Riforma urbanistica, quella volta che la Dc disse No

13 aprile 1963…il secolo scorso. I meno giovani tra un momento ricorderanno il senso di quella data, per i più giovani sarà invece l’occasione per sapere qualcosa di quella che lo storico inglese Paul Ginsborg ha (cortesemente) definito “una delle pagine più infelici della storia politica della Repubblica”. Quel giorno, dunque, in testa alla prima pagina del Popolo, organo ufficiale della Dc, apparve una “precisazione degli ambienti responsabili della Democrazia cristiana”. Precisazione tanto anonima quanto facilmente attribuita all’allora segretario del partito Aldo Moro. “Lo schema di legislazione urbanistica – si leggeva nella nota – è stato inviato direttamente dal ministro competente all’esame del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro prima di sottoporlo all’approvazione del Consiglio dei ministri. Pertanto, per quanto siano apprezzabili talune disposizioni, è chiaro che nello schema non è in alcun modo impegnata la Dc”.Il ministro (dei Lavori pubblici) chiamato in ballo dalla precisazione era Fiorentino Sullo, democristiano riformista: piantato in asso seccamente, e così buttata a mare ogni prospettiva di una reale pianificazione urbanistica in Italia. Di più: Sullo verrà di lì a poco estromesso da ogni incarico prima di governo, poi anche di partito, né verrà più eletto parlamentare. Sopravviverà trent’anni a questa sconfitta, annegando in acuta sofferenza (che lo porterà alla morte) quella che fu per lui e per molti altri una vera tragedia.Un passo indietro, a spiegazione di tutto.

Nel febbraio 1962, appena entrato nel quarto governo Fanfani (un tripartito con Pri e Psdi, l’anticamera del centro-sinistra), Fiorentino Sullo aveva mobilitato le migliori intelligenze dell’urbanistica italiana per stendere un progetto di legge di riforma urbanistica, la prima del dopoguerra. A luglio il progetto era pronto: si trattava del primo (e ultimo) serio tentativo di fare i conti con i problemi della rendita, della speculazione fondiaria, del caotico sviluppo urbano che ha devastato il Paese.La riforma si fondava su due elementi, nuovi per l’Italia ma già comuni in molti paesi europei. Per un verso si concedeva agli enti locali il diritto di esproprio preventivo di tutte le aree fabbricabili incluse nei piani regolatori. Sarebbero stati poi gli stessi comuni a realizzare le opere di urbanizzazione (strade e acqua, elettricità e fogne), e quindi a rivendere ai privati i terreni così attrezzati: certo ad un prezzo più alto, ma controllato. Per un altro verso si introduceva il principio del diritto di superficie: i nuovi proprietari sarebbero entrati in possesso solo di quanto veniva costruito ma non del terreno che sarebbe rimasto ai comuni così come avviene per esempio da un secolo e mezzo nell’Inghilterra da tempo in mano a trinariciuti comunisti. Più tardi (in una intervista concessa sedici anni dopo) Sullo avrebbe sottolineato che “lo Stato, allora, aveva ancora i quattrini per fare gli espropri, eravamo in pieno boom economico. Avremmo potuto ancora salvare il destino di alcune grandi città, Milano, Torino, Roma, Genova….”Nella primavera del 1963, alle viste delle elezioni politiche generali, il lungimirante progetto di riforma provocò la furibonda reazione della destra interna ed esterna alla Dc.

Uno per tutti, il Tempo accusò Sullo di intenzioni “bolsceviche” e di voler “nazionalizzare la terra”. Tale e tanta fu la cagnara che lo stesso ministro raccontò poco dopo (nel libro “Lo scandalo urbanistico”, Firenze, 1964) che i suoi parenti gli avevano chiesto atterriti se egli intendeva davvero privarli dei loro diritti di proprietari. Per fronteggiare gli attacchi, Sullo cercò l’appoggio del presidente del Consiglio, ma Amintore Fanfani se ne lavò le mani spiegando che tutto dipendeva da Moro, allora al vertice del partito. Sullo si rivolse allora a Moro che rispose senza mezzi termini che costruttori e piccoli proprietari erano in rivolta con quel che significava a meno di tre settimane dalle elezioni.Sullo non esitò allora a replicare di essere disposto a sacrificare la seconda parte del suo progetto, a lasciar cadere insomma la distinzione tra proprietà e possesso del suolo. Non bastò. Il ministro chiese allora di poter spiegare in tv a tutti gli italiani la vera natura delle sue proposte. Richiesta respinta. Ed ecco invece d’improvviso, e senza che Fiorentino Sullo ne sapesse nulla, la “precisazione” ufficiale della Dc. Ne abbiamo riferito all’inizio il passo con cui il partito scindeva seccamente le proprie responsabilità da quelle del suo ministro. Ora il seguito, tutto mirato a tranquillizzare l’elettorato: la Dc “persegue l’obiettivo di dare la casa in proprietà a tutti gli italiani senza limitazione alcuna nella tradizionale configurazione di questo diritto.

Anche nella legislazione urbanistica saranno pienamente rispettati, per quanto riguarda la Dc, i principi costituzionali e i diritti dei cittadini”. Da quel giorno di riforma urbanistica non si parlò più.

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