Il Colle, le procure e la Costituzione

EUGENIO Scalfari, col suo scritto di domenica scorsa, mi offre l’occasione di riprendere, sul nostro giornale, alcuni punti del mio articolo “incriminato”, incriminato per avere invitato il Presidente della Repubblica a riconsiderare l’opportunità del conflitto d’attribuzioni sollevato nei confronti di uffici giudiziari di Palermo. Non nego che quello scritto, tanto più per l’autorevolezza di colui da cui proviene, mi ha toccato nel profondo.
Poiché le ragioni sono sì personali, ma anche generali, tali quindi da poter interessare chi abbia seguito la vicenda, ritorno sull’argomento. Con una necessaria, e ovvia, premessa: siamo, come accennato, nel campo dell’opportunità. I giudizi di opportunità sono sempre discutibili, perché dipendono da molte ragioni e uno dà più peso ad alcune e altri ad altre. Se la ragione fosse una sola, saremmo nel campo della necessità che non si discute. Ma l’opportunità è sempre discutibile. Dunque, affrontiamo gli argomenti, in spirito discorsivo. Qui c’è la forza e la ricchezza del nostro giornale.

Dividerò le considerazioni che seguono in una parte generale e una speciale.

La parte generale è quella che più mi mette in difficoltà. A proposito “di eterogenesi dei fini”  -  conseguenze non intenzionali di atti compiuti intenzionalmente  -  nel mio scritto, non vi sarebbe stata nessuna “eterogenesi”, perché le conseguenze  -  la strumentalizzazione in vista di un “attacco” al Capo dello Stato  -  sarebbero state non solo da me previste, ma addirittura volute. L’insinuazione è che io faccia parte d’una operazione orchestrata per “delegittimare” il Capo dello Stato. Mi permetto di dire a Scalfari che ho avvertito come una ferita (e spiegherò perché), tanto più ch’egli aggiunge di sperare che il suo dubbio sia dissipato, temendo che questa speranza “si risolva in una delusione”. Le cose non stanno così. Ho condiviso e condivido molte delle cose dette e fatte dal Capo dello Stato, come egli sa per averne ricevuto testimonianza, con calde parole ch’egli certo ricorderà, in una pubblica occasione svoltasi qualche mese fa a Cuneo. Ma su altre cose ho delle riserve. Che cosa c’è di strano? Una cosa approvi e un’altra disapprovi  -  sì, sì; no, no, il resto è opera del maligno – e lo dici in piena libertà, come si conviene in un Paese libero. Avrei dovuto tacere o dire il contrario?
Sei un ingenuo, perché avresti dovuto sapere che le tue parole sarebbero state strumentalizzate; anzi, sei un falso ingenuo  -  in sostanza, un ipocrita  -  perché lo sapevi benissimo. Qui, vorrei essere il più chiaro possibile: la linea di condotta cui mi sono ispirato non è dei falsi, ma dei veri ingenui. Il compito di chi si dedica a una professione intellettuale è d’essere, per l’appunto, un vero, consapevole e intransigente ingenuo (con l’unica riserva che dirò). Non è sempre facile. Talora lo è di più tacere, tergiversare, adeguarsi. È una questione d’integrità professionale, almeno così come la vedo. Vogliamo forse che “per opportunità” si sostengano, con parole o con silenzio, cose diverse da quelle che si pensano vere, opportune, giuste? Dove andrebbe a finire la fiducia?

C’è per me un “libro di formazione”. Non sembri una citazione fuori luogo o fuori misura. Scritto nel 1923, in circostanze più drammatiche delle attuali, contiene una lezione indimenticabile. È Il tradimento dei chierici di Julien Benda (ripubblicato da Einaudi). Non è una citazione esornativa, “da professore”. È un invito. Tratta degli uomini di pensiero che in quel tempo  -  e in tutti i tempi  -  si astennero dal prendere posizione, tacendo o dicendo cose che andavano contro le loro stesse convinzioni, e questo fecero “per opportunità”. La loro colpa non fu di avere detto cose sbagliate, ma di non avere detto le cose ch’essi stessi ritenevano giuste. Facciamo le debite proporzioni, ma riflettiamo sul corto-circuito che si verifica quando nel campo del pensiero si insinua l’idea che ciò che pensiamo, per opportunità, o anche per “responsabilità”, si possa o debba tacere.

Forse che l’attività intellettuale non deve anch’essa essere responsabile? Certo che sì. Ma responsabile verso chi o che cosa? Verso la sua natura: una natura diversa da quella politica. Forse che l’attività intellettuale non ha anch’essa una propria valenza politica? Certo che sì, ed elevatissima, ma non nel senso di chi opera nella politica, intesa come la sfera dei partiti, della competizione per il potere, della conquista del consenso: da noi, c’è difficoltà ad ammettere che non tutto è politica in questo senso. Esiste invece una funzione diversa, “ingenua”, non legata al potere e al consenso – la cui esistenza è essenziale alla vita libera della pólis. Sarebbe una deviazione, se l’attività intellettuale non tenesse fede a questa sua caratteristica, anzi non ne facesse il suo vanto. Solo così, c’è la sua utilità, la sua funzione civile. Chi ragiona diversamente, che idea ha del rapporto politica-cultura? Scrivendo queste cose, mi ritornano in mente gli anni ’50. Chi appartiene alla mia e alla precedente generazione, comprende facilmente il riferimento. Se ci sarà l’occasione potremo ritornare su quella storia fatta di contrapposte accuse di “defezione”, che nessuno e, di certo meno che mai Eugenio Scalfari, rimpiange.

