono a rallentamenti, deviazioni, ripensamenti, fermate: cose che sarebbero normali e necessarie, nel tempo degli equilibri costituzionali; che sono invece anomalie dannose, nel tempo esecutivo.

 

(tempo non politico) Il tempo esecutivo è anche, e innanzitutto, un tempo in cui la politica è messa in disparte. Chi parla di politica è sospettato d’ideologia. La politica è innanzitutto discussione e scelta dei fini in comune. Detto diversamente, è l’attività sociale che riguarda la visione e la progettazione ideale della vita collettiva cui segue l’azione per realizzarla. Il tempo esecutivo annulla il discorso sui fini e si concentra sui soli mezzi. Concentrarsi sui soli mezzi significa assumere come dato indiscutibile ciò che c’è, l’esistente, il presente. Il fine unico del momento esecutivo è la necessità che obbliga.

 

Le parole seduttive e di per sé vuote come “innovazione”, “riforme”, “modernizzazione”, “crescita” sono parole non di libertà, ma di necessità, necessità che non lascia spazio alla scelta del perché, ma solo del percome. Gli esecutivi del tempo attuale dove dominano gli interessi finanziari, nelle posizioni-chiave sono occupati da uomini d’affari e di finanza perché essi, con tutti i mezzi, anche con i più amari per i cittadini e per le loro condizioni di vita, devono essere garanti di assetti ed equilibri che s’impongono perentoriamente come se fossero fatalità. Sono anch’essi, a modo loro, vittime della necessità. Le varianti consentite sono nei dettagli marginali, con riguardo cioè ai modi più efficaci per garantire gli assetti e, quando occorre, per determinare chi siano le vittime preferenziali  di questa fatalità.

 

(tempo tecnico) Il tempo esecutivo e non  politico è anche tempo della tecnica che soppianta la politica. Gli esecutivi “tecnici” che, in forma più o meno esplicita, hanno preso piede negli ultimi decenni non sono anomalie, ma conseguenze funzionali a questo stato di cose che è il mantenimento dello status quo o, come anche è stato detto, la dittatura del presente che si autoriproduce e aspira a crescere sempre di più su se stessa.

 

La tecnica è in sé, per sua natura, conservatrice. Essa è riparatrice o, eventualmente, amplificatrice dell’esistente, ma non modificatrice o trasformatrice. Quando si richiede l’intervento di un tecnico su un manufatto, ciò è per ripararlo in caso di guasto o per potenziarne le possibilità, non certo per cambiarlo. La stessa cosa è per la tecnica che prende il posto della politica. Infatti, i governi tecnici (e quelli che, in mancanza di discorsi sui fini, dietro le apparenze si riducono a essere tali) sono quelli che affrontano i problemi del reggimento della società con lo sguardo rivolto ai guasti e alle difficoltà che si determinano nei rapporti sociali, agli inceppamenti nei meccanismi, agli scompensi che minano la stabilità del sistema sociale.

 

Se si pongono questioni di giustizia, non è in vista di riforme sociali, come quelle programmaticamente indicate dalla Costituzione, ma è solo per dare sfogo alla pressione delle ingiustizie quando diventano pericolose per la stabilità degli equilibri che devono essere preservati. Si può facilmente constatare la connessione che naturalmente si crea tra i governi tecnici e l’occultamento della politica. C’è una coerenza, ma una coerenza inquietante.

 

(nichilismo politico) Lo schiacciamento sulla perpetuazione del presente coincide con l’assenza di discorsi sui fini, condannati a priori come irresponsabili o, nella migliore delle ipotesi, come vaneggiamenti impossibili. Una delle espressioni più in uso e più violentatrici della politica è “non ci sono alternative”. Non ci si accorge che chi soggiace alla forza intimidatrice di quest’espressione si fa sostenitore di nichilismo politico, la forma più perfetta di anti-politica conservatrice: dittatura del presente, cioè conservazione non per adesione a un valore scelto a preferenza di altri, ma per subalternità al fatto stesso dell’esistere. Del nichilismo politico, il corollario è la tecnocrazia: i tecnocrati rifuggono da ogni discorso sui fini che bollano come “ideologia”, come se il loro realismo cinico non sia esso stesso un (altra) ideologia.

 

(banalità) Il nichilismo è il regno del nulla. Poiché la vita pubblica si alimenta con la “comunicazione”, si comunica il nulla. O, meglio: si comunicano le misure tecniche, e con molta enfasi. Ma le idee politiche svaniscono entro un linguaggio allusivo che non ha nulla di politico, un linguaggio che fa sembrare tutto semplice, sol che i fautori del fare siano lasciati liberi di agire “avanti tutta”, con il turbo, per cambiare verso, per cogliere la volta buona di “fare la propria parte”. Così, in assenza di discorsi effettivamente politici, i contrasti vengono ridotti alla contrapposizione tra il voler fare e il volere impedire di fare, il che è un modo efficace per chiudere l’ingresso nella discussione pubblica della questione dei fini, cioè delle idee propriamente politiche. Il tempo tecnico è il tempo delle banalità politiche e, parallelamente, dei “politici” banali.

