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La conclusione del convegno

Dopo Firenze: ripartire dalla società civile

17 ottobre 2010 - 3 Commenti »

Può un pezzo di società che non ha nemmeno un nome preciso, che non si sa  bene cosa comprenda e cosa escluda, avere un peso determinante sulla difficoltà della politica, può soltanto con il richiamo di uno slogan, di un corteo riuscito, di uno striscione, delle firme sotto un appello riempire la distanza fra cittadini e partiti, creare un ponte fra due sponde che non si toccano e che tendono ad allontanarsi progressivamente fino quasi a non riconoscersi più? Fino a ignorarsi l’un l’altro?

Per cercare di capire la consistenza e il ruolo della società civile negli anni del berlusconismo e quelli che potrà avere nei giorni a venire, dobbiamo partire proprio da qui: da questa anomalia italiana che vede  tutto ciò che si agita, cresce e fiorisce fuori dalla società dei partiti all’ultimo posto nelle strategie di un sistema di potere che ricorre ad essa solo nel momento del voto con lusinghe e messaggi immediatamente traditi. Che nega, in concreto, alla società civile ogni spazio per incidere.

Serve comunque avere ben chiaro un fatto: questo pezzo di società che cerca di aggregarsi e organizzarsi, che cerca di incidere dall’esterno dei partiti e del sistema pubblico è un qualcosa di molto fragile, che nasce e muore per proprie misteriose ragioni nel giro di stagioni che solo essa percepisce. Che ora c’è e ora non c’è più. Che ora conta e domani non si sa dove sia finita. Un fiume carsico? Un’onda colorata che ci attraversa la strada e poi si scioglie in tanti rivoli?

Di solito coloro che cercano di misurarla, la indecifrabile società civile (una vera fatica perché le statistiche sono rare e vaghe) si riferiscono in sostanza al grado di “partecipazione alle associazioni”, riferendosi a “gruppi che non sono né stato né mercato, pur intrattenendo importanti rapporti con l’uno e con l’altro” (Davide La Valle in “E’ cresciuta la società civile?”, in una ricerca dell’Istituto Cattaneo del 2009). Questi rari studi ci dicono di un’Italia caratterizzata da forte povertà associativa nel dopoguerra; che colma la distanza con gli altri paesi negli anni attorno al ’68; che dagli anni ’90 registra insieme una forte diminuzione del numero degli iscritti ai partiti e un forte aumento della partecipazione in varie forme di volontariato.

Risultano infine enormi differenze fra Sicilia e Campania da una parte (una persona su sei impegnate in qualche attività) e il Trentino Alto Adige (una su due).

La rivoluzione del Web

Questi studi non tengono conto ancora della rivoluzione della Rete: oggi la società civile si incontra nei social network, è all’interno del web che soprattutto costruisce parole d’ordine, mobilitazione. E’ lì che si presenta e discute, che manda i suoi brevi e spesso ultimativi messaggi alla società della politica e ai poteri organizzati. È sulla Rete che si creeranno il consenso e le mobilitazioni per le prossime elezioni, in Italia come è accaduto e sta accadendo altrove. Un lavoro che vede Antonio Di Pietro e Beppe Grillo fra gli indiscussi antesignani.

L’immagine, oggi, è quella di un mondo che sempre più si articola e disarticola in comunità: esse rispondono a esigenze e sentimenti che da personali diventano universali, in uno scambio ininterrotto di informazioni e messaggi quasi sempre senza un timbro di nascita, la cui correttezza non è assolutamente essenziale alla condivisione.

Se era difficile conoscere e prevedere ieri la società civile, oggi lo è ancora di più. Nessuno poteva veramente prevedere l’anno scorso l’immenso successo del primo “No B Day” che rese angusta mezza Roma oltre a piazza San Giovanni; così come difficile era anche immaginare come sarebbe andata quest’anno, in circostanze assolutamente diverse e senza il tempo di una preparazione. Fu abbastanza sorprendente il successo di “Raiperunanotte” nel marzo scorso che solo sul sito della manifestazione registrò 150.000 contatti ma molte altre centinaia di migliaia sugli altri siti che trasmettevano la diretta da Bologna.