Sulla parte speciale credo di muovermi con più facilità. Nel mio scritto, ho sostenuto che questo conflitto, per i suoi caratteri, non ha precedenti. Scalfari dice di no, ma poi spiega: vi sono politici e loro fiancheggiatori che, nel caso in cui la Corte dia ragione al Capo dello Stato, “palpitano” per poter accrescere i loro “attacchi eversivi” all’una e all’altro; nell’improbabile caso contrario, se al Capo dello Stato venisse dato torto, sempre gli stessi gli chiederebbero “immediate e infamanti dimissioni”. Non è questa una situazione eccezionale, drammaticamente difficile? Riflettiamoci seriamente e freddamente. La Corte è un giudice e noi pretendiamo ch’essa giudichi secondo diritto, seguendo “l’etica della convinzione” che le è propria. Ma sappiamo bene che, messa di fronte a un “fiat iustitia, pereat mundus”, nessuna Corte costituzionale indietreggerebbe nell’applicare l’”etica delle conseguenze” che, indubbiamente, interferisce con le ragioni solo giuridiche. Nella specie, il “pereat mundus” è la crisi costituzionale che sia Scalfari sia io paventiamo. Qualunque Corte costituzionale la prenderebbe in considerazione come male supremo da evitare. Per questo dicevo che l’esito del conflitto è scontato. Dire queste cose non è indebita interferenza sulla decisione della Corte, come crede Scalfari, ma è teoria della Costituzione. Leggendo che le Corti hanno il diritto d’essere protette da situazioni siffatte, per poter decidere nella “tranquillità del diritto”, non c’è da essere sconcertato “d’una scorrettezza”, come Scalfari dice d’essere, perché quella espressione viene da lontano, da un dibattito internazionale tra illustri costituzionalisti.

Scalfari, poi, mi fa dire che la Corte non avrebbe i poteri per risolvere il conflitto proposto, perché, dando ragione al Capo dello Stato, introdurrebbe un’innovazione della Costituzione. In verità, non ho detto questo ma che, per quanti danno alla parola “irresponsabilità” un significato più ristretto di “inconoscibilità” o “intoccabilità”  -  per quelli (e ce ne sono) che pensano così – l’accoglimento del ricorso sarebbe un’innovazione della Costituzione. L’interpretazione che facesse coincidere i significati, sia pure a proposito di una piccola, ma cruciale questione, avrebbe effetti di sistema difficilmente controllabili su tutto l’impianto dei poteri costituzionali, così come si è finora concepito. E, se è vero che, nel caso in questione, la Corte si trova in quel cul de sac di cui dice lo stesso Scalfari, la domanda è se non è sommamente inopportuno che ciò avvenga, e in queste circostanze. Poi, è verissimo, che la Corte dispone di tutti gli strumenti tecnici necessari per decidere come vuole (le sentenze additive e interpretative, però, di per sé non c’entrano: riguardano i giudizi sulle leggi, non i conflitti): dai principi, nel nostro caso il principio d’irresponsabilità presidenziale, si possono trarre regole specifiche per decidere i singoli casi, superando anche (ma qui non è il caso di scendere nei dettagli giuridici) contraddizioni o lacune legislative. Ma la questione non è di strumenti tecnici, ma  -  ripeto  -  di prudenza e responsabilità nel chiedere di attivarli.

L’ultima cosa che non ho detto è che il Capo dello Stato avrebbe frapposto “un insormontabile ostacolo alla ricerca della verità”. Ho detto invece che il ricorso, per effetto delle circostanze che non si controllano, è venuto ad assumere il significato d’un tassello in un disegno critico della magistratura, che finisce per indebolirne l’opera. Il che, guardando ciò che succede, mi pare incontestabile.