 

(antidemocrazia) La politica, per gli Antichi, era l’arte del buon governo: il buon politico era colui che conosceva le regole pratiche della sua azione, come il buon flautista conosce le regole della musica; il medico, della medicina; il tessitore, della tessitura; il timoniere, della navigazione. La politica, per i Moderni, è un’altra cosa: è innanzitutto confronto e competizione tra visioni diverse della società, cui segue – segue per conseguenza – l’azione tecnico-esecutiva.

 

Solo questa concezione della politica è compatibile con la visione costituzionale della democrazia, cioè con il pluralismo delle idee e il libero dibattito tra chi se ne fa portatore, l’organizzazione delle opinioni in partiti e movimenti politici, il rispetto dei diritti di tutti e specialmente delle minoranze, le libere elezioni, il confronto tra maggioranza e opposizione, la possibilità riconosciuta all’opposizione di diventare maggioranza secondo regole elettorali imparziali. Questi elementi minimi, costitutivi della democrazia, si svuotano di significato, quando il governo delle società è conservazione attraverso misure tecniche.

 

Le forme della democrazia possono anche non essere eliminate ma, allora, la sostanza si restringe e rinsecchisce, come un guscio svuotato. Le idee generali e i progetti si inaridiscono; i partiti si cristallizzano attorno alle loro oligarchie interessate principalmente a insediarsi nel potere senza sapere a quale scopo diverso da potere stesso, in ciò assomigliandosi sempre di più; il conformismo politico alimenta il cosiddetto pensiero unico e il pensiero unico alimenta a sua volta il conformismo politico; le alternative politiche diventano illusorie perché i governi operano a sovranità limitata e agiscono, come s’è detto, “col pilota automatico”. La competizione tra i partiti solo illusoriamente ha una posta politica. In realtà si trasforma in lotta per ottenere posti.

 

La capacità di rappresentare la società si riduce, mentre il distacco tra i cittadini e le loro condizioni di vita, da un lato, e le istituzioni dall’altro, aumentano. Il termometro di questa malattia della democrazia è il discredito che colpisce le forze politiche e il crescente astensionismo elettorale. Il difetto di rappresentanza alimenta un sordo rancore di cui si farebbe molto male a sottovalutare il potenziale antidemocratico.

 

(dittatura del presente) Quando si denuncia il deficit di democrazia si vuole riassumere il rattrappimento della vita pubblica sull’esistente, presentato come unica possibilità, cioè – per usare uno slogan – come “dittatura del presente”. Per usare un terribile linguaggio filosofico, l’ente viene presentato e imposto come se fosse l’essere, e l’essere è ciò che necessariamente è. Tutto il resto, tutto ciò che non vi rientra, nel caso migliore è bollato come futilità e, in quello peggiore, impedimento o sabotaggio.

 

Finché si resta nella futilità, chi governa nella dimensione dell’essere può limitarsi all’indifferenza o al dileggio nei confronti dei non allineati; ma, quando si trova di fronte a difficoltà, il dileggio si trasforma in misure repressive a intensità variabile: il dileggio si trasforma in annientamento delle opinioni nel dibattito pubblico, fino – extrema ratio che, come possibilità, si erge sempre minacciosa sullo sfondo – all’uso della forza contro i portatori del dissenso. Tutto questo significa “dittatura del presente”: un significato oggettivo, che prescinde dalla buona o cattiva volontà di chi occupa posti esecutivi. Nella dittatura del presente sono più numerose le passive e inconsapevoli comparse che non gli attivi e consapevoli protagonisti.

 

(livellamento e sincronizzazione) Il tempo esecutivo è incompatibile con il dissenso operante. I tecnici sono sicuri del fatto loro; gli altri, che tecnici non sono, sembra che non sappiano quello che vogliono. Per questo, nel governo esecutivo i diversi soggetti della vita pubblica devono progressivamente livellarsi e sincronizzarsi. In una parola: devono egualizzarsi e mettersi in linea, la “linea nazionale”. Sentiamo parlare di “partito della Nazione”, c’è la tentazione di voler essere il premier (non di un governo, d’una maggioranza, ma) della Nazione al di là di destra e sinistra, abbiamo la Tv della Nazione, avremo presto, forse, l’Editore nazionale, ecc.

 

Ma, il luogo istituzionale in cui consenso e dissenso politico e sociale dovrebbero esprimersi con compiutezza è un parlamento risultante da libere elezioni. Questo dovrebbe essere il punto di riferimento della democrazia, la sede che al massimo livello rappresenta – come dicevano i costituzionalisti d’un tempo – la coscienza civile della Nazione tutta intera, non però come un intero, ma come componenti di un “intero confronto” tra loro. Un tale parlamento sarebbe precisamente il primo ostacolo che incontra il governo esecutivo. Questa spiega perché lo si umilî spesso con procedure del tipo “prendere o lasciare” e perché coloro – deputati e senatori – che collaborano al progetto del governo esecutivo si umilino essi stessi accettando senza lamentarsi, o con deboli lamenti, la minaccia dello scioglimento che viene ventilata, come se fosse prerogativa del presidente del Consiglio e non del presidente della Repubblica. Sotto quest’aspetto dovrebbero principalmente valutarsi le riforme istituzionali: aumentano o diminuiscono la capacità rappresentativa del Parlamento?