Cliccare ed esserci

Quello che oggi è ancora difficile stabilire è la consistenza e la durata nel tempo di una partecipazione affidata quasi soltanto al web. È utile allora studiare bene come è andata in altri paesi, ad esempio guardare alle esperienze americane. Esse ci dicono che ciò che funziona, ciò che crea realmente fedeltà partecipativa e operativa, è il mettere insieme la tradizione e il nuovo, l’incontro fra persone e l’incontro nel web. Cliccare ed esserci: una bella sfida, per chi voglia affrontarla. Una cosa senza l’altra non funziona oggi, non funziona più. La società civile che voglia pesare e cambiare il mondo non ha alternative: deve imparare e sapersi organizzare.

Per pochi giorni ho partecipato da volontaria alla campagna elettorale di Obama in Pennsylvania. Ultimi giorni, Stato chiave per i democratici. A quel punto si tratta di camminare, un porta a porta scientifico, inesorabile, con elenchi precisi fino all’ultimo indirizzo. Ma quanto lavoro era stato fatto prima! Da almeno due anni il futuro vincitore delle elezioni aveva coperto gli Stati Uniti con una rete di organizzatori di comunità, giovani e preparati volontari nelle città a incontrare la società civile locale: ogni associazione, ogni organizzazione territoriale, ogni gruppo di volontariato era stato ascoltato, consultato e eventualmente arruolato.

Il territorio, a questo punto, non aveva segreti. E insieme cresceva l’adesione dei social network e in primo luogo la comunità di Move On, oggi cinque milioni di iscritti, un movimento straordinario, nato sulla rete e cresciuto sull’onda del “no” alla guerra di Bush.

In questi giorni di vigilia elettorale molto difficile per i democratici Move On ha fatto un sondaggio tra tutti i suoi iscritti: dobbiamo sostenere ogni candidato democratico, comunque contro i repubblicani oppure soltanto quei candidati che si sono opposti sempre alle corporations e hanno sostenuto la riforma della sanità? L’80 per cento degli iscritti ha risposto che solo chi non aveva tradito potrà avere i contributi finanziari che il movimento sta raccogliendo.

È venuto ora il momento di dare una risposta concreta alla domanda sulla capacità della società civile italiana di contribuire al vuoto della politica. Bisogna tener conto di un fattore innanzitutto psicologico: i cittadini che vogliono dare un contributo alla crescita del Paese hanno bisogno, per insistere e far crescere le loro organizzazioni di sapere che il loro lavoro è riconosciuto e ottiene dei risultati. Frustrazione e delusione sono dietro l’angolo, soprattutto in questa fase così drammatica nella storia del nostro Paese e come tale vissuta da una ampia fetta di cittadini.

Non si parte da zero

Non si parte da zero, alle spalle ci sono innegabili e evidenti successi.

Ne elenco alcuni fra i più recenti.

1)   la grande mobilitazione del 2005-2006 che consentì prima di raccogliere le firme per un referendum di iniziativa popolare contro la riforma della Costituzione del governo Berlusconi e poi, a giugno, di stravincere quel referendum. Fu una esperienza credo assolutamente unica nella storia politica italiana che un giorno qualcuno studierà. In quel caso fu la società civile a muoversi per prima (in particolare il merito a LeG e ad Astrid), riuscendo a mettere insieme e soprattutto a tenere insieme comitati sorti spontanei in tutta Italia, il sindacato (Cgil e Cisl), associazioni legate al mondo cattolico e forze politiche di opposizione che seguirono con minor entusiasmo. Il risultato fu travolgente, andò a votare il 53 per cento degli aventi diritto e di questi il 61 per cento votò NO, superando di gran lunga il risultato delle elezioni politiche che si erano tenute poco prima. Fu l’unica vera sconfitta della destra di governo negli ultimi 15 anni. Questo anche perché attorno al tema della Costituzione che veniva stravolta con la riscrittura di 56 articoli si creò un movimento unitario che superò gli schieramenti opposti maggioranza-opposizione. Di questa forza ancora oggi disponibile credo a battersi per l’impianto generale della Costituzione è ben consapevole Berlusconi che vorrebbe mano libera per una nuova Carta, magari con il soccorso di una parte dell’opposizione in modo da escludere, raggiungendo i due terzi del Parlamento, la possibilità di ricorrere a un referendum.