Sullo sfondo di tutto ciò, c’è una questione che emerge con chiarezza nelle considerazioni “pertinenti anche se non inerenti” che chiudono l’articolo di Scalfari. Esiste nel nostro Paese uno scontro aperto e, apparentemente, senza mediazioni. Da un lato, coloro che sostengono con convinzione che la magistratura (se non tutta, molte sue parti) esorbiti dai suoi poteri perché persegue il fine di sottomettere la democrazia o la politica al processo penale. Dall’altro, quelli che pensano che non si tratti affatto di questo, ma semplicemente di ampi settori del mondo politico che, avendo costruito le proprie fortune sull’illegalità, temendo l’azione giudiziaria, vogliono limitare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. I primi parlano di “guerra” dei magistrati contro la politica, di “giustizialismo”, ora di “populismo giuridico”; i secondi, specularmente, di “guerra” dei politici contro la magistratura, di “assalto” alla giustizia. Se davvero stato di guerra ci fosse (ecco la riserva cui accennavo all’inizio), allora anche le idee dovrebbero schierarsi, perché in guerra non solo tacciono le leggi, ma anche suonano le trombe che chiamano i cervelli all’adunata. Ai primi, però, bisognerebbe dire che i secondi non sono affatto tutti “antipolitici”, come vengono definiti con una parola violenta e disonesta, che non fa che creare ostilità contro “i politici” che la pronunciano; ai secondi, occorrerebbe dire che la critica distruttiva della politica non sappiamo dove ci potrebbe portare: ma non certo verso il regno della giustizia (e della democrazia). Coloro che sognano rivalse contro i magistrati dovrebbero chiedersi da dove nasce il risentimento contro “la politica” ch’essi impersonano e dovrebbero vedere che molti loro propositi non sono che altrettanti boomerang che alimentano le fila di chi sta dall’altra parte. Credono davvero che i diversi “riequilibri”, in questo clima di scontro, siano saggi propositi e non conati controproducenti? Il ricorso del Capo dello Stato ha aperto un “conflitto” giuridico ma, inevitabilmente, ha finito per essere inglobato, come suo episodio, in questo “conflitto” politico (astuzia perversa delle parole!). L’invito a ricercare una limpida soluzione della questione nella sede processuale ordinaria e a riconsiderare quindi l’opportunità di quel conflitto, nasce da qui.

20 commenti

  • Caro Zagrebelsky, firmare l’appello del Fatto Quotidiano è un gesto che ha un profondo significato politico e spero proprio non lo voglia collocare nel campo della consapevole e intransigente ingenuità che deve animare chi esercita una professione intellettuale.
    Il Fatto Quotidiano, insieme a Grillo e Di Pietro, ha aperto – da molti mesi a questa parte e praticamente su molte questioni – una vera e propria guerra contro il Presidente della Repubblica. L’obiettivo mi sembra chiaro: delegittimare l’ultimo pezzo dello Stato e della politica che ha una certa credibilità agli occhi dei cittadini.
    L’ultimo atto di questa guerra è stato quello di rendere incandescente lo scontro tra Napolitano e la Procura di Palermo. Nella sostanza hanno gridato che Napolitano vuole mettere il “bavaglio” ai giudici (cosa che lei sa bene non essere vera) ed hanno chiamato tutti gli arrabbiati nei confronti della politica e delle istituzioni a schierarsi con i giudici contro Napolitano.
    Ma cosa c’entra lei con questa guerra?
    Per caso le pare che il Fatto Quotidiano utilizzi gli argomenti che lei ha sollevato? Loro sostengono che il Presidente della Repubblica non deve avere prerogative particolari, che deve essere intercettato senza problemi e che comunque i giudici hanno sempre ragione e, solo loro, devono essere intoccabili.
    Ma cosa ha a che fare questo populismo giustizialista con le cose che lei sostiene?
    Sinceramente non mi interessa se nel merito abbia ragione lei, Scalfari o Onida, ritengo che su queste questioni si possa discutere liberamente (come lei dice). Quello che non mi piace è l’ipocrisia di rivolgersi con rispetto al Presidente della Repubblica e poi appoggiare acriticamente chi lo offende ogni giorno. Qui usciamo dal campo dell’intransigente ingenuità ed entriamo in quello della consapevole partigianeria.
    Lo so che non può essere lei a stabilire l’uso che si fa delle cose che dice, ma dipende da lei decidere di fare o meno da testimonial a chi usa il suo credito per una battaglia che credo non le appartenga.
    Il problema, caro Zagrebelsky, non è il merito della questione che lei, con ottimi argomenti, ha affrontato e neppure lo scontro, tanto gradito ai media, con Scalfari, il problema è che lei e la Bonsanti (spero ve ne rendiate conto, anche perché ci sono molti vostri estimatori, per nulla stalinisti, che ve lo stanno dicendo) avete appoggiato un’azione contro il Presidente della Repubblica, che ha un obiettivo politico molto preciso: creare un nuovo asse politico da presentare alle prossime elezioni, capeggiato da Padri Padroni demagoghi e populisti, proprietari di partiti e movimenti (come lo erano Bossi e Berlusconi) dove non esiste la minima pratica democratica.
    Qui non siamo nel campo delle opinioni, ma delle azioni, dei comportamenti e questi hanno un valore simbolico molto forte perchè è quello che le persone recepiscono. Andate a vedere su diversi blog o social network cosa sta succedendo: la stanno osannando tutti quelli che esprimono odio e disprezzo nei confronti di tutti i politici e di Napolitano, accusato di essere comunista, stalinista, rimbambito.
    Se questo è ciò che voleva accadesse, le faccio i complimenti perché ha raggiunto il risultato, se – invece – ritiene di essere stato frainteso, forse è il caso che dica qualcosa che ci permetta di capire se dobbiamo attenderci un nuovo corso da parte sua e di LeG.

  • Egregio direttore Ferrara: un curiososono antico che s’impiccia per dover d’arte.