 

(vincitore e vinti) Le espressioni verbali che usiamo sono spesso rivelatrici. Della legge elettorale si dice ch’essa deve consentire ai cittadini di conoscere il vincitore “la sera stessa”.  Ma la politica democratica non conosce vincitori e vinti. Dalle elezioni risulterà il partito che è più forte degli altri numericamente, ma non certo il partito che, per i successivi cinque anni della legislatura, “ha sempre ragione”. Non ci si rende conto di che cosa trascina con sé questa espressione, tanto disinvoltamente usata nel dibattito politico: implica disprezzo per i partiti minori che formano le opposizioni e l’insofferenza verso i poteri di controllo, la magistratura in primo luogo che, a causa dei poteri che in forza della legalità le sono attribuiti, costituisce un impaccio non tollerabile per “il vincitore”.

 

Nella democrazia costituzionale – l’opposto della tirannia della maggioranza – non c’è posto per strappi e “aventini”. Ma il partito che ha ottenuto il maggior successo nelle elezioni, proprio per questa ragione, ha un onere particolare: governare senza provocare fratture e strappi, onde chi risulta soccombente non abbia motivo di ritenersi vinto, annientato, e non debba considerare la sua presenza nelle istituzioni ormai superflua. Il Parlamento mezzo-vuoto dovrebbe rappresentare un grave problema democratico per tutti, a incominciare dalla maggioranza. Sotto questo profilo dovrebbero principalmente valutarsi la legge elettorale in gestazione e le procedure decisionali parlamentari che si stanno riscrivendo: aumentano la forza centripeta delle istituzioni o aumentano le tentazioni centrifughe?

 

(deriva autoritaria?) Quando si guardano i cambiamenti istituzionali in corso d’approvazione nel loro complesso – non questa o quest’altra disposizione presa a sé stante – è difficile non vedere, a meno di non voler vedere, il quadro: un sistema elettorale che, tramite il premio di maggioranza e, ancor di più, con il ballottaggio, comprime la rappresentanza e schiaccia le minoranze, nella logica vincitore-vinti; una sola camera con poteri politici pieni e con procedimenti dominati dall’esecutivo; un’attività legislativa in cui la deliberazione rischia in ogni momento di ridursi a interinazione veloce delle proposte governative; controllo maggioritario, rafforzato dal premio di maggioranza, delle nomine di garanzia (presidente della Repubblica, giudici costituzionali, membri del CSM, presidente della Camera, e successive decisioni a questi attribuite); minaccia di scioglimento della Camera in caso di dissenso dal Governo: tutte questioni in ballo nel processi di riforma in corso, che restano in piedi anche nelle nuove versioni dei testi in discussione, pur emendati rispetto agli originari.

 

Soprattutto, influisce sul giudizio della situazione il silenzio totale su due punti cruciali: la democrazia nei partiti e la vitalità dell’informazione. Qui sta la materia prima della democrazia e se la materia è corrotta, quale che sia il manufatto (cioè l’impalcatura istituzionale) il risultato non potrà non portare i segni della corruzione. Il guscio sarà svuotato della sostanza. Anzi, servirà a mascherare lo svuotamento.

 

(che cosa significa difendere la Costituzione?) Non si tratta di difendere un’astratta intoccabilità della Costituzione, la quale prevede la possibilità e le procedure per la propria stessa riforma. La Costituzione non è un totem. Nemmeno è “la costituzione più bella del mondo”. Semplicemente essa delinea una forma politica che si basa sulla democrazia di partecipazione, dove le decisioni collettive procedono attraverso contributi dal basso, cioè  dai bisogni sociali, dalle convinzioni della giustizia e della libertà che si formano nella società, si organizzano in forme associative e si esprimono negli organi rappresentativi e si sintetizzano e si traducono in pratica attraverso l’opera del governo.

 

Questa è la “piramide democratica” di cui già si parlava all’epoca dell’Assemblea costituente. Difendere la Costituzione è vigilare affinché la piramide non si rovesci e le decisioni collettive non procedano dall’alto e s’impongano non in base alla partecipazione e alla deliberazione conseguente ma, per esclusione e per autorità, su una società lobotomizzata, rassegnata, passiva. Detto in altri termini, difendere il nucleo della Costituzione è difendere la politica come materia nelle mani dei cittadini e delle loro libere manifestazioni sociali dall’espropriazione da parte delle oligarchie che facilmente e naturalmente si raccolgono attorno agli esecutivi. Onde, per facile deduzione, può dirsi che la difesa della Costituzione equivale alla difesa della democrazia contro le oligarchie. E, poiché le oligarchie odierne albergano soprattutto nell’economia finanziarizzata, difendere la Costituzione significa difendere la politica dalla soverchiante presenza degli interessi economici.