2)   La radicata presenza al sud, ma non solo, di movimenti di giovani, come quello di Libera guidato da don Ciotti, che lavorano nelle terre sottratte alla mafia e sostengono la cultura della legalità in zone fortemente a rischio per la presenza di criminalità organizzata in forte e violenta espansione.

3)   Il successo della campagna contro il Bavaglio, a sostegno della libertà di informazione contro la legge del governo. Essa ha visto la collaborazione di giornali, giornalisti (Fnsi), associazioni come Libertà e Giustizia, sindacati e parte dell’opposizione.

4)   Il peso politico riconosciuto dalla raccolta di importanti appelli su iniziativa di Repubblica, di alcuni costituzionalisti (da Zagrebelsky a Rodotà ecc.) che ormai da tempo hanno scelto di esporsi in mobilitazioni della coscienza civile. Tra i più recenti voglio ricordare quello di LeG a favore di una nuova legge elettorale: siamo partiti in giugno e nel corso dei mesi abbiamo convinto assai oltre i 150.000 firmatari tanto che è diventato il punto politico numero uno.

Le condizioni per pesare

Affinché si possa però parlare di peso determinante della società civile servono alcune condizioni assolutamente essenziali: una interna a questo mondo di volontari e altre esterne.

La prima: la società civile è per sua natura un mondo difficile da organizzare, che fatica a riconoscersi in uno o più leader. Chi prende l’iniziativa per una qualche manifestazione o mobilitazione deve immediatamente dopo fare un passo indietro, deve rinunciare ad essere protagonista, a mettere il cappello su ciò che vuole ottenere. Chi si candida a indirizzare o capeggiare i movimenti prima o poi viene abbandonato e sconfessato. Ecco perché è difficile lavorare insieme, ma lavorare insieme è nello stesso tempo essenziale: quando la società civile imita i partiti nelle divisioni e rivendicazioni di primati ferisce un mondo assai più ampio di quello strettamente di riferimento.

Ci sono poi due condizioni esterne che devono verificarsi perché sia possibile produrre risultati.

La prima e fondamentale è il cambiamento della legge elettorale: la società civile ha bisogno di un destinatario, di potersi confrontare direttamente con i propri rappresentanti in Parlamento, per “pesare” deve potersi rivolgere a deputati e senatori legati al territorio, con essi avere un rapporto assiduo. La società civile deve poter scegliere propri candidati, seguirli, controllarli. La situazione introdotta dal Porcellum renderebbe vani gli sforzi e l’impegno di chiunque tentasse di cambiare la politica dei partiti, dall’esterno dei partiti. Ha spiegato Trevor Fitz Gibbon, il quarantenne americano noto come guru dei social network: “Noi di Move On abbiamo convinto milioni di persone a mettersi in gioco perché dimostrando che ogni azione poteva incidere, la mobilitazione dava frutti, se ci credevano, potevano far sentire la loro voce”.