    Lei scoprì al liceo, senza dubbio, che il parricidio è risorsa antica. Parricida fu Giove che si liberò del padre, Urano, che s’ingozzava dei suoi figli. Liberò così gli Dei che vivevano (si fa per dire) sotto la tirannia paterna. La faccenda andò un po’ diversamente, fu Crono che colse nel sonno Urano e col falcetto di selce di cui era armato lo castrò afferrandogli i genitali con la sinistra (che da quel momento fu sempre la mano del malaugurio) gettandoli in mare presso Capo Drepano.
    Da alcune gocce di sangue del castrato Crono, cadute sulla Madre Terra, essa generò le Erinni, furie che puniscono i parricidi e gli spergiuri. Anche le Ninfe nacquero da quel sangue. Fu tutta una rivolta, un subbuglio planetario eccetera eccetera.
    Le stagioni del mondo ebbero diverso Sole e la libertà serpeggiò fra gli Dei animati dal sacro furore d’ intrigarsi della vita degli uomini. Guareschi, in vena anticomunista, parlando di quel sant’uomo di Don Camillo, ammoniva l’elettorato democristiano che si recava in cabina a votare: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!” Per intendere che Dio, Jupiter che fosse, aveva occhi dappertutto. Perciò ci si libera di Dio e lo si uccide per conquistare la nostra libertà d’essere iniqui (perché il bene non soffre di istinti liberatori).
    Il suo collega di Repubblica, egregio Ferrara, pensa al parricidio? Gli direi di soprassedere, non è l’età dell’oro, a quel tempo, sotto Crono signore del mondo, gli uomini vivevano senza pene, egli, il collega, non è più vigoroso e il futuro non è che arrida gratificante. L’età attuale è quella del ferro, gli uomini sono indegni discendenti della quarta età (età del bronzo): crudeli, ingiusti, infidi, libidinosi, empi, traditori. Lasci stare, il vegliardo URANO è preferibile a qualsiasi altro sostituto: al peggio non c’è mai fine.
    Celestino Ferraro

  • Una questione che, con una migliore accortezza da parte di tutti, doveva restare a livello di ruotine processuale, a causa di tutto ciò che più o meno involontariamente vi si è costruito attorno, si è trasformata in un vero e proprio “affaire”, e precisamente in “un affare di stato”, per il quale ormai vale la “ragione di stato” rispetto alla quale la “ragione comune”, ivi compresa qualsiasi sofisticata logica giuridica, è destinata a soccombere.
    Con ciò, è difficile non convenire con il presidente Zagrebelsky sul fatto che alla Corte Costituzionale è stata sottoposta una “questione di stato” con esito scontato.

  • Condivido ogni parola.
    L’ articolo è una lezione eccelsa di eticità intellettuale.
    Finalmente respiriamo aria pura!

  • La Corte Costituzionale è un’organo chiamato a svolgere compiti neutrali e di garanzia nell’interesse di tutti.In base a ciò il suo intervento non credo sia da temere.Penso sia l’occasione per fare chiarezza in un presunto conflitto fra parti dello stato.Un conflitto che nasce all’interno della società, fra il potere politico e il potere della magistratura e che rende sempre più difficile la convivenza fra le parti . Il compito della Corte è quello di prendere decisioni che facilitino la convivenza.Sapendo questo noi possiamo ,dobbiamo ,sperare che la corte non sbalgi sentenza.

  • Secondo me si sta facendo tanto clamore per, relativamente, nulla. Nel senso che la posizione di Napolitano sembrerebbe non essere compromessa dalle intercettazioni incriminate, in quanto marginali, accidentali e comunque non attinenti i fatti in giudizio (per stessa ammissione della Procura di Palermo).
    A questo punto vien da chiedersi perchè mai, in simili circostanze, Napolitano abbia deciso, nonostante tutto, di innescare un iter processuale che, anche nella più rosea delle eventualità (quella descritta da Scalfari) si risolve comunque in un contrasto grave fra due organi e poteri dello Stato (fermo restando che l’impasse paventata da Zagrebelsky, e consistente nel fatto che la Corte Costituzionale si troverebbe ora “fra l’incudine il martello”, costretta, per così dire, ad accogliere il ricorso, a me sembra pienamente fondata).
    La soluzione più ovvia sta, a mio parere, nel timore nutrito da alcuni, per non dire molti, personaggi della politica a che il loro nome venga associato a quella famosa trattativa, in merito alla quale tanto si affannano perchè non sia fatta luce.
    Non parlerei quindi, di discredito e di guerra a Napolitano, ma semmai di Napolitano che si autodiscredita, mostrando, a mio giudizio, la “coda di paglia” in merito ad una faccenda che, al meno a prima vista, pare non toccare la sua posizione.
    Detto questo, mi permetto di aggiungere che Scalfari, per quanto da me stimato come editorialista, dovrebbe prendere atto, se non insegnamento, da quanto scritto da Zagrebelsky, che, me lo concederà Scalfari, di diritto credo se ne intenda un po’ di più, invece di spingersi a ricordare la distinzione fra sentenze interpretative e manipolative-additive, peraltro a sproposito (come giustamente stigmatizzato).
    Sembrerebbe far propendere, infine, per lo meno in linea teorica, l’esisto del giudizio a favore della Procura di Palermo la circostanza per cui, nel silenzio legislativo a riguardo, si potrebbe far applicazione analogica al caso in esame delle norme che disciplinano il trattamento delle intercettazioni “ordinarie”, proposta da Nappi e accettata, senza remore, dalla Procura stessa.