 

Infine: poiché l’economia al servizio della finanza ha dimensione globale, difendere la Costituzione significa anche difendere l’autonomia politica della collettività nazionale, senza la quale democrazia è parola vuota. In tal modo, il cerchio si chiude: dalla democrazia alla democrazia. Si dice, tuttavia: c’è pur bisogno di governo. Le democrazie muoiono per impotenza, quando non c’è governo. Rispondiamo: è così! Purché si tratti veramente di governo, ma il governo è politica e, finché prevale non la politica ma l’esecutivo, gonfiare l’esecutivo significa sgonfiare la politica. Per questo, occorre rinforzare le radici e non affidarsi alle frasche. Solo le radici rivitalizzate sono la condizione della politica e della democrazia.

 

(i compiti di libertà e di giustizia) La nostra associazione è nata tredici anni fa con il compito di vigilare sui comportamenti della “classe politica”, per custodirne i requisiti minimi d’integrità e di legalità, in una fase della nostra storia in cui il degrado sembrava, ed era, refrattario a ogni limite. Si trattava di difendere la dignità della politica, un compito che non può certo dirsi diventato inattuale. Questo compito è, dunque, ancora il nostro.

 

Ma, oggi, quando la politica entra in una zona d’ombra e con essa la democrazia, il compito si allarga e diventa più impegnativo. Si tratta di contribuire a elaborare idee, proposte e rivendicazioni propriamente politiche, cioè di tentare di liberarci dalla cappa che, sulla vita pubblica, stende la dittatura del presente, tramite uno strisciante conformismo che equivale a una loi du silence. Per questo, occorre lavorare con le forze culturali e sociali che, avendo le radici nelle condizioni di vita quotidiane dei più, sanno o cercano di sapere quali sono le domande che chiedono di esprimersi in politiche conseguenti. Questa è la base della Costituzione che deve essere difesa.

 

Questo è l’onere al quale non possono sfuggire coloro che credono nella democrazia. Questo, viceversa, è ciò che temono coloro che occupano il vertice della piramide e da lì guardano con sospetto ciò che pare sfuggire al proprio controllo. La società civile viene chiamata in causa: non i magnati che frequentano i cosiddetti salotti del potere, dove già s’incontrano senza difficoltà quanti dispongono del potere in tutte le sue forme: economico, culturale, statale. Costoro non hanno affatto bisogno d’incrementare la loro posizione nelle istituzioni. La “nostra” società civile è composta da singoli e associazioni che dedicano energie, tempo, capacità professionali e denari propri in tutti i luoghi della società che avrebbero bisogno di politiche: i luoghi della povertà e della disperazione, della mancanza di lavoro e di possibilità d’impresa, dell’emarginazione e della discriminazione, della malattia, dell’handicap, degli anziani senza sostegno, delle famiglie dove esistono malati di mente e sono lasciate a se stesse, del degrado ambientale.

 

Questa nostra società civile è ricca di energie e in questa ricchezza sta il serbatoio da cui attingere per la rianimazione della politica a partire dalle dimensioni locali, più sensibili alla concretezza dei problemi sociali, purché si riesca a coordinarle in movimenti capaci di convertire l’azione quotidiana dall’ambito limitato a quello generale, per il modellamento democratico della società. Programma impossibile? Può sembrare così, anche perché oggi le politiche nazionali si scontrano con i vincoli che vengono dalle istituzioni sovranazionali di cui facciamo parte, anch’esse essenzialmente non-politiche. Ancora una volta viene in aiuto la Costituzione. Essa ammette, sì, le limitazioni alla sovranità nazionale, ma solo in condizioni di parità con gli altri Stati e se servono ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni. Possiamo dire questo dell’Unione Europea, così com’essa si presenta nei suoi odierni sviluppi? Di fronte all’enormità del compito e prima di dare risposte rinunciatarie, si veda se è possibile realizzare un’unità d’intenti da spendere oltre la dimensione particolare delle formazioni sociali in cui ciascuno di noi separatamente opera, per prolungarla politicamente e diffonderne l’influenza.

 

(conclusione) Chi ha scritto queste considerazioni – che si sono volute esprimere nel modo più chiaro e categorico possibile, perché solo così l’onesta discussione è possibile –  e coloro che eventualmente ne condividono il contenuto sono perfettamente consapevoli di generare fastidio. La loro colpa è di essere Cassandre impenitenti, incontentabili pessimisti, conservatori vecchi e pregiudizialmente nemici del nuovo. Coloro che provano questo fastidio appartengono a generi diversi. Vi sono quelli che non credono nella democrazia, preferendo qualche forma di potere forte – a condizione però, sia chiaro – ch’esso sia dalla loro parte. A questi, che credono sia arrivata per loro “la volta buona”, non c’è nulla da dire. Poi, vi sono coloro che dicono d’essere dalla parte della democrazia, ma negano che sia in corso una deriva della democrazia e pensano che non c’è nulla per cui non stare tranquilli. A questi, si può dire ch’essi non vogliono vedere la semplice realtà che a noi appare evidente per se stessa. Vi sono poi coloro che ritengono che, per far uscire il nostro Paese dallo stallo in cui si trova e perfino per salvare la democrazia dal suicidio per impotenza, si debbano accettare rinunce, cioè riforme del tipo di quelle in cantiere. A questi, sommessamente vorremmo dire che la prima condizione per salvare la democrazia è la riforma degli attori politici, non la riforma delle istituzioni o, almeno la riforma degli uni e delle altre insieme. Occuparsi solo delle seconde è sospetto.