La lontananza dei partiti

È a questo punto dunque che devo rivolgere la domanda che più assilla chiunque si occupi di politica oggi in Italia: perché tanto disinteresse dei partiti nei confronti della società civile? Perché si chiudono a riccio appena sentono nominare movimenti e associazioni, perché ogni volta si perdono nel “calcolare” se conviene oppure no esserci, ascoltare, partecipare? Perché scartare un aiuto che può sembrare scomodo, ma che è spesso il più onesto e generoso, perché non chiede nulla in cambio? Fu davvero sbagliata o fuori luogo, ci chiediamo ancora oggi, la disperata critica di Nanni Moretti all’establishment che lo attorniava in Piazza Navona? Sbagliano i partiti, a guardare al galateo e a rimanere diffidenti, indifferenti, alle volte sprezzanti. Così facendo rendono solo più profondo il solco che li divide e li isola dal resto del mondo.

Sarebbe facile rispondere che il motivo di questa disattenzione voluta dipende soltanto dall’interesse a non dare spazio, a non riconoscere valore politico a chiunque non sia controllabile, manovrabile. Se così fosse si tratterebbe di cecità: è proprio la non manovrabilità ciò che rende prezioso il contributo della società civile.

L’informazione

Un’ultima condizione infine nasce dalla necessità di un continuo scambio con l’informazione scritta e televisiva: anche di questo hanno bisogno coloro che si spendono per una causa, esser chiamati a parlarne fuori dall’ambito della propria associazione di appartenenza, vedere riconosciuto sulla grande stampa il peso di idee, valori, progetti e dell’ impegno profuso. Sentirsi parte di un mondo in movimento.

Riempire il vuoto

Molto può dunque fare la società civile in questa nostra Italia. Può effettivamente riempire il vuoto e la distanza con la politica, fonte di delusioni cocenti. Oggi si prevede una astensione del 35 per cento se andassimo a votare in tempi brevi. Ma il cittadino che diserta le urne non è il modello della maggior parte delle associazioni che operano sul territorio.

Noi vogliamo rappresentare una società civile migliore e più forte per essere in grado di costringere la politica a rinnovarsi e a abbandonare l’insopportabile ricerca dell’autopromozione, del potere personale, conquistato una volta e mai più abbandonato.

Una bella sfida, ci riusciremo unendo energie di tutti, essendoci e partecipando. E cliccando. Una comunità di passioni e di cultura, che si incontra per costruire per tutti un’Italia migliore.

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3 interventi a “Dopo Firenze: ripartire dalla società civile”

  1. [...] verso un’opposizione superficiale, talvolta isterica e occasionalmente complice. C’è un vuoto da colmare, come ha detto nella sua sintesi Sandra Bonsanti (video), presidente di Libertà e Giustizia. Un [...]

  2. Leonardo Nieri scrive:

    Stupendo!

    Meno male che esistono persone come quelle di “Libertà e giustizia”e in particolare Sandra Bonsanti, ma ce ne sono tante altre che non voglio sminuire. Sono loro che insieme a taluni politici e a taluni giornalisti e magistrati che mi danno una speranza per un futuro migliore dell’attuale epoca berlusconista. Come dice Umberto Eco la società italiana, ma anche all’estero … sta procedendo a passo di gambero. La storia non si ripete allo stesso modo, ma in modo diverso stiamo tornando al feudalesimo con pochi signori locali con un potere enorme e migliaia di servi. Alcuni costretti e altri volontari leccaculo. La televisione è “l’oppio dei popoli” che ha sostituito la religione guerriera. L’arte della retorica e la disinformazione sono le armi dei mercenari-giornalisti a servizio dei potenti … con le loro “macchine del fango” ben oliate. A mio parere le 3 giornate fiorentine rimaranno nella storia, perché hanno dato una analisi lucida e una spiegazione per coloro che intuitivamente avevano la sensazione che qualcosa non andava bene. Saranno un riferimento.

    Grazie LeG

  3. alessandro bruni scrive:

    la s.c. esiste solo e fintatnto ” le sue azioni incidono…”questo deve essere il nostro vangelo programmatico e strategico d’ora in avanti .
    Conoscere, analizzare , approfondire ma soprattutto individuare modalità praticabili che consentano ai soci di farsi sentire ed INCIDERE.