  • avere la pretesa in questo contesto politico di essere tecnici puri che stanno di casa nel mondo iperuranico non so se è ingenuo o l’ennesimo imbroglio, ancora peggiore di chi urla a pieni polmoni.
    Credo che non sia un caso se quei giornali a cui piace molto infangare stanno nicchiando: scrociatevi tra di voi, sembrano dire.
    Condivido l’intervento del signor Andrea Ricci: occorre tenere bene la barra del timone, e avere ben chiaro che ogni parola (soprattutto se ha la pretesa di essere una “verità” tecnica) sta in un ben (o mal) definito contesto e questo contesto dà significato a quella parola (o comportamento).
    Saluti.
    Silvana

  • Vorrei capire una cosa.
    Una persona che di diritto se ne intende un pochino, me lo concederanno la signora Silvana e il signor Ricci, manifesta un’opinione personale su una vicenda.
    Forse che questa persona dovrebbe, prima di manifestare la propria opinione, domandarsi chi è d’accordo e chi no, a chi giova il manifestare quell’opinione, quale può essere il significato che questo o quel politico, questo o quel giornale, vogliono o possono dare a quell’opinione?
    O non dovrebbe invece domandarsi se quell’opinione è fondata e su che cosa? Non dovrebbe spiegare perché ha ritenuto di esprimere quell’idea e non un’altra, che magari è più “comoda” per i politici tutti?
    Scusate: invece di una domanda ne ho fatte tre; si vede che sono ancora più ignorante di quanto credessi.

  • Sig. g.r.c., potrei chiudere la nostra querelle dicendole che le risposte alle sue domande sono contenute nell’intervento di Silvana, che ovviamente condivido, ma vorrei aggiungere qualcosa per farle capire meglio la mia posizione.
    La questione principale, almeno dal mio punto di vista, non è di stabilire se abbia ragione Onida o Zagrebelsky (entrambi rappresentanti di LeG ed ex prestigiosi componenti della Consulta), ma se era giusto aderire all’appello del Fatto Quotidiano a favore dei giudici di Palermo.
    L’espressione di una opinione autonoma e libera ha un significato, aderire ad un’azione promossa da soggetti ben definiti e politicamente impegnati, se mi permette, ne ha un altro.
    Zagrebelsky non si è limitato a dire la sua invitando Napolitano, con toni rispettosi, a riconsiderare il proprio ricorso alla Consulta, ma ha deciso di aderire ad una iniziativa che non ha nulla di rispettoso perchè persegue un chiaro obiettivo politico: screditare il Presidente della Repubblica.
    Credo sia sotto gli occhi di tutti il fatto che da parecchi mesi alcuni soggetti politici (Idv/Di Pietro), movimenti (M5S/Grillo) e giornali (il fatto Quotidiano) abbiano avviato una campagna denigratoria nei confronti di Napolitano. La credibilità acquisita dal Presidente in questi anni garantisce ancora una piccola credibilità delle Istituzioni e della Politica e questo non piace a chi vuole passi l’idea che la politica è tutta corrotta, è tutto uno schifo, è da sbattere dietro le sbarre.
    L’obiettivo di questo nuovo blocco populista e giustizialista che sta crescendo è quello di sfasciare ciò che di buono ancora c’è, così potrà veder crescere i propri consensi e, per quanto riguarda il Fatto Quotidiano (e qui sono volutamente velenoso), i dividendi già cospicui dei suoi soci.
    Questo è ciò di cui si sta parlando.
    Non siamo più nel campo delle dissertazioni tra costituzionalisti, ma in quello dello scontro politico e culturale tra visioni profondamente diverse di ciò che vuole diventare questo nostro Paese.
    Zagrebelsky e la Bonsanti, non so quanto consapevolmente, hanno partecipato a questo scontro finendo per sostenere posizioni che non hanno nulla a che fare con lo spirito che ha sempre animato LeG ed i suoi stimatissimi rappresentanti.
    Poi c’è un’altra cosa che è ora che si inizi a dire con chiarezza ( e mi fa piacere che l’abbia segnalata Ezio Mauro nell’articolo di questa mattina su repubblica): Di Pietro, Grillo e Travaglio non solo hanno il cuore che batte a destra (vedere le loro storie personali e le posizioni assunte su questioni sensibili come il lavoro, la politica internazionale, il sociale ecc.), ma stanno prospettando ricette che sono di destra. A me viene freddo alla schiena quando li sento sparare slogan intrisi di demagogia e populismo; mi tremano i polsi quando sento agitare in continuazione le manette; mi offende il disprezzo e la violenza verbale che usano. Il mio spirito liberale, dopo 20 anni di Berlusconi, non può sopportare l’idea che l’alternativa al caimano possa essere una nuova deriva populista.