 

Le riforme ambite da quella che si chiama classe politica servono, infatti, agli adeguamenti alle sue esigenze. Non sono riforme, ma accomodamenti perseguiti con impazienza da una classe politica che avverte drammaticamente il proprio declino e cerca contraddittoriamente di sopravvivere insistendo sulle sue cause. Si parla (impropriamente) di “governabilità”, ma si tratta d’altro, di rafforzamento della presa sul potere. Noi vorremmo chiedere se non pensano d’essere proprio loro, in misura rilevante, la causa dei nostri problemi. Se è così, le riforme decisioniste – le “blindature” – aggravano, non risolvono. Noi, sommessamente ma tenacemente continuiamo a pensare, con i nostri Costituenti, che la buona politica richieda più, non meno, democrazia, cioè più partecipazione e meno oligarchia, più aperture e meno chiusure ai bisogni sociali: i bisogni di chi meno conta nella società e perciò più ha diritto di contare nelle istituzioni. Altro che rami alti: bisogna lavorare per rinforzare le radici.

 

 

21 commenti

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  • I dipendenti della Pubblica Amministrazione condannati per gravi reati vengono licenziati, perdono stipendio e devono risarcire danni. Ingiusto lasciare vitalizio agli onorevoli infedeli. Il godimento del diritto è legato al rispetto delle regole connesse allo stato giuridico che ha determinato emolumento, comportamento indegno determina perdita stato e connessi

  • Una cortese domanda:

    Per favore potete dirmi quale è la causa primaria della corruzione in Italia?

    A mio avviso – e dico una ovvietà – la corruzione è il SINTOMO di una situazione che sta a monte
    e che si manifesta proprio attraverso di essa.

    Grazie,

  • E allora illustre professor Zagrebelsky,

    è tempo di passare dai documenti a futura memoria, a progetti operativi ad utilizzo immediato!

    Perchè più tempo passa, più sarà consolidata la presa sulle istituzioni e sul paese con l’efficacia comunicativa, l’ampia disponibilità di media invasivi, e la vulnerabilità della Cittadinanza largamente sprovvista degli strumenti culturali capaci di ben cogliere la cruda realtà dietro la propaganda!

    Personalmente, pur lontano dalla Sua cultura, ho percepito la gravità della situazione paludosa e da tempo suggerisco insistentemente una via per uscirne, anche su questi spazi.

    Abbiamo ancora poco tempo, e sta per esaurirsi. Ma esistono fattori sociali convergenti e strumenti costituzionali efficaci che attendono solo di essere attivati ed esercitati perchè i destini del Paese possano volgere verso una democrazia di miglior qualità e un progresso continuo. Riportando in Parlamento il rigore morale e culturale dei Costituenti, unica garanzia della qualità delle leggi prodotte.

    1° le persone capaci della saggia guida teorica (professoroni e parrucconi e c.)

    2° le associazioni già operative nella società: Libera, la Rete per l’Acqua Pubblica, CittadinanzAttiva e le altre 10 mila associazioni nelle quali si sono rifugiati i Cittadini per scambiarsi solidarietà in questa cattiva fase della vita nel Paese, pronte a raccogliere e a tradurre in azioni i suggerimenti.

    3° gli strumenti costituzionali di efficacia assoluta ancora a disposizione: la Sovranità Popolare “Realizzata” e non solo annunciata, art, UNO, armata degli articoli della Democrazia Diretta Propositiva 50 e 71 e se servisse 40, lo sciopero, e se servisse il “conclave laico”.

    4° il mondo dell’informazione e comunicazione che da lustri e decenni ci ammanisce delle disgrazie del Paese e dei misfatti della politica, madre e matrigna di tutto questo sfascio, che non è riuscito a produrre una minima reazione, potrà finalmente partecipare al “cambiamento” sostenendo l’iniziativa diffondendola nella Società Civile.

    5° la Società Civile che al 97% dichiara all’indagine demoscopica qualificata ed indipendente che la Demos svolge ogni anno, di non aver più alcuna fiducia e di disprezzare l’offerta politica attuale. 97% confermato dall’analisi dei flussi e delle astensioni dal voto nelle ultime occasioni: con un Aventino in continua crescita intorno al 45/50%, con un voto “contro” al M5S (D’Arcais “uno sputo in faccia alla casta”) che raggiunge 7/8 milioni, chi ancora si ostina ad esercitare lo fà per votare il meno peggio, o il male minore, o contro B., o contro il comunismo… Insomma nessuno che voti con entusiasmo, credendo in ciò che sta facendo.

    Concludendo un 97% in attesa di un cambiamento, e pronto a cogliere l’occasione, a “realizzare” la Sovranità Popolare per portare a termine in breve il progetto delle guide riconosciute, avviato dalle associazioni alternative ai partiti, nel segno, nel solco e nella legalità Costituzionale, diffuso dai “denunciatori professionali” e raccolto dalla Cittadinanza indignata in attesa del “cambiamento qualitativo”.

    Ma professore stimatissimo, troviamo in fretta il catalizzatore capace di attivare il processo, cogliamo i fermenti che si avvertono, pur tardivi, e procediamo rapidamente con entusiasmo!

    Sovranità Popolare Realizzata per una tornata di Democrazia Diretta Propositiva per “cambiare verso” nel segno del Bene Comune!

    p.s. esiste ed è disponibile una bozza di progetto in attesa di integrazioni, di adozioni e di autori, ma facciamo presto!

  • Grazie Maestro. Descrivi un processo di decivilizzazione che attraversa in primo luogo le coscienze. E rispetto al quale parlare di “svolta autoritaria” è in certo modo limitativo. E in fondo anche “svolta impunitaria”. Forse bisognerebbe parlare proprio di processo di annientamento di tutte le grandi strutture normative che reggono una civiltà democratica, processo che si è consumato con lentezza per troppi anni e ora si fa repentino tracollo. Con l’ultimo decreto sulla responsabilità civile dei magistrati e quello incombente sulla Rai in barba all’antitrust e al conflitto di interessi l’opera si compie. Forse oltre a invitare al Convegno sulla Democrazia Minacciata il Presidente della Repubblica, Libertà e Giustizia dovrebbe stendere un Cahier de doléances e portarlo, in delegazione, al Quirinale. E forse almeno su alcuni punti ancora possibili di resistenza bisognerebbe preparare un referendum.

    “Soprattutto, influisce sul giudizio della situazione il silenzio totale su due punti cruciali: la democrazia nei partiti e la vitalità dell’informazione. Qui sta la materia prima della democrazia e se la materia è corrotta, quale che sia il manufatto (cioè l’impalcatura istituzionale) il risultato non potrà non portare i segni della corruzione. Il guscio sarà svuotato della sostanza. Anzi, servirà a mascherare lo svuotamento”.

  • Considerato che la democrazia é stata svuotata di significato sopratutto con il momento elettorale, e visto che siamo nell’epoca “del fare per compiacere ai meno”, perché non sfidare l’esecutivo sul loro stesso terreno, proponendo una verifica intermedia dell’attività di governo,(ben articolata), effettuata la quale se detta verifica non é superata il governo rassegna le dimissioni e se ce un’altra maggioranza, bene, altrimenti si torna al voto ? Perché un governo che si dice del fare non dovrebbe trovare difficoltà a fare per il bene della collettività e, dunque, non dovrebbe disdegnare una verifica intermedia sulle cose fatte. Ovviamente, detta verifica intermedia devono farla direttamente i cittadini, on line, e se il governo si sottrae, o non é un governo del fare PER tutti o non é un governo DI tutti o non é proprio un governo. Questa proposta, bisognerebbe integrarla con un’altra, per la parte in cui non prevede una verifica sull’efficacia delle singole leggi. Andrebbe introdotto nell’ordinamento un meccanismo, anche su piattaforma informatica, per verificare l’efficacia delle leggi approvate e nel caso non abbiano avuto ricadute positive sui cittadini i propositori, decadono direttamente da parlamentare.

  • Nel luccicante schermo sempre acceso di Renzi si svolge un video-gioco ambiguo e pericoloso, di cui molti sono spettatori non consapevoli. In un crescendo ossessionante, colpiti da raggi megagalattici, si sono dissolti via, via Letta, Bersani, Bindi, D’Alema e le altre cariatidi, ostacoli all’uscita dal bozzolo del Rottamatore che, nobilmente, almeno all’inizio ha risparmiato il più acerrimo avversario dell’antica sua parte, il Grande Vecchio Gaudente, alleandosi con lui ed i Pirati della Legalità, un variegato, invincibile esercito da tempo accampato in Parlamento. Si crea un onda d’urto mediatica e nelle scene più impressionanti si vedono la Costituzione dilaniata pezzo per pezzo, le opposizioni imbavagliate e fatte scomparire, la Magistratura attaccata e posta sul banco degli accusati, il sindacato ribelle accerchiato , lo scontro dei manipoli in Parlamento e le Istituzioni date alle fiamme, mentre nel cielo sfrecciano slogan d’artificio che incitano a distruggere il nemico. Paurosa la scena finale, con il popolo dei supplicanti, ai lavori forzati, intento a trasportare casse di leggi roboanti, inutili , se non peggiorative, e, sotto l’occhio vigile di Sacconi, riempire vagoni di monete d’oro ai loro padroni, mentre, curvo al dovere, acclama il Benefattore che, modestamente, chiamerà alla ribalta anche le fedeli Boschi e Madia, eroine quasi per caso. In questo contesto, non del tutto immaginario, se, come dice Zagrebelsky, “chi parla di politica è sospettato di ideologia” perché “non ci sono alternative”, può valere solo la legge del più forte, ovvero una pericolosa prevaricazione della democrazia costituzionale: speriamo che almeno il Capo dello Stato se ne sia accorto . Giampiero Buccianti

  • Una cortese domanda:

    Per favore potete dirmi quale è la causa primaria della corruzione in Italia?