  • Non credo che stiamo dibattendo una querelle personale, e spiace che qualcuno la interpreti come tale: se io faccio riferimento a certi interventi, è perché non sono d’accordo con il loro contenuto, non con la persona che li ha scritti.
    Premetto che io sono di parere contrario a quello del Professor Zagrebelsky: per me il Presidente della Repubblica ha fatto bene a ricorrere alla Consulta per dirimere un conflitto tra due poteri dello Stato. Tra l’altro mi sembra anche sbagliata l’ipotesi di uno sbilanciamento di forze tra il Quirinale ed una semplice Procura: se fosse così, allora in Italia la giustizia sarebbe più arretrata perfino che nella Prussia del Settecento, quando un semplice contadino poteva ricordare al Re l’esistenza di giudici a Berlino, nella consapevolezza che costoro avrebbero composto la diatriba secondo giustizia e non secondo il peso delle parti.

    Ma io non ho ancora letto nessuno dei critici del Professor Zagrebelsky entrare nel merito delle sue argomentazioni, ancorché – me ne rendo perfettamente conto – da parte mia entrare nel merito delle argomentazioni del Professore sia un po’ come se un alunno di terza elementare si mettesse a fare le pulci ad Einstein e alle sue teorie. Però siamo qui per scambiarci delle opinioni in piena libertà, e allora anch’io dico le mie.
    Quello che invece si contesta è l’avere aderito ad un appello promosso da soggetti poco graditi, privi di una certificazione politica (da parte di chi?), e che in passato si sono resi protagonisti di campagne denigratorie nei confronti del Presidente Napolitano o che magari hanno dichiarato la loro opposizione all’attuale Governo (quest’ultima la dichiaro anch’io, così chiarisco subito da che parte sto: non da quella di Fornero e di Passera).
    Quello che si contesta è la cattiva compagnia in cui si viene a trovare il Professore: da Grillo a Travaglio a Di Pietro, tutti uomini di destra che prospettano ricette di destra (ma Fornero e Passera e le loro ricette sono di sinistra?). Ma, a parte Grillo, queste cattive compagnie le abbiamo frequentate un po’ tutti: non stavamo forse tutti per Travaglio quando in televisione da Santoro sbugiardava Berlusconi? Non ricordiamo più che alle elezioni del 2008 Di Pietro si è presentato in coalizione con il Partito Democratico?
    Gli altri, il nemico o meglio l’avversario o forse dovrei dire, come Veltrone l’Africano, gli esponenti della coalizione a noi avversa gongolano perché ci stiamo scornando tra di noi? A me sinceramente non interessa, affari loro. Stiano pure allineati e coperti dietro i loro l(e)ader, io preferisco ragionare con la mia testa e, se il caso, manifestare il mio disaccordo.
    Io sinceramente non conosco gli obiettivi del Fatto Quotidiano, ma altrettanto sinceramente devo dire che l’accusa di “giustizialismo” rivolta a politici e giornalisti mi risulta quanto mai indigesta, perché mi ricorda troppo certi personaggi che hanno usato quel termine nei confronti dei loro avversari politici, proprio per sfuggire alla giustizia. Certamente non è questo il caso di nessuno di coloro che scrivono qui, tuttavia credo che quel termine, tra l’altro storicamente inesatto, sia da evitare assolutamente.
    Liberi quindi delle nostre opinioni, liberi di aderire agli appelli che ci sembrano coerenti con le nostre opinioni, liberi anche di sbagliare, ma sempre con la coscienza di aver agito in conformità alle nostre idee prima ancora che all’opportunità politica.

  • Il dibattito é civile e interessante. Io sono d’accordo con Ricci e Silvana. A grc vorrei solo dire che, come scrive oggi ezio mauro, “l’onda anomala del berlusconismo ha spinto nella metà campo della sinistra forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono oggettivamente di destra….parole e opere…che insidiano il campo democratico…per l’eccessiva indulgenza che tutti abbiamo avuto con l’antipolitica…”
    Ecco: secondo me oggi oltre a criticare la politica bisogna proprio smetterla di essere indulgenti con l’antipolitica. Firmare l’appello del fatto é stata una di queste indulgenze.

  • Sembra che “antipolitica” sia la parola magica, ma io mi domando cosa è antipolitica.
    Per me non è antipolitica aderire ad un appello di cui si condividono i contenuti, mentre è antipolitica inserire il pareggio di bilancio in Costituzione; per me non è antipolitica criticare il Capo dello Stato (ovviamente in termini civili e rispettosi), per me è antipolitica sostenere che i Governi debbano avere uno spazio di manovra indipendente dai Parlamenti.
    Ecco, è proprio vero: nei confronti dell’antipolitica non bisogna essere indulgenti.

  • Condivido l’intervento di grc 4706. Basta con le geremiadi sull’antipolitica, che se c’è è figlia della pessima politica, di destra e di sinistra, che abbiamo da decenni. Il professor Zagrebelsky ha avuto il merito di intervenire con ragionevolezza, chiarezza e responsabilità sulla sostanza della questione. Il conflitto di attribuzioni è una strada densa di insidie e incognite, in parte anche imprevedibili, di cui dobbiamo essere consapevoli. Potrà anche esserci un vincitore sul momento, ma in prospettiva rischia di uscirne turbato tutto l’equilibrio istituzionale. Impegnarsi, come fa Zagrebelsky e chi ha firmato l’appello del Fatto, per evitare una simile eventualità non significa affatto attaccare l’attuale presidente della Repubblica ma tutelare le nostre istituzioni, al di là delle persone che le incarnano in un particolare momento. Il fatto che oggi sieda al Quirinale una persona affidabile come Napolitano forse toglie a molti la percezione dei rischi che si potrebberro correre in futuro con una sentenza che sottraesse di fatto la carica di presidente della Repubblica a ogni controllo giuridico.

  • Risposta di un cittadino indignato a Eugenio Scalfari (Repubblica del 19.08.2012)

    Forse neanche Dike, la dea della Giustizia, avrebbe osato muovere un appunto al meraviglioso articolo di Gustavo Zagrebelsky pubblicato da Repubblica il 17 agosto. Ma Scalfari non ha dubitato della necessità di scendere in campo per difendere il presidente Napolitano dagli attacchi che gli sarebbero stati mossi, ingiustificati perché vanno “molto al di là del sacrosanto diritto di informazione e di critica”.
    “La ricerca della verità da parte della Procura di Palermo… è fuori questione”, scrive Scalfari. Meno male! E già che si trova ricorda all’ex presidente della Corte costituzionale che la medesima ha emesso “sentenze ‘additive’ e sentenze ‘interpretative’”. Poi si dilunga su altre questioni “pertinenti anche se non inerenti” e, distinguendo(?) fra trattativa e trattativa, mette sullo stesso livello quella con le B.R. e quella con la mafia e, conseguentemente, i personaggi che al tempo del sequestro di Aldo Moro avevano sostenuto pubblicamente la necessità della trattativa con le B.R. (Craxi, Martelli, Pannella, Sciascia) e i funzionari dello Stato che segretamente e illecitamente avrebbero trattato con la mafia negli anni 1992/93!

    Il problema è un altro. Perché il Presidente della Repubblica dà udienza a un indagato eccellente, ponendosi in contrasto con i magistrati che applicano la legge, e volge lo sguardo dall’altra parte quando un cittadino comune gli segnala la manifesta violazione della legge da parte del potere esecutivo e di quello giudiziario, dimostrando a chiare lettere che egli non difende le istituzioni, ma singoli personaggi?

    Giorgio Napolitano ha dichiarato: “Non ho nulla da nascondere… difendo un principio.” Quale può essere mai quel principio? Un principio che il Presidente della Repubblica, dal 1° gennaio 1948, ha sempre difeso è stato il seguente: “La Repubblica è Cosa Nostra.” Della classe dirigente, cioè, come è dimostrato nel mio saggio “La Repubblica del privilegio e del malaffare”, leggendo il quale non si avvertirà il piacere che si prova nella lettura degli scritti di Scalfari, ma si apprenderà che la nostra Costituzione altro non rappresenta che un orpello sotto il quale prospera il malaffare, come dimostrano le innumerevoli cricche che operano in tutto il Paese, protette da un ordinamento criminogeno che consente al pubblico ufficiale di applicare o non applicare la norma di legge che regola il caso concreto.

    Antonio Palese

    Agosto 2012

  • Se Zagrebelsky si fosse risparmiato il passaggio sull’etica delle conseguenze e avesse approfondito maggiormente la questione giuridica circa l’inammissibilità del ricorso (cosa che continua a sostenere un po’ troppo tra le righe), sarebbe stato sicuramente meglio.

  • FRA MAFIA E ANTIMAFIA
    È certamente un rompicapo per un lettore come me leggere delle trattative intercorse fra l’organizzazione mafiosa e lo Stato su quelle leggi che avrebbero dovuto atterrire i mafiosi, e scoprire che l’intrigo ordito, non so come e perché, ha avuto strateghi d’alto rango che avrebbero indotto il Legislatore a più miti pretese quanto a severità repressiva con la quale colpire il delitto sin dalle sue origini organizzative.
    L’antistato intimidì lo stato e sembra che i rappresentanti di quello stato si abboccassero con la mafia per ottenerne l’arrendevolezza criminosa e attenuare, dall’altra, la severità di quel 41/bis che relegava i mafiosi incarcerati in un isolamento insopportabile e alienante.
    La ridda di nomi (corposa) che parteciparono al sabba diabolico è controversa, ma quelli già noti rappresentano il clou dell’intellighenzia democratica e sono sufficienti a destare in noi, cittadini rispettosi delle leggi, il ripudio di qualsiasi trattativa condotta nell’interesse supremo di non si sa quale entità invocata a legittimazione.
    Ovviamente la mattanza mafiosa continuò imperterrita e servitori dello stato, da Falcone a Borsellino, per non dimenticare i troppi caduti sotto la ferocia mafiosa, furono barbaramente trucidati con grande sgomento del popolo sovrano inorridito da tanta crudeltà.
    Oggi, per motivi fin troppo intuibili, una parte dello Stato legalitario insorge contro coloro che trattarono pavidamente e si è accesa una disputa asperrima con lo sfondo ispiratore del seggio Quirinalizio. Le dotti disquisizioni si confrontano e la disputa sembra relegata a cavilli interpretativi che bollono in pentola ma senza far brodo.
    Qual è lo scopo della tarantella che frastorna la nostra sensibilità civica? I partiti sono chiamati ad esprimersi ma non intendono compromettersi per non pregiudicarsi nei confronti dell’opinione pubblica; ecco perché le armi sono state affidati a guerrieri anodini liberi del guerreggiare contro le ombre. Fanno a chi se le spara più grosse e ascoltano i boati sperando d’aver fatto centro se non altro sul prossimo glorioso futuro cui tendono.
    Celestino Ferraro

  • Mi pare che Zagrebelsky, pur con qualche dubbio sulla ammissibilità del conflitto di attribuzioni, propenda soprattutto per la tesi dell’inopportunità dell’iniziativa presidenziale.