    A mio avviso – e dico una ovvietà – la corruzione è il SINTOMO di una situazione che sta a monte e che si manifesta proprio attraverso i fenomeni corruttivi. Ma, QUALE E’ LA SITUAZIONE CHE STA A MONTE ?
    (Io mi sono data una risposta, e ne scriverò, ma sono estremamente interessata a conoscere il parere dei “pensatori” che militano in Libertà e Giustizia. Grazie.

  • Questo signore non ha mai fatto il mestiere per il quale è lautamente pagato.
    Vuole scippare il mestiere ai preti: fa ‘prediche apocalittiche’ (per lui e quelli come lui). Magari si avverassero!

  • Grazie, Zagrebelsky.
    E’ tutto molto chiaro e l’umiliazione del Parlamento non è altro, per la sua stessa definizione, che l’umiliazione della voce della gente (anche se le distorsioni della legge elettorale hanno obbligato il popolo a scegliere rappresentanti poco buoni i quali accettano di umiliare, a loro volta, il potere giudiziario di cui temono il controllo essendo corrotti).
    E poi chi l’ha detto che il Presidente del Consiglio può “mandare a casa” il Parlamento? Caso mai è il Parlamento che chiederà al Presidente della Repubblica di “mandare a casa” l’Esecutivo.
    Zagrebelsky, nel mio piccolo, sono a disposizione. Gregorio Monasta

  • Concordo sulla considerazione che la prima condizione per salvare la democrazia sarebbe la riforma degli attori politici e, più in generale, del modo di pensare e di agire collettivo della maggioranza degli italiani. Al di là delle solite generiche petizioni ideali: più educazione civica, più cultura, più senso etico e dello Stato, nessuno è in grado di prospettare se e come una tale riforma possa essere realizzata e mediante quali interventi “miracolistici” possa essere raggiunto, nell’arco dei prossimi anni e non in tempi storici (il bel sol dell’avvenire), l’obiettivo di migliorare la qualità del ceto politico, della classe dirigente e, ciò che sarebbe fondamentale, la scorza civile e morale della popolazione. A fronte la novità rappresentata dalla nuova generazione che, con Renzi, ha preso il potere, il mio atteggiamento, influenzato dalla mia formazione laica, è quello di attendere il tempo ragionevole per valutare i risultati dell’azione di governo, che è entrato in carica da un anno appena. A mio parere le aspre critiche (iniziate fin dai primi mesi) cui continuano ad essere sottoposte le sue iniziative sono viziate da pregiudizi in gran parte dovuti a pregresse concezioni ideologiche. Questo che viviamo è tempo di decisioni per cui parafrasando il detto latino, concludo così: Nunc oportet facere plus quam philosophari.

  • Il prof. Zagrebelsky qualche giorno fa aveva rilevato (dibattito “Meno democrazia”, Torino, organizzato dalle associazioni Libertà e Giustizia e I popolari), con riferimento all’attuale discussione delle riforme in parlamento e le polemiche sulla decisione del presidente del consiglio di andare avanti nonostante le polemiche con l’opposizione, il degrado attuale del pensiero politico, “quasi il punto zero della democrazia”.

    Il decisionismo dei capi di governo è in Italia da sempre considerato, giustamente, una manifestazione di autoritarismo e di antidemocrazia.

    Anche De Gasperi, per dire di cose accadute in tempi ben lontani dall’ultimo ventennio, che era insofferente delle lungaggini parlamentari e cercò di far approvare una legge elettorale che gli garantisse una maggioranza parlamentare sicura ( la famigerata legge truffa), era sotto questo profilo autoritario e antidemocratico.

    Il prof. Zagrebelsky si chiedeva poi se le riforme che sono attualmente in cantiere vadano nella direzione di aprire spazi alla politica e alla democrazia o piuttosto di valorizzare il “momento esecutivo” in senso non compatibile con l’ampliamento della democrazia.

    Il governo della repubblica italiana, per come è stato configurato in sede costituente, non è definibile “esecutivo” nella accezione della tradizione risalente al tempo della coesistenza del monarca e del parlamento, ma è a pieno titolo “governo parlamentare”, con pieni poteri in ordine alle scelte politiche almeno fino a che la maggioranza parlamentare non faccia venir meno la propria fiducia.

    I costituenti avevano ritenuto evidentemente che il modello governativo da essi adottato, condizionato alla fiducia del parlamento, fosse rispondente all’esigenza primaria, insita nel concetto di democrazia, che l’organo governativo non potesse che adottare decisioni politiche con stretto riferimento alla sovranità popolare rappresentata appunto dal parlamento da cui otteneva la fiducia.