    Iniziativa inopportuna, sotto vari profili:

    1) per gli effetti devastanti che puntualmente si sono innescati col diffondersi nell’opinione pubblica, attraverso i media, di ulteriori (ossia in aggiunta a quelle della ancora non sopita campagna contro le toghe) riserve mentali sull’operato della magistratura inquirente (e non solo).
    E non si tratta di fantasmi, visto che il capo del governo Monti ha ritenuto necessario dichiarare che il governo ha preso l’impegno di arginare gli “abusi” della magistratura inquirente nella pratica delle intercettazioni. Ovviamente con un ulteriore tentativo di legge bavaglio. E staremo a vedere come intenderà procedere.

    2) per la tipologia di conflitto sottoposta all’esame della Corte costituzionale. Non viene, infatti, messa in dubbio la competenza della magistratura inquirente e la legittimità delle intercettazioni telefoniche effettuate, ma gli effetti prodotti nel caso di specie dall’esercizio di questa competenza.
    In altri termini, la Corte costituzionale si dovrà pronunciare su una questione molto spinosa: se l’ordinamento vigente possa tollerare che una funzione pur legittimamente esercitata da un organo-potere dello stato costituisca, se non opportunamente regolata, una grave turbativa nell’esercizio della funzione di altro organo-potere dello stato.
    E non c’è dubbio che le intercettazioni anche indirette dei telefoni degli uffici del Quirinale possano costituire, una rilevante turbativa per le funzioni presidenziali.

    3) per il contenuto sostanziale della pronuncia richiesta.
    Una volta dichiarato ammissibile il conflitto, e stabilito che effettivamente nella questione sottoposta all’esame si configura una fattispecie di turbativa più o meno rilevante per l’esercizio delle funzioni presidenziali, che cosa altro potrà fare la Corte costituzionale se non dichiarare che all’irresponsabilità enunciata nella costituzione si deve accompagnare necessariamente il principio della “inconoscibilità” degli atti compiuti dal capo dello stato nell’esercizio delle sue funzioni. E la magistratura, inquirente e giudicante, deve fare in modo che quegli atti siano “inconoscibili”.

    In una democrazia matura, per la quale combattono i presidenti Zagrebelsky e Bonsanti, e che per ora è pura utopia, dovrebbe valere il principio della “trasparenza” degli atti a tutti i livelli.

  • Tutte manifestazioni della fine incombente dellaq libertà,della democrazia e delle istituzioni al seguito,concepite a conclusione della sanguinosa,folle guerra fascista e nazista europea e coloniale.
    Fate scrivere a caratteri cubitali sulle pareti delle sedi dei partiti pigliatutto,dei movimenti e degli organi di informazione che pascolano nelle loro verdi valli con i soldi dei contribuenti di ogni fede politica e religiosa, l’avvertenza del Toqueville sul RISCHIO IN OGNI DEMOCRAZIA DELLA TIRANNIDE DELLA MAGGIORANZA.

  • Sono d’accordo con l’impostazione seria e meditata di G.Z. Il senso del suo primo articolo era chiaro ed è stato ora ripetuto: la sollevazione del conflitto di attribuzioni da parte del Capo dello Stato è stata inopportuna perchè, al di là delle intenzioni, mette comunque la Corte Costituzionale in una difficile situazione e comunque getta discredito sulla magistratura nel suo complesso e su quella di Palermo in particolare. I toni usati da Scalfari nella replica non si giustificano, se non col desiderio ossessivo di difendere colui che, con una forzatura delle regole democratiche e una ingerenza nella politica attiva ( un conto è fare un tentativo per formare un esecutivo dopo la caduta del governo B, un altro è nominare un senatore a vita per affidargli l’incarico ministeriale) ha reso possibile la nascita del governo Monti e bloccato un probabile processo democratico di rinnovamento attraverso il normale strumento delle elezioni, che sono sempre preferibili a soluzioni pilotate.

  • Il prof Zagrebleski dottamente ci spiega molti punti costituzionalmente ineccepibili e la strada comunque contorta della richiesta Presidenza. Certamente scriverò cose banali ma …. “sig Presidente chieda espressamente la divulgazione delle telefonate. Grazie ”
    Mancino ha dimostrato di essere un pavido Grande delle Istituzioni , Lei sig presidente che forse non poteva attaccargli la cornetta , cancelli però questa brutta impressione perchè parlare di fango ( a proposito è di destra e/o sinistra ? ) non aiuta a capire e sapere , anzi.
    Saluti a tutti RF

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