    Ma il modello costituzionale è risultato sin dall’avvio solo teoricamente valido.

    Di fatto è avvenuto, sin dall’avvio dell’esperienza repubblicana, che sia la rappresentatività parlamentare sia la funzione di governo si tramutassero da istituti di democrazia (governo del popolo nella forma della rappresentatività) in vera e propria presa del potere, con uso strumentale a proprio vantaggio delle regole costituzionali, e che la regola democratica della maggioranza venisse usata strumentalmente dal potere per attuare quel fenomeno antidemocratico che Montesquieu aveva definito “dittatura della maggioranza”.

    Ci si chiede a questo punto se si tratti di una situazione ineluttabile, a cui ci si debba fatalmente rassegnare, o se sia possibile fare in modo, con l’introduzione di adeguati strumenti costituzionali, di far cessare con ogni urgenza il fenomeno della “dittatura della maggioranza” intesa nel senso dell’uso antidemocratico dei poteri da parte del “governo parlamentare”.

    È illusorio pensare che questo strapotere possa essere combattuto con argomentazioni anche le più raffinate come quelle elaborate dal prof. Zagrebelsky in difesa delle buone ragioni del popolo sovrano.

    In tempi storicamente lontani, contro lo strapotere del potere dominante (re, principi, signori) si ricorreva ad alleanze con lo straniero, con il risultato, come osservava Manzoni, di mettersi sul collo due padroni. Oggi il fenomeno rischia di ripetersi in forma non di dominio militare ma più subdola di dominazione economica aggiungendo all’asservimento interno quello esterno dell’Europa.

    Per questo è necessario, prioritario data la gravità attualmente assunta dal fenomeno dell’autoritarismo antidemocratico, promuovere l’avvio di un movimento politico nazionale per elaborare nuove regole, nuovi istituti costituzionali a difesa della sovranità popolare, da affidare all’esame finale ed approvazione di una assemblea costituente, organo per sua natura super partes.

  • Egregio Professor Zagrebelsky,

    Lei come una folta schiera di costituzionalisti continua a puntare il dito sul problema della preponderanza dell’esecutivo, e chiama a raccolta i difensori della Costituzione contro questo abuso.
    Mi sembra però che sia la Costituzione stessa a generare questa confusione quando chiama i cittadini, che dovrebbero essere i detentori della sovranità, e da loro fa eleggere un parlamento la cui maggioranza poi elegge il governo. Il fatto che la frammentazione dei partiti non abbia permesso nelle precedenti fasi della repubblica l’accesso alla maggioranza assoluta di un solo partito è un accidente storico non un principio costituzionale. Perché allora difendere il precedente storico e non chiedere una riforma di una costituzione chiaramente imperfetta?

    Ma questo è il meno. Il vero problema del paese, quello che sentono i cittadini che infatti ormai nella maggioranza neppure votano, ma che a quanto sembra i costituzionalisti non percepiscono, è che sono stati privati della loro sovranità, proprio dai partiti. E questo grazie alla Costituzione che ai cittadini non ha dato nessuno strumento di difesa contro i partiti. Questi oramai, grazie ai contributi statali, che arriverebbero comunque anche se a votare andasse il 10 per cento degli italiani, sono indipendenti dai cittadini. E possono perfino auto attribuirsi privilegi come il vitalizio. Mi sbaglio o la rivoluzione francese nacque proprio dal problema di controllare un esecutivo che pretendeva di tassare a sua volontà il paese?

    Ma voi Costituzionalisti volate troppo alto per vedere i problemi reali. Come diceva Salvemini a proposito del sistema legislativo italiano, contrapposto a quello anglosassone, “le aquile italiane volano così alto che non vedono quello che succede nel mondo, i passerotti inglesi invece saltabeccando a terra se ne accorgono” (cito a memoria, ma il senso era proprio questo).

    In attesa che proviate a scendere a terra ed a ragionare sul problema vero che è quello della sovranità dei cittadini,

    La saluto

    Mario Saccone

  • Qui le ‘frasche’ vanno a nozze!
    Notate soprattutto il ‘gusto’ delle parole, le assonanze, gli echi, i rimbombi…
    e’ una ‘frascheggiar’ leggero come il vento… passa e va.
    Altro che ‘radici’.

  • Spero che, nonostante la bassissima cultura costituzionale del nostro paese, (attentamente coltivata da tutti gli ultimi governi, per esempio togliendo l’insegnamento del diritto e dell’economia dai licei – queste parole risultino comprensibili a molti. Spero anche che il nuovo Presidente della Repubbica abbia il necessario coraggio per vigilare sugli stravolginenti dei checks and balances e che i referendum confermativi delle riforme costituzionali (ai quali saremo probabilmente chiamati a partecipare) non siano strumentalizzati solo da chi porta acqua al proprio mulino. Nonostante l’evidente stanchezza della società civile, bisogna essere consci che stiamo vivendo un momento storicamente delicatissimo, di svolta culturale e politica.